PAOLO SORRENTINO INTERVISTA
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Paolo Sorrentino: «Il mio The Young Pope? Un estremista. Un settario. Un fondamentalista»

PAOLO SORRENTINO INTERVISTA | THE YOUNG POPE

Venerdì 21 ottobre arriverà, finalmente, sul piccolo schermo The Young Pope la serie TV firmata dal Premio Oscar Paolo Sorrentino, una produzione originale Sky, HBO e Canal+, prodotta da Wildside e coprodotta da Haut et Court TV e Mediapro. Alle 21.15 su Sky Atlantic HD e Sky Cinema 1 HD, disponibile anche su Sky GoSky On Demand e in streaming su NOW TV, la internet tv di Sky, andranno le prime due puntate.

PAOLO SORRENTINO INTERVISTA: «IL MIO THE YOUNG POPE? UN ESTREMISTA»

Paolo Sorrentino ha rilasciato una lunga intervista al canale satellitare in cui racconta un’esperienza lunga due anni.

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Paolo Sorrentino, The Young Pope è la prima serie televisiva di cui firma la regia. Perché ha deciso di affrontare un territorio che fino a ieri non aveva ancora esplorato?
Per curiosità. Negli ultimi anni molti grandi registi hanno contribuito a portare le serie fuori dai vecchi canoni tradizionali del feuilleton e dello sceneggiato che in un’epoca non troppo lontana dominavano lo scenario televisivo. La possibilità di sperimentare in libertà lungo l’arco di una storia così complessa e sfaccettata mi è parsa un’enorme occasione di spaziare con la fantasia senza rinunciare a tutti quegli elementi narrativi che per ragioni di tempo e di spazio, nel racconto cinematografico, spesso invece vengono sacrificati.

Cos’altro l’ha spinta ad accettare la sfida?
La libertà che i committenti, Lorenzo Mieli e Mario Gianani – con i quali volevo lavorare da tempo, e Sky e gli altri broadcaster che hanno prodotto la serie – mi hanno garantito fin dal primo giorno. Con loro ho potuto pensare e realizzare un film di dieci ore.

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L’unica strada che mi sentissi di percorrere: continuare a fare cinema, con la sola differenza di immaginare il racconto su un tempo più lungo, perché la serie televisiva è una sorta di figlio fortunato della letteratura e del cinema. Ha i tempi dilatati del romanzo e le possibilità visive che negli ultimi anni, soprattutto grazie agli americani, hanno raggiunto uno standard qualitativo e di investimento economico degni del grande cinema.

Perché un film sul Papa?
All’epoca de La Grande Bellezza, discutendo con i produttori di The Young Pope di un’ipotesi di lavoro futura, ragionammo sulla possibilità di fare un film su Padre Pio partendo dal libro di Sergio Luzzatto. Nonostante la storia fosse interessante e il valore del volume indiscutibile, ci rendemmo conto che avremmo riproposto – pur da un’angolazione diversa – un tema già dipanato in modo esaustivo da molti altri registi. L’idea di una serie televisiva sul Papa, su un Papa diverso da tutti gli altri, ci venne qualche mese dopo.

Che pericoli vedeva all’orizzonte per voler girare un film che si discostasse in modo così marcato dai precedenti televisivi?
C’erano tre o quattro macro insiemi da cui volevo tenermi a distanza di sicurezza: la serie agiografica, quella cronachistica, quella che strizza complice l’occhio ai laici e quella orientata sulla curiosità morbosa assetata di mistero o di scandalo applicata al racconto televisivo. Non volevo soprattutto che l’impostazione di The Young Pope risentisse dei condizionamenti della cultura del luogo d’origine, in questo caso l’Italia, né del punto di vista americano, da sempre storicamente orientato a vedere trame e ombre negli affari vaticani che nella Santa Sede esistono sicuramente, ma che spesso le alte sfere vaticane sono abilissime a rivelare da sé.
Come è arrivato a immaginare il suo Papa, signor Sorrentino?
Riflettendo su un film per la televisione che avesse come sfondo il sempre difficile tema della religione, mi venne un’idea apparentemente balorda. “Perché non pensiamo a un Pontefice che sia agli antipodi di Papa Francesco?”. Dopo un capo della Chiesa così legato al felice rapporto con la gente e con le folle, immaginai un alter ego totalmente diverso da lui. Un uomo legato alla tradizione e ai riti ancestrali della Chiesa cattolica. Un Papa che chiudesse – invece di aprire e senza recitare da conciliante pastore di anime capace di persuadere persone molto distanti da sé – e allontanasse gli empi dalla Chiesa bollandoli di indegnità. Un Papa che rimproverasse i fedeli richiamandoli a un sacrificio assoluto, a un fideismo di stampo oscurantista.

