Speranza: «Governo tecnico? Uno spauracchio di Renzi per spaventare l’elettorato. Il Congresso? Serve discussione vera, no al “votificio”»

Riforma Senato Speranza

L'ex capogruppo del Pd conferma il suo no al Referendum: «Legge elettorale e riforma ci portano verso il governo del Capo. Per Renzi la risposta alla crisi della democrazia è un accentramento del potere per decisioni più veloci, io invece credo nell'ascolto, nella partecipazione». Poi sul congresso: «Serve una discussione vera, non mi accontento di una domenica mattina in cui centinaia di migliaia di persone vanno ad un seggio»

Incontro Roberto Speranza nel suo studio alla Camera dei Deputati. Davanti a lui ci sono i giornali ancora aperti, mentre mi riceve prima di recarsi al Corriere della Sera per una diretta live. Siamo entrambi reduci dalla partita tra Roma e Pescara (Speranza è un acceso tifoso giallorosso), dove l’ex capogruppo ha portato suo figlio.

Per rompere il ghiaccio parliamo dei possibili esiti del Referendum. Chi vincerà? Difficile fare pronostici. Gli racconto di essere stato alla Nuvola sabato scorso, e di aver sentito Renzi assicurare per l’ennesima volta che l’Italicum sarà cambiato.

Onorevole Speranza a questo punto, non pensa che uno dei pilastri per cui la sinistra del PD vota contro la riforma – il famoso combinato disposto – venga meno?

Per me riforma costituzionale e legge elettorale sono legate. In un sistema con una sola camera è fondamentale come vengono eletti i deputati. Ad oggi, purtroppo l’Italicum è vigente. Sull’Italicum mi sono dimesso da capo-gruppo e ho votato contro la fiducia che il governo aveva imposto. E’ un anno e mezzo che chiedo di cambiarla. Quando il Pd ha fatto sul serio ha messo in campo una iniziativa politica forte. Sono stati cambiati dieci componenti della commissione che non erano d’accordo con la legge. Oggi dopo un anno e mezzo abbiamo qualche dichiarazione ambigua e un foglietto. Siamo ad uno “stai sereno”. Il mio voto è su ciò che oggi è vigente. Mettendo insieme legge elettorale e riforma costituzionale si arriva al governo del “Capo”.

Addirittura, non avete una visione eccessivamente negativa della riforma?

La parola “capo” non la utilizzo a caso. La parola Capo è presente nella legge elettorale. All’atto della presentazione delle candidature – cito testualmente – va indicato il capo della forza politica. La parola “capo” non è linguaggio da bar, ma testo vero, riportato nella legge elettorale. Ma il punto non è Renzi.

Ne è sicuro?

Certo, quando metti mano alla costituzione devi pensare ai prossimi 30 anni. Mi guardo intorno e vedo cosa avviene nel mondo: Orban in Ungheria, la Le Pen che avanza in Francia, Trump negli Stati Uniti. Siamo sicuri che il futuro sia la strada del governo del Capo?

Ma cosa non la convince della Riforma ?

Parlano tutti dell’articolo 70, ma nessuno del 90. Prevede che per mettere in stato di accusa il Presidente della Repubblica basti il 50% della somma di senatori e deputati. Chi vince le elezioni, grazie all’Italicum prende 340 saggi, basta avere 26 Senatori per mettere in stato d’accusa il capo della Repubblica. Quando si dice che i poteri del presidente del Consiglio non vengono accresciuti da questa riforma, si dice il falso. Per non parlare dell’articolo 117 che sposta le competenze dalle regioni al centro, a Roma. Io ho una sensazione forte, che vorrei condividere.

Mi dica

La mia sensazione è che davanti alla crisi della democrazia questa riforma dia una risposta di accentramento, di concentrazione del potere. Davanti ad una democrazia più debole, la via d’uscita di questa riforma è quella di verticalizzazione, di concentramento del potere per velocizzare le scelte; io penso, invece, che la risposta alla crisi della democrazia sia maggiore ascolto, maggiore partecipazione, dai soggetti sociali ai territori.

Non è un modello ormai inattuabile, anacronistico?

Non è una cosa banale, non è solo teoria: in questo modo, in questa concentrazione del potere, si esprime anche una cultura politica. E’ una cultura che non mi convince.
Facciamo un esempio concreto che tocca la mia terra.
L’articolo 117 dice che produzione trasporto e distribuzione di energia diventano competenza esclusiva dello Stato, mentre oggi sono di competenza concorrente. Se tu devi decidere se fare o non fare un pozzo di petrolio con tutto quello che comporta per il territorio dove decidi di fare questa scelta, per me non può deciderlo solo Roma. L’interesse nazionale deve camminare insieme a quello del territorio coinvolto.

