Il governo crede nella detassazione degli straordinari come panacea, Confidustria vuole un indice netto ancorato all’inflazione importata e i sindacati stentano a mettersi d’accordo fra loro. Difficile si arrivi a una soluzione in tempi brevi.
Non c’è fretta, e forse nemmeno trattativa. L’accordo tra sindacati e Confindustria è rimandato a settembre, ma anche allora rischierà di fallire. Ognuno ha la sua bella parte di responsabilità in questo continuo rimando, a partire dal governo, che ponendo il tasso d’inflazione programmata all’1,7%, ben lontano dall’inflazione reale che ormai viaggia sul 4%, ha posto un ostacolo rivelatosi insormontabile alla trattativa tra le parti sociali. Quasi volesse garantirsi un posto al tavolo della trattativa. A nulla sono valse le convinzioni di Sacconi sulla detassazione degli straordinari, da lui ritenuta importante.

TANTA FATICA PER NULLA - Dopo sette ore di discussioni che hanno visto impegnati anche i vertici di Confindustria e i sindacati, con la presenza di Emma Marcegaglia, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, alla ricerca di un accordo introvabile - e date le divisioni anche tra le tre sigle sindacali - alla fine, vista anche l’ora tarda, si è deciso di rimandare. Il lavoro tecnico si era già svolto, nella riunione del 31 luglio ci sarebbe dovuto essere un passo avanti che avrebbe permesso uno sblocco della situazione, invece nulla. A marzo ci fu un altro rinvio sul modello contrattuale: riforma quanto mai importante, il sistema attuale è vecchio, risale al 1993, quando c’era la lira, quando l’inflazione era legata alla politica monetaria italiana e la globalizzazione era sconosciuta ai più. Attualmente il sistema contrattuale si basa su due livelli di contrattazione, uno nazionale di categoria (minimi tabellari, retribuzione straordinari, giorni di ferie, permessi, inquadramenti e organizzazione del lavoro), l’altro è la contrattazione di secondo livello, che dovrebbe avvenire a livello aziendale per tener conto della produttività e determinare premi di risultato. Proprio per sviluppare finalmente il secondo livello della contrattazione è indispensabile risolvere le imperfezioni dell’attuale sistema. Imperfezioni che riguardano anche altri punti: l’attuale sistema si basa sull’inflazione programmata, che a seguito dell’entrata dell’euro ha perso la sua ragion d’essere. Perciò la Uil propone di fissare un recupero salariale legato all’indice di armonizzazione europeo dei prezzi al consumo, ma questo riguarderà un futuro - forse ancora lontano - in cui i salari saranno legati anche alla produttività.

ALLA RICERCA DELL’INDICE PERDUTO - E’ mancato l’accordo sull’indice previsionale di inflazione triennale a cui legare gli aumenti salariali dei futuri rinnovi contrattuali. Cgil, Cisl e Uil aspetteranno dunque il 2 Settembre per conoscere la “nuova proposta di Confindustria sull’indice per l’inflazione futura”, il presidente di Confindustria suo malgrado ha dovuto dare la sua disponibilità a mettere sul tavolo una nuova proposta tra un mese, per non far naufragare definitivamente il negoziato. Restano intatte le preoccupazioni di Confindustria, Emma Marcegaglia dice che si sono “lasciati condividendo che è necessario costruire un indice che abbia l’obiettivo di non alimentare l’inflazione senza dare spazio a logiche di spirale prezzi-salari“. Proprio in questo stretto corridoio andrà trovato l’indice che accontenti tutti, se mai questo indice dovesse esistere. Le tre sigle sindacali si sono infatti dovute incontrare per due ore separatamente per trovare tra loro un accordo che permettesse al negoziato di proseguire tra un mese, con la Cgil intenzionata a proseguire in un interminabile quanto inutile discussione, Cisl e Uil disponibili a piccole concessioni pur di arrivare a settembre con qualcosa di concreto da cui ripartire e fuori da quelle stanze (ma forse anche dentro) c’è anche chi, come Cremaschi della Fiom, chiede di interrompere il negoziato. La “soluzione” trovata dai tre sindacati è stata quella di dirsi disponibili ad un indice adeguato ma che “non propaghi ancora più l’inflazione, che metta al riparo il sistema dal rischio di innescare una rincorsa prezzi-salari”, indice dunque inferiore all’inflazione reale, ma di quanto? L’indice che propone Confindustria non comprende l’inflazione importata, mentre i sindacati vorrebbero questa non fosse totalmente esclusa, due posizioni difficilmente conciliabili.
E IL GOVERNO? - Il governo in tutto questo ha contribuito sia imponendo un tasso d’inflazione programmata ben lontano dall’inflazione reale, sia con la presunzione di incentivare la contrattazione di secondo livello con la detassazione degli straordinari. Che invece rischia di rimandare ancora la riforma del secondo livello di contrattazione, nell’attesa di vedere i risultati che produrrà, dando l’illusione che possa servire per rafforzare il legame fra salario e produttività. Allo scopo sarebbe “bastata” una riforma della contrattazione salariale, che tra l’altro ha il non trascurabile vantaggio di non dover essere pagata dai contribuenti, come invece avviene con la detassazione degli straordinari. La riforma del sistema contrattuale si deve fare, e sa
rebbe meglio si facesse ad opera delle parti sociali, in autonomia. sindacati e Confindustria su un importante punto sembrano convergere: occorre puntare sulla produttività. Dunque un contratto nazionale che sulla base di un indice adeguato permetta di incrementare i salari, e una contrattazione di secondo livello che distribuisca i premi di risultato. Se proprio vuole fare qualcosa, il governo potrebbe intervenire sul fiscal drag, questo sì potrebbe essere un valido aiuto, non solo ai lavoratori, ma anche ai negoziati tra le parti sociali. In un articolo di Massimo Baldini su Lavoce.info, si calcola che nel 2008 il drenaggio fiscale (la differenza tra quanto il contribuente paga e quanto pagherebbe senza l’aumento dell’aliquota media indotto dall’inflazione) ammonterà a 3,7 miliardi di euro, una “tassa” che andrà ad alimentare il tesoretto nominale della finanza pubblica. Interessante notare che Baldini, in un eventuale meccanismo automatico per l’aggiornamento annuale di scaglioni e aliquote in base all’inflazione dell’anno precedente, includerebbe anche la quota dovuta all’inflazione importata. Invece nulla di tutto questo sembra volersi affrontare.
RIPARTO DA MENO UNO - A settembre si partirà proprio da qui, dal nulla, con Confindustria che intende proporre un indice al netto dell’inflazione importata, i tre sindacati divisi su questo punto come su altri e il Governo, per voce di Sacconi che parrebbe convinto che la detassazione degli straordinari sia “la Soluzione”. L’altro punto, quello della riforma del contratto di secondo livello sembra ancora più lontano, difficile si riesca entro il 30 Settembre a risolvere entrambi i nodi, più probabilmente la riforma del sistema contrattuale verrà rinviata per l’ennesima volta, viene da chiedersi quanti rinvii potrà ancora permettersi l’Italia.


























L’inflazione programmata non se la inventa il Governo, è un elaborato statistico della BCE che fa riferimento alle componenti endogene dell’inflazione; è come dire che considera l’inflazione derivante dall’eccessivo lassismo monetario europeo quale inflazione da legittimamente recuperare (in fondo è la parte di inflazione che la BCE può controllare direttamente e che può perseguire pena perdita di credibilità; tra l’altro se si tratta di eccesso di moneta semplice, si tratterebbe di recuperare il “cambio di numerario” agli stipendi). La componente esogena teoricamente nemmeno dovrebbe essere oggetto di controllo da parte della BCE, perché per il sistema-EU rappresenterebbe un incremento di costo di produzione, uno shock produttivo reale negativo, e non l’effetto di un lassismo monetario da recuperare, pertanto non rientra nel calcolo dell’inflazione programmata.
Poi si può discutere sulle modalità di calcolo, e magari ci sarebbe tanto da discutere; però avviare trattative per scovare un indice che recuperi potere d’acquisto senza avviare spirali prezzi-salari alla fine è solo tanto fumo negli occhi: l’indice è già stato calcolato proprio in quell’ottica, è l’inflazione programmata, tutto il resto è fuffa & marketing (e infatti hanno rimandato a settembre).
Per il resto, bel pezzo!
Una domanda: quale convenienza hanno le aziende ha bloccare la contrattazione di secondo livello? Non vogliono farsi concorrenza tra loro sui lavoratori migliori?
“a bloccare”
mi rimando da solo a settembre in italiano.
[...] Continua a leggere su “Giornalettismo” » Ultimo articolo su AltroveGiornalettismo #11 - 30/07/2008 Condividi : [...]
@ Leonardo: secondo me un pochino se la inventa il governo
comunque l’obiettivo della Bce e’ sempre il 2 per cento, a mio avviso basterebbe questo indirizzo, senza bisogno del tip. Certo, l’obiettivo del fissare un tip basso sarebbe quello di spingere verso il basso le attese degli operatori e condizionarne i comportamenti in modo da far davvero diminuire l’inflazione. Ma fin’ora il tip mi sembra utile solo a creare polemiche. C’e’ questo articolo, interessante soprattutto per le repliche (http://www.lavoce.info/articoli/pagina111.html)
>Una domanda: quale convenienza hanno le aziende ha bloccare la contrattazione di secondo livello? Non vogliono farsi concorrenza tra loro sui lavoratori migliori?
Non credo le singole aziende abbiano interesse a ostacolare lo sviluppo della contrattazione di secondo livello, visto che ne guadagnerebbero una certa autonomia e flessibilita’ (nonche’ si spera velocita’ di adattamento alle nuove situazioni vista la lentezza attuale). Magari i sindacati (a livello nazionale) temono di perdere un po’ di potere. Magari ha lo stesso timore anche qualcuno all’interno di Confindustria e del governo, chissa’. O piu’ semplicemente l’accordo non e’ semplice da trovare per le piccole cose figurarsi per le grandi riforme.
Carissimo,
io credo che ci sia confusione tra gli indici; provo a spiegarmi meglio: il tip non è un target, è una aspettativa del contributo endogeno all’inflazione. Il target del 2% è un obiettivo di inflazione; è l’obiettivo che serve a pilotare (sì, pilotare) le aspettative di inflazione, mentre l’aspettativa è diciamo quel che realisticamente ci si può attendere come risultato.
La confusione viene fuori dal fatto che il target riguarda l’inflazione in generale, e il tip solo l’inflazione da cause endogene (e per questo il tip è minore del target, cosa altrimenti illogica di questi tempi).
Se si vuol evitare la perversione della scala mobile, certo l’inflazione da scaricare sugli stipendi deve essere inferiore a quella effettiva, il punto è “in ragione di che?”. Il tip ha una logica basata su componenti controllabili e non controllabili (endogene e esogene) dell’inflazione, pensare a elaborazioni del HICP è un modo, a mio parere, di fingere di avere a cuore il problema, tanto a cuore che se ne riparla a settembre.
Mi piacerebbe vedere un lavoro dove approfondisci su chi è contro la contrattazione di secondo livello (accordo? ci si deve accordare sul fatto che io pago i dipendenti come mi pare? che paese del c…)
> il tip non è un target, è una aspettativa del contributo endogeno all’inflazione
Tuttavia alcuni calcolano l’inflazione importata attorno al 2% (tra l’1,8 e il 2%), quindi l’inflazione endogena dovrebbe essere superiore di almeno due pp rispetto al tip, capisco vogliano tenersi bassi nell’aspettativa… Qui c’e’ un grafico fatto male da me sugli andamenti dell’inflazione stimata e di quella programmata (http://www.lkv.it/opinioni/grafico-inflazione-tip.png).
> Se si vuol evitare la perversione della scala mobile, certo l’inflazione da scaricare sugli stipendi deve essere inferiore a quella effettiva, il punto è “in ragione di che?”.
Si si, anch’io concordo sull’uso di un indice che sia basso, per questo credo che un intervento sul drenaggio fiscale possa essere molto utile a venire incontro alle richieste dei sindacati sul potere d’acquisto e contemporaneamente evitare fenomeni di spirale prezzi-salari.
> Mi piacerebbe vedere un lavoro dove approfondisci su chi è contro la contrattazione di secondo livello
Non ho scritto nulla in proposito, ho scritto qualcosa (a Marzo), ma e’ solo accennato. Non so ora, ma a Marzo si opponeva la Cgil, devo ancora capire bene alcune (molte) cose, anche perche’ le opposizioni dipendono di volta in volta da come viene proposta (o meglio immaginata) la riforma. Anche i datori di lavoro in alcuni casi potrebbero opporsi, hanno paura che i premi di produttivita’ vengano stabiliti dall’alto anziche’ essere definiti azienda per azienda. Non e’ ancora chiaro cosa dovrebbe succedere in caso di risultati aziendali negativi, ecc.
> ci si deve accordare sul fatto che io pago i dipendenti come mi pare?
Peggio, tu non ti accordi proprio, lo fanno per te governo (cosa c’entra nessuno lo sa), sindacati e confindustria che non conoscono la tua realta’.
Be’ se alcuni dicono che l’inflazione importata è il 2% e la BCE dice (ad esempio) il 2,3% implicitamente dicendo che il tip è il 2% invece che l’1,7% si può solo discutere sul metodo di calcolo del tip, ma non del principio, quindi parlare di prendere HICP più o meno augmented è comunque fuorviante.
Parlare di HICP non fa riferimento a inflazione importata o meno, fa solo riferimento a voler una nuova scala mobile.
Quel che mi risulta su questo dibattito, è voler reintrodurre una scala mobile, magari azzoppandola un po’ per evitare spirali stipendi-inflazione, il che però è intellettualmente scorretto perché l’idea del tip è già questo. Al massimo si possono contestare i calcoli, ma in tal caso la discussione è tecnica e non politica.
>Al massimo si possono contestare i calcoli
Infatti. L’inflazione importata al 2% circa era la Confindustria a dirlo, secondo me e’ superiore, forse maggiore anche di quanto risulta dal calcolo della Bce.
La Cgil vuole sia compresa, la Uil vuole si usi l’indice armonizzato europeo, la Cisl non ho ben capito. Purtroppo proprio in periodi di crisi quando serve maggior rigore le pressioni verso direzioni pericolose diventano forti.