Il ritratto di Papa Lenny Belardo, interpretato sullo schermo da Jude Law. Come è arrivato a scegliere proprio lui?
L’avevo visto qualche anno fa in Era mio padre di Sam Mendes e mi aveva incantato per la camminata. In quel film Jude camminava in un modo che rivelava tutto il mondo interiore del suo personaggio. Un attore che attraverso un movimento del corpo è in grado di dire così tanto su un personaggio è un attore fuori dal comune. È qualcosa di fenomenale. Quell’andatura stanca e inevitabile mi aveva totalmente strabiliato. Ho pensato che si potesse partire da lì, ovvero da un talento sterminato. E solo un talento sterminato poteva caricarsi sulle spalle, senza facili derive agiografiche, un personaggio così difficile come quello di un Papa che non esiste nella realtà.

Law si è rivelato l’attore che cercava?
Tra il personaggio del Papa giovane e Jude Law c’erano molti punti di contatto. L’età, l’aspetto fisico, il fascino e la capacità di impersonare quella doppiezza che volevo dare al personaggio. Desideravo dirigere un attore capace di mettere in scena un aspetto della vita e il suo contrario e Jude si è rivelato quel tipo di attore. Ha avuto eccezionali capacità di concentrazione e resistenza. Il film era lungo e lui si è messo a disposizione con una professionalità e un’attenzione non comuni. Ha avuto fiducia in me: per un regista la fiducia dell’attore è il regalo che evita tutta una serie di sgradevoli problemi sul set. Problemi che con Jude non ho avuto. Lavorare con lui è stata una gioia, ricomincerei domani mattina perché ha rivelato due doti importantissime per questo ruolo: incoscienza e consapevolezza. Due doti in contraddizione. Ma è questo che fanno i grandi talenti, rendono possibili le contraddizioni. Ci voleva un coraggio che sfociava nell’incoscienza per abbracciare questo personaggio e renderlo credibile e, allo stesso tempo, ci vuole la costruzione di un mondo consapevole, che passa anche attraverso il movimento del corpo, dei gesti, dei timbri, dell’uso della parola e degli sguardi.

Nel suo film, Papa Belardo è il Pontefice che nessuno si aspetta.
Un Papa che fin dal nome che sceglie per il Pontificato – Pio XIII – si richiama ai suoi predecessori più reazionari. Un uomo che assurge a un ruolo di sconvolgente responsabilità approcciandolo con apparente mancanza di buon senso e spiccato infantilismo. Un uomo che si richiama al passato e nega il futuro. Un Papa immaginario e inverosimile è poi diventato il personaggio di un film e – parlando con gli esperti – persino una concreta possibilità all’orizzonte. Dopo Bergoglio, il Papa del dialogo, nulla esclude che in futuro, anche per discontinuità con il predecessore, arrivi un Pontefice meno illuminato e progressista dell’attuale.

Lenny – ci suggerisce The Young Pope – è il successore di Francesco?
Chi lo sa? Lenny è una possibilità aperta davanti al cattolicesimo: un improvviso bisogno di durezza che pensa “davvero” di rispondere così alle sfide della modernità e alla mancata comprensione di un mondo diventato tutto a un tratto troppo largo e troppo difficile da codificare. Lenny è la premessa, il germe di un fondamentalismo cattolico che noi escludiamo a priori, proprio come 50 anni fa avremmo escluso il fondamentalismo islamico.

Ritorniamo alla finzione. Cosa ha voluto raccontare con The Young Pope?
Non è facile recintare in poche parole un film così lungo su un mondo così complesso, ma se dovessi fare una sintesi direi che The Young Pope fotografa una o più solitudini che abitano un territorio compresso e limitato che di per sé è già il manifesto dell’isolamento e della solitudine. Il Vaticano è uno Stato atipico. Una città diversa da tutte le altre. Un posto in cui vuoi per i dogmi religiosi, vuoi per le leggi che ne regolano la quotidianità, la solitudine è un dato percepibile, qualcosa che puoi quasi toccare con mano.

Cos’è dunque questo film?
Un apologo sul Papa, sul potere, su Dio, sulla normalità che ammanta un luogo fuori dall’ordinario? È un film sulla solitudine, che è il punto cruciale della condizione umana. Anche il Vangelo quando arriva al suo culmine narrativo, quando vuol far vedere che davvero Dio si è fatto uomo, gli fa sentire in croce la solitudine del “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?”. La solitudine come centro della condizione umana era il mio tema. E mostrarla in una figura anomala come il Papa che metto in scena è un espediente utile a trasformarla in racconto.