Torniamo alla visione politica di cui mi parlava prima

Esatto, questa riforma esprime una cultura politica di fondo che va nella direzione di una risposta alla crisi della democrazia in cui l’accentramento, la verticalizzazione , la concentrazione del potere serve a dire “si decide”, mentre io penso che proprio la crisi della democrazia dovrebbe portarci ad un modello di maggiore partecipazione, maggiore ascolto, costruzione del consenso dal basso. E’ questo il punto

Onorevole Speranza, lei esprime una visione politica molto diversa da quella di Renzi. Ma riuscirete a trovare un modo di stare insieme dopo questo referendum?

Io lavorerò per tenere unito il Pd. Penso sia legittimo pensarla diversamente su un passaggio referendario. Voglio ricordare un esempio europeo di pochi mesi fa, quello dei conservatori inglesi. C’erano posizioni diverse sulla Brexit. Il giorno dopo non mi risulta ci siano state scissioni, ma si è costruito un nuovo equilibrio. Io lavorerò per unire il PD, ma soprattutto per cambiarlo. Che ci sia qualcuno per il No nel gruppo dirigente aiuta il Pd a mantenere i rapporti con tanti nostri elettori potenziali ed effettivi che la pensano in maniera diversa dal nostro gruppo dirigente, persone di centrosinistra che non condividono questa riforma. Grazie a noi il Pd non spezza un filo con queste persone. Ma io chiedo che il PD cambi.

In che modo?

Girando l’Italia mi trovo davanti a molte persone del PD che sono fuori dal Pd. Tantissime persone che si sentono di centrosinistra, ma che non si riconoscono in questo partito.

Diciamolo chiaramente: per voi è Renzi il problema

E’ Renzi non per la persona, ma per le scelte compiute. La riforma della scuola per esempio ha contribuito radicalmente a rompere il rapporto con un mondo che aveva tradizionalmente in noi il punto di riferimento. L’esplosione dei voucher che è avvenuta dopo il Jobs Act non convince chi viene sfruttato da quei voucher che il PD sia un partito che difende quei lavoratori. Se togli le tasse sulla casa in maniera indistinta, per un miliardario e un pensionato, sei su un terreno che non è il tuo, il tuo mondo non ti riconosce. Se non ti sforzi di dialogare a sinistra, ma invece amoreggi ogni giorno con Verdini, la tua gente non ti riconosce più. E le dirò una cosa sulla Leopolda.

Ancora polemiche sulla Leopolda?

La Leopolda esiste da sette anni. E all’inizio aveva una sua forza, che la faceva piacere anche ai non renziani. Veniva demonizzata dall’area di governo del PD di allora. Io, invece, pensavo fosse uno spazio aperto di discussione, aveva il volto fresco di ragazzi dalla faccia pulita che sfidano il potere. Oggi, dopo aver sentito quel FUORI FUORI, penso che la piramide si sia rovesciata. Ora l’immagine della Leopolda è quella del potere che si chiude in se stesso, si arrocca. E arriva a dire ad un pezzo del suo partito “fuori fuori”, è una parabola che si è compiuta.

A questo punto è inevitabile parlare del congresso. Meglio farlo subito? Bersani a Politics ha chiesto che il segretario sia eletto dai soli iscritti 

L’anno del congresso è alle porte, c’è un mandato che sta scadendo. Dovremmo fare una riflessione vera sulle regole, che faremo dopo il referendum. Esprimo un auspicio: ovvero che questo congresso non sia solo un votificio. Dobbiamo fare una riflessione profonda sulla crisi della sinistra. Che risposta diamo all’avanzata dei populismi? Noi stiamo consegnando il popolo ai populisti. Dalle periferie di Roma agli operai del Midwest che hanno votato Trump le parole d’ordine della sinistra non sembrano efficaci. Serve un congresso che ricostruisca un’agenda di centrosinistra. Dobbiamo riscoprire i nostri valori di fondo come la lotta alle ineguaglianze. Serve una discussione vera e profonda. Non mi accontento che una domenica mattina con centinaia di migliaia di persone che vanno ad un seggio a mettere una croce. Non basta.

Ma quello del 2012 fra Bersani e Renzi non fu un confronto vero?

Furono primarie per la leadership, non un congresso. La mia sensazione è che negli ultimi anni ci sia stata una tendenza al votificio delle primarie. Dobbiamo chiedere alla nostra gente un’opinione, non solo una croce una domenica mattina. Serve un percorso vero in cui chiamiamo in causa i nostri iscritti e i nostri militanti per discutere sul profilo politico di questo partito.

Si spieghi meglio

Io vorrei ricostruire un centrosinistra. Non voglio Alfano e Verdini nella nostra coalizione. Io vorrei allearmi con partiti di sinistra e forze moderate che guardano a sinistra, non con il Nuovo centrodestra. Sono scelte di fondo.

Diranno che parlate sempre di Verdini

Io sono un garantista convintissimo. E posso dire che oggi Verdini ha sei presunzioni di innocenza, non il top per un padre costituente. Ma io faccio un discorso politico. Con Alfano si fa il partito della Nazione, che è la tomba del centro sinistra. Oggi siamo dentro un’emergenza, servivano i voti di Alfano per questa stagione di governo; quando Renzi ha allargato a Verdini ha dato l’idea di una prospettiva politica. Ed è una cosa profondamente sbagliata.

In cosa?

Se cammini con loro alcune cose con loro non potrai dirle. Quando a Napoli ci siamo alleati con Verdini, il suo capolista D’Anna un giorno sì e un giorno pure insultava Saviano, cosa che a Napoli ha un significato preciso. Ed è un significato opposto rispetto a quello che esprimeva Veltroni nella campagna elettorale del 2008.

Renzi ha fatto capire in maniera molto esplicita che se vincesse il No, andrebbe via da palazzo Chigi. A quel punto secondo lei il PD dovrebbe sostenere un governo tecnico?

La premessa è che non è un voto sul governo. Ma Renzi ha imposto una logica plebiscitaria, che rafforza il mio NO, è una logica inaccettabile. Nessuno della maggioranza di Renzi ha chiesto le sue dimissioni. Per cui sarà una sua scelta personale.

Ma se Renzi facesse un passo indietro

A quel punto toccherà al presidente Mattarella valutare . Ma il Pd ha 400 parlamentari e si dovrà far carico della governabilità.

La palla torna a voi quindi?

Quello del governo tecnico è uno o spauracchio agitato da Renzi, ma che non funziona, perché la maggioranza dei parlamentari è del Pd. Il governo che arriverà dopo questo eventuale passo indietro di Renzi nascerà con i voti del Pd. Questa cosa del governo tecnico esisterà solo se il Pd lo vorrà. E’ solo un modo per spaventare l’elettorato.

Dopo 10 anni di Pd si può finalmente sciogliere il nodo sulla figura del segretario e del premier? Possono coincidere?

Non possono. E dopo questi 1000 mille giorni di Renzi abbiamo le prove. Prima non avevamo mai avuto un segretario-Premier. Il Pd ora è ridotto ad essere un capo che va in tv e una sommatoria di comitati elettorali sul territorio. Oggi c’è la prova, prima solo un’opinione.

Facciamo un gioco: prendiamo la macchina del tempo. La riporto a gennaio 2014. A Palazzo Chigi c’è Enrico Letta. Renzi dopo aver vinto il congresso scalpita, diciamo. Lei appoggia quel cambio: si è pentito? Lo rifarebbe con il senno di poi?

(Sospira). Renzi era diventato il capo del partito e dalla segreteria bombardava Palazzo Chigi. Aveva i numeri in direzione e anche tra i gruppi parlamentari. Ad Enrico Letta molti hanno chiesto di candidarsi al congresso del 2013 contro Renzi, quando Enrico Letta era già premier, per immaginare una ripartenza della stagione di governo. Lui non lo fece.

Anche lei glielo ha chiesto?

Io ero tra coloro i quali avrebbe valutato positivamente una sua candidatura. Non era più sostenibile una situazione in cui il segretario del partito di maggioranza bombardava la presidenza del Consiglio. Non poteva reggere quella situazione. Ma c’era altro a quell’epoca.

Cioè?

In tanti hanno creduto che con Renzi al governo e alla guida del PD l’argine ai populismi sarebbe stato più alto. Questo cosa ha funzionato per qualche mese, fino alle Europee, poi alcune scelte ci hanno messo in rotta di collisione con la nostra gente. E i risultati delle amministrative ce lo hanno dimostrato.

Poniamo che Renzi la chiami il 4 sera, dopo la vittoria del No. Cosa gli direbbe oltre a “Te l’avevo detto io di non personalizzare”? Che consiglio darebbe al suo segretario?

Scommetto che non mi chiama.

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