Esteri

Brazil, vaccinato contro la recessione

20 marzo 2009

Obama promette ai suoi cittadini di uscire dalla crisi, in un futuro ancora indeterminato. L’Europa arranca e svaluta il costo del denaro a livelli mai visti per la sua moneta. La Cina è sull’orlo di una crisi sociale che potrebbe lasciare enormi cicatrici per gli anni a venire. Chi sta facendo la differenza?

È TEMPO DI SAMBA – L’autorevole rivista Time magazine, nello scorso numero della sua versione internazionale ha pubblicato due approfondimenti sul Brasile di Lula (qui e qui) e la sua efficiente ricetta anti-crisi. Secondo gli analisti del settimanale tra i più diffusi al mondo, l’economia brasiliana, decima al mondo in volume  - grazie al lavoro del suo presidente -, è riuscita a trovare il giusto compromesso per immunizzarsi dalla crisi. Sostanzialmente il merito di Lula è stato quello di trovare un giusto equilibrio tra liberalizzazioni e incentivi alle piccole e medie imprese da una parte e solidi aiuti alla parte più povera del più vasto paese sudamericano. Riuscendo meglio della vecchia Europa, i risultati portati mostrano quando il modello Brasile non solo è vincente, ma anche potenzialmente esportabile. Già Lula era stato santificato in vita dai media internazionali all’inizio del primo mandato, ma dopo gli ultimi scandali, e con l’ascesa di un ancora più carismatico presidente nero degli Stati Uniti d’America, nessuno presagiva che Lula tornasse sulle penne e nelle telecamere del resto del mondo. Solo i più maligni potrebbero notare che questa nuova invasione mediatica sia apparsa nello stesso periodo in cui è esploso il carnevale; seri e preparati giornalisti non baratterebbero mai l’idea di un buon pezzo solo per andare a vedere le scuole di samba di Rio.

UNA STORIA DI SUCCESSO – È già passato un anno dal discorso che Luiz Inàcio Lula da Silva tenne a Madrid, ma la serenità del presidente brasiliano è rimasta la stessa. “E’ finito il mondo in cui si credeva che il mercato potesse fare qualsiasi cosa” esordì trionfante nell’occasione, spiegando che finalmente “i paesi emergenti non erano più dipendenti dalle ‘cure’ del Fondo Monetario Internazionale”. Un discorso che sembrava scritto da Hugo Chavez. In realtà Lula è forte della cura internazionale che ha portato a una riduzione del debito pubblico e di una legge sulle banche che le obbliga a conti trasparenti e basi liquide pari ad almeno l’undici per cento delle loro operazioni. Numeri da far impallidire i sistemi economici americani, ma anche europei. Insomma, il Brasile non è più un paese sotto esame, e l’ottanta per cento dei consensi di cui gode Lula (nonostante i ricorrenti scandali politici e giudiziari dei suoi colonnelli) lo confermano, anche da un punto di vista interno. Questa fiducia si è consolidata grazie alle riserve in valute estere (valutate intorno ai 205 miliardi di dollari, quattro volte il valore che avevano nel 2004), maggiori possibilità per le province (una sorta di macro regioni italiane, ma molto più attive e importanti che le omologhe italiane) di influire nello sviluppo delle piccole e medie imprese, e una forte presenza di capitali nazionali nel sistema bancario (solo il 30% sono straniere, rispetto per esempio allo 80% del Messico) che privilegia accuratamente gli investimenti in Brasile piuttosto che all’estero. Poi ci sono gli investimenti statati nelle infrastrutture, un progetto da 263 miliardi di dollari, calcolati come somma degli investimenti diretti e riduzione delle tasse. Da non sottovalutare il ruolo della Petrobas, la compagnia statale petrolifera, che nonostante la crisi ha confermato un progetto di espansione (andando ad attingere a giacimenti off shore) da 174 miliardi di dollari.

QUESTIONE DI (MICRO) CREDITO – Una delle scommesse vinte da Lula è stato il micro-credito come modo di avviare l’economia partendo dalle favela e dai più indigenti. Un progetto che ha superato il vecchio metodo assistenzialista statale della sinistra latino americana fatto di forti sovvenzioni ai disoccupati. Il metodo Yunus è stato preso in carico dallo Stato, che vi ha anche associato un vasto programma di vaccinazione ed incentivo all’educazione scolastica su scala nazionale: il progetto da 20 miliardi chiamato Bolsa Famìlia. E se l’aspettativa di una crescita per il 2009 intorno al 2% (sì, crescita!) del ministro dell’economia Guido Mantega sarà rispettata, si dovrà dire grazie a questo nuovo esercito di piccolissimi imprenditori, gli ex meninos de rua di Brasilia, Rio e degli altri grandi conglomerati urbani brasiliani.

4 commenti a Brazil, vaccinato contro la recessione

  1. E perchè no?
    Di attrazioni ce ne sono a iosa…

    ^_^

  2. ale

    No, per favore, statevene in Italia! Qui in Brasile è già pieno di italiani furbetti che vengono a farsi le ragazzine o a sfruttare senza scrupoli la mano d’opera a basso costo e che, invariabilmente, tessono le lodi di Berlusconi e danno addosso a Lula perché è un comunista.

  3. SigPar

    alla fine praticamente ognuno ha la sua visione opposta, ok che in “medium stat veritas” però com’è possibile che fonti così attendibili riportino dei dati così diversi?

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