Lenny e gli altri sono quindi dei pretesti?
Lenny vive la solitudine come abbandono, ma la sua è la condizione di tutti. Quelli che si perdono nel potere si smarriscono perché hanno paura della solitudine. Una solitudine che anche Lenny cerca in lunghe pause di otium in cui non fa nulla tranne aspettare quella solitudine che ben conosce.

Guardando alla sua filmografia, non è la prima volta che lei poggia il suo sguardo sulla solitudine.
Ho sempre fatto film in cui ho raccontato di uomini che hanno scelto di essere soli. Ne Il Divo c’era qualche vaga affinità con The Young Pope, con la differenza non secondaria data dal diverso grado di importanza della missione. Se ti chiami Andreotti e gestisci il potere politico ti condanni a una vita di solitudine e all’impossibilità di comunicare con il prossimo, ma se alla gestione dello Stato affianchi un ruolo che investe la condotta morale dei fedeli e il tuo interlocutore è Dio, la solitudine di cui parliamo, soprattutto se attraversata dai dubbi, diventa esponenziale e veramente insostenibile.

Ha parlato di dubbi. In The Young Pope non c’è personaggio che non attraversi una propria crisi morale.
Come accade agli uomini che vivono in Vaticano perché di uomini, di esseri umani – e non di santi o di eroi – mi interessava parlare. Degli aspetti disdicevoli e dei bisogni mediocri, della gelosia e delle spinte meno nobili dell’animo che convivono e confliggono in ognuno di noi. Nei laici, nei religiosi, e quindi anche nei prelati che abitano le stanze vaticane. Persone a cui è stato chiesto di spogliarsi dei bisogni terreni per diventare figli di Dio, apostoli del Verbo, missionari distanti dalla tentazione. L’antinomia tra questi due universi e le psicologie di chi era chiamato alla scelta di abbandonare il mondo dei civili per dedicare la vita a un’altra realtà mi affascinavano moltissimo.

Per una ragione in particolare?
Per mia natura, proprio perché il mio egoismo trabocca, sono sempre rapito da chi è disposto a rinunciare a qualsiasi cosa pur di aiutare il prossimo. Avevo tentato di raccontare una di queste persone con la figura della Santa ne La Grande Bellezza, ma forse non ci avevo creduto fino in fondo annegando le domande assolute e la spiritualità nell’ironia di fondo.

Nella sua rappresentazione del Vaticano e dei personaggi che lo attraversano, non solo non manca l’ironia, ma il trascendente e il terreno si sfiorano in continuazione.
La contaminazione tra l’alto e il basso in Vaticano è molto evidente. Da un lato il sontuoso apparato visivo e iconografico eretto nei secoli è lì proprio per incutere sacrale rispetto e ponderato timore in chi si affacci soggiogato a valutarne la magnificenza. Dall’altro, il Vaticano è uno Stato e ha i problemi di tutti gli Stati: il bancomat che deve erogare denaro, la farmacia che deve fornire medicinali, il bar che deve rifornirsi di derrate. Il Vaticano è anche un luogo in cui osservando la Cupola della Basilica di San Pietro, una delle creazioni umane più mirabili di sempre, puoi voltare lo sguardo di venti centimetri e incontrare una guardia svizzera annoiata che guarda un programma in tv.

La fede richiede sacrificio e domande.
Papa Francesco ha recentemente detto a Villa Nazareth che una fede che non sia traversata dal dubbio non è completa. Nella serie noi vediamo molto più del dubbio: vediamo il buio della fede nelle due facce. Ipocrisia e santità. Dove alla fine è soltanto il restare attaccati alla realtà della vita umana – un gol di Maradona o l’intelligenza di un disabile – che rende vivibile la fede.

Come si è documentato sul Papa e sulla vita di tutti i giorni sotto le volte vaticane prima di iniziare a girare?
L’argomento è vastissimo e per possederne tutti i rudimenti avrei dovuto iniziare a girare tra 25 anni. È stata una ricerca magmatica: ho iniziato dalle cose basilari e poi sono passato a leggere molti diari e biografie di Cardinali, quelle autorevoli e quelle più leggere. Forse le più interessanti.
La leggerezza disinibisce e porta alla luce cose che altrimenti non avresti mai saputo. Per il resto, per tutto il resