di Dario Ferri
postato alle 14:17 del 7 Agosto 2008 in InterniTorna alla home

Un puzzle complottistico si agira per l’Italia agostana. Riguarda l’ex ministro degli Esteri del governo Prodi e le intercettazioni sue e di Fassino nella vicenda Unipol-Bnl. Con un’ombra su Veltroni. Beh, perché continuare ad adombrarlo? Discutiamolo nel merito!

Democrats: un occhio accorto e attento alle dinamiche interne della Casa delle Bontà. Ogni settimana le vicissitudini del Pd sviscerate per voi.

Le cose, perché non dirle chiare e tonde? Forse che qualcuno in Italia impedisce la libertà d’espressione in partenza? Non sembra, almeno ad occhio. E allora, caro lider Maximo D’Alema, non aver paura. Dì quello che pensi. Tu, e magari anche Francesco Cundari: c’è il Foglio che non vede l’ora di pubblicare un articolo polemico ma circostanziato, povero ma onesto, casto ma incesto su quanto accadde in quella maledetta estate del 2005. Allo stesso modo, pubblicherebbe le dichiarazioni di un grande politico, ex premier, ex ministro degli Esteri dell’ultimo governo di centrosinistra di questo paese. Così come tutti gli altri giornali, non vedrebbero l’ora. Altro che questa muffa di dico-ma-non-dico che mette in pagina il Corriere, a sua volta ripresa dal settimanale Tempi, nella quale D’Alema paragona la vicenda dell’Oak Fund a Telekom Serbia. No, perché a mandare messaggi cifrati come quelli che mandate voi, la gente rischia di non capire.

TRADUZIONE PER I NON INIZIATI - Partiamo dall’inizio. D’Alema dice nell’intervista di cui sopra la seguente cosa interessante: “presentammo un esposto denuncia due anni fa alla Procura della Repubblica di Milano, che non ha avuto seguito e che prendeva spunto dalla circolazione illegittima di intercettazioni telefoniche, che all’epoca non erano nemmeno state trascritte dai magistrati, ma che vennero pubblicate dai giornali. Li ho denunciati e sono in attesa ormai da più di un anno, per un articolo in cui si parlava di conti esteri, che noi non abbiamo mai avuto e non abbiamo“. Tutto ciò prende spunto da un colloquio tra Giuliano Tavaroli e Giuseppe D’Avanzo, pubblicato in due puntate su Repubblica, nelle quali l’ex responsabile della sicurezza di Telecom parla di D’Alema e dell‘Oak Fund. Quello che vuole dire D’Alema - e che casualmente si specchia abbastanza in quanto vuole dire anche il giornalista del Foglio - è che l’Oak Fund fu proprio un’invenzione di Telecom per screditare D’Alema. In più, si aggiunge dalle parti di Cundari, c’è anche da “cogliere l’occasione per riflettere su tempi e modi di tante inchieste giornalistiche e giudiziarie di questi ultimi anni, che hanno spesso determinato l’esito di primarie battaglie combattute in campo finanziario (e non solo). A cominciare, magari, dalla scalata di Unipol a Bnl”. Il quale, con una vena di complottismo degna di un cattocomunista che parla del sequestro Moro, poi aggiunge anche altro: “Giuliano Tavaroli scoprì i furbetti del quartierino prima della guardia di finanza e perfino delle denunce giornalistiche. Lo ha rivelato il pm Fabio Napoleone della procura di Milano a Marco Tronchetti Provera durante la sua audizione del 27 giugno scorso…”. Così Franco Bechis su ItaliaOggi (che nelle pagine interne pubblica i verbali dell’audizione)”. Insomma, che intende dire Cundari? Facile, per chi qualcosina la seguì all’epoca.

ANNUNCIAZIO’ ANNUNCIAZIO’ - Cundari vuole dire che Tavaroli aveva messo sotto controllo i telefoni di Ricucci, Gnutti e altri prima che l’autorità giudiziaria glielo chiedesse, o magari contemporaneamente a essa. Chi glielo aveva chiesto, o per chi lo faceva? Difficile anche soltanto immaginarlo: all’epoca a difendere la causa degli olandesi contro la Popolare di Lodi era Guido Rossi; ma stiamo parlando di un’altra scalata, obietterebbero molti, quella su Antonveneta e non quella su Bnl. In ogni caso, è di quel periodo che si parla. E diciamola tutta: una voce che circolava, raccolta in ambienti dalemiani, diceva che con la pubblicazione delle famose intercettazioni tra D’Alema, Fassino e Consorte (quelle, ormai mitiche, dell’“allora, siamo padroni di una banca?”) si voleva sferrare un colpo decisivo - verrebbe da dire: una triangolazione di geometrica potenza - a due importanti leader che potevano dire la loro nella scelta del segretario del Partito Democratico. Che poi non a caso divenne Veltroni, ripetono insinuanti le vocine. Di qui, unire i puntini con la logica del ‘cui prodest‘ e il gioco è fatto.

DEBUNKING D’ALEMA - Teoria interessante, non trovate? E persino con qualche appiglio fattuale, soprattutto per quanto riguarda l’inizio della storia, quella che chiama in causa Guido Rossi e l’esposto presentato al pm Greco all’epoca. Anche se permangono alcuni piccoli problemi d’interpretazione. Il primo è l’assoluto e totale collegamento tra la scalata di BpL su Antonveneta ai danni degli olandesi di Abn Amro, e quella dell’Unipol a Bnl a discapito degli spagnoli del Santander. Vero è che alcuni dei protagonisti sono gli stessi, ma mentre nel primo non è difficile rinvenire un interesse forte nell’immediato - quello, legittimo, di Abn nei confronti della banca che voleva acquistare - non si capisce perfettamente il cui prodest nel secondo caso. Il soggetto “forte” all’epoca erano gli spagnoli del Santander, che però non piantarono più di tanto lagne giudiziarie se non quando il bubbone era già scoppiato, e in ogni caso mollarono la presa sulla banca lasciandola ai francesi di Bnp Paribas. E c’è un’altra cosa da ricordare: è vero che alcune delle telefonate intercorse vennero di fatto passate dalla difesa di Antonveneta a giornali come Repubblica, ma è anche vero che i primi a pubblicare parte delle intercettazioni, quelle riguardanti Gian Piero Fiorani e Antonio Fazio, fu “Il Giornale” di Paolo Berlusconi e Maurizio Belpietro. Il quale, è una circostanza che spesso si tende a dimenticare, fece anche all’epoca qualche allusione alla presenza di altri colloqui. Ora, inutile stare a discutere più di tanto: se quelle intercettazioni le avesse pubblicate per prima Repubblica in funzione antidalemiana per intercessione, magari, di De Benedetti, come pensano le vocine di cui sopra, ecco che almeno una circostanza a favore della teoria ci sarebbe pure. Ma stralci di quei discorsi vennero pubblicati in contemporanea dal Corriere, e poi da tutti i giornali quando divennero pubbliche due anni dopo (ma questa è un’altra storia, e c’entra la Clementina Forleo).

CIRCOSTANZE DIMENTICATE - Senza contare che esistono una serie di circostanze che un po’ smentiscono il Grande Gombloddo. Ovvero, il fatto che fosse la Guardia di Finanza a disporre di copie delle intercettazioni. Che la faccenda Speciale, in questa storia, era sembrato entrarci qualcosa. Che, ad esempio, il Bechis oggi applaudito è uno dei giornalisti di riferimento di Cesare Geronzi, il quale aveva preso molto male il “no” del Governatore alla sua proposta di acquisizione di Antonveneta (e infatti Geronzi—->Tronchetti—->pubblicazione del verbale da parte di Bechis). In più, vogliamo ricordare l’atteggiamento di Rutelli ed altri nella Margherita a proposito di quanto stava accadendo intorno alle Coop e ai Ds? Insomma, ai sussurri raccolti in ambienti dalemiani bisognerebbe ricordare che con la logica del cui prodest - e nemmeno uno straccio di prova a suffragarlo - non è che si vada tanto avanti. E soprattutto: che quelli che sentono le vocine, di solito, non è che stiano così bene, eh?

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