Morire di lavoro – l’intervista
30/03/2009 - Anche se? Paradossalmente uno strumento che ha funzionato abbastanza bene negli ultimi 15 anni c’è stato. Sto parlando del decreto legislativo 758, con cui si estingue il reato penale attraverso una procedura di tipo amministrativo. Lo Stato, in poche parole,
Anche se?
Paradossalmente uno strumento che ha funzionato abbastanza bene negli ultimi 15 anni c’è stato. Sto parlando del decreto legislativo 758, con cui si estingue il reato penale attraverso una procedura di tipo amministrativo. Lo Stato, in poche parole, rinuncia all’azione penale a una condizione, ovvero che chi ha commesso la violazione rimetta in ordine la situazione e poi saldi dal punto di vista economico quanto deve, magari con un beneficio. Lo strumento è buono perché garantirebbe interventi immediati laddove c’è bisogno, più il risparmio per gli imprenditori delle spese in processi, avvocati e quant’altro. Le faccio un esempio. Se parcheggio un’auto in divieto di sosta e prendo la multa, non ho interesse a spostare l’auto con il rischio di prenderne un’altra. Tanto ormai la multa l’ho presa… Ecco, il decreto legislativo 758 serviva proprio a evitare questo modo superficiale di ragionare. Fa quasi sorridere che a dimenticarsi di un provvedimento che in molti casi ha funzionato sia proprio chi lo ha inventato nel
1994, vale a dire il presidente Berlusconi. Ma sia chiara una cosa: a noi tecnici della prevenzione sta a cuore la salute dei lavoratori, non il colore politico di chi governa. Ci interessa principalmente che i luoghi di lavoro siano sicuri, che si facciano le multe per noi è secondario.
Negli ultimi tempi si è parlato molto di “cultura” della sicurezza sul lavoro. Cosa si intende esattamente?
Come dicevo prima, c’è molta ignoranza. E quello della “cultura” è un nostro cavallo di battaglia. Molti dei consulenti che operano nel settore della sicurezza non ne sanno nulla della materia. Il nostro Paese è caratterizzato soprattutto dalle microimprese e i milioni di imprenditori che ci sono in Italia hanno bisogno di milioni di consulenti. Peccato che spesso questi consulenti sono poco preparati, adatti soltanto a compiere un semplice esercizio burocratico. Che di solito non basta. Su internet è possibile scoprire prestazioni e servizi venduti a poche decine di euro. Mi chiedo come si possa fare una seria valutazione dei rischi a cento, centocinquanta euro. Inoltre, non credo che siano quelle poche ore di corso a formare un consulente. Ad esempio si dà per scontato che il datore di lavoro, perché ha seguito delle lezioni, sia di conseguenza un esperto della sicurezza, ma non è così. Stesso discorso vale per i formatori. Le persone preposte all’insegnamento della materia, anche a livello scolastico, quanto ne sanno davvero? E pensare che l’Italia è l’unico Paese in Europa ad aver istituito un apposito corso di laurea. Dalle nostre analisi però risulta che tra quanti operano in questo settore i laureati rappresentano una minima percentuale. Perché allora non sfruttare le nostre punte di eccellenza? Gli effetti di questa scarsa preparazione sono le montagne di dolore a cui purtroppo siamo abituati. Forse tutto ciò avviene perché fa parte della nostra cultura in senso generale. In Italia più si è furbi, più si riesce ad aggirare la norma e più ci si crede vincenti.
Ma a suo avviso la “cultura della sicurezza” non dovrebbe riguardare pure i lavoratori? Spesso gli incidenti avvengono anche per le cattive abitudini dei dipendenti…
Assolutamente. Ma le dirò di più. La sicurezza deve riguardare tutti i cittadini, nessuno escluso.
Secondo l’Istituto per gli Affari sociali circa il 90 per cento degli incidenti sul lavoro potrebbe essere evitato attraverso la prevenzione. Come spiegherebbe a un cittadino chi è il “tecnico della prevenzione”?
Per farla breve, noi – i tecnici della prevenzione – siamo i professionisti che dovrebbero far capire alle persone quali sono i sistemi per mantenere il più a lungo possibile la propria salute. In tutti i campi. Il nostro raggio di azione, infatti, è piuttosto ampio. Dalla sicurezza sul lavoro all’ambiente, passando per la tutela della filiera alimentare. Diciamo che il nostro è un lavoro a lungo termine.
Recentemente l’Agenzia per il lavoro dell’Onu ha “accusato” l’Italia di discriminare i lavoratori immigrati. Ritiene che questo avvenga anche nell’ambito della sicurezza?
È evidente che nel ciclo di trasformazione del sistema c’è stata un’attribuzione dei lavori più rischiosi agli stranieri. Tuttavia, uno dei punti invece qualificanti del Testo unico prevede che la valutazione dei rischi tenga conto del genere e della
particolare cultura del lavoratore che proviene da un altro Paese. Del resto non sempre alcuni concetti, come la sicurezza e la percezione del rischio, appartengono alla cultura di altri popoli. Un altro problema che abbiamo spesso riscontrato nei nostri servizi delle Asl è legato alla comunicazione. La comprensione della lingua è una componente essenziale nell’ambito della prevenzione. È necessaria, in questi casi, la presenza di un interprete.
Lei sa che in estate il ministro La Russa aveva auspicato una serie di controlli dei carabinieri nei cantieri per verificare che tutto fosse a norma? Era stato prospettato anche uno specifico disegno di legge al riguardo…
Che dire… La politica campa di slogan e fornisce poche risposte. Spesso sbagliate, oltretutto. Tanto per dare un’idea, in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo la preoccupazione principale delle persone non è la sicurezza, ma arrivare a fine mese con un misero stipendio. È chiaro che con questi presupposti si abbassano i livelli di difesa. Già all’epoca abbiamo giudicato con estremo scetticismo il provvedimento sulla detassazione degli straordinari perché tutti gli studi dimostrano che più si lavora e più si corre il rischio di farsi del male, figurarsi ora che c’è la crisi. E poi c’è anche da dire che è cambiato il modo di ragionare sulle cose, si utilizzano termini inappropriati. Tipo “morti bianche”, appunto. Prima quando si parlava di sicurezza ci si riferiva alla tutela della persona in quanto tale, oggi per sicurezza intendiamo quello che un tempo chiamavamo ordine pubblico. Ha idea di quanti tecnici della prevenzione potevano essere assunti se avessimo risparmiato sui soldi spesi per i militari in strada che, mi sembra, non sono serviti a molto? Immagini quanta formazione, quanta ricerca e quante indagini avremmo potuto condurre. Credo ci sia troppa confusione in giro. Ripeto, la politica campa di slogan. In Italia, lasciamo perdere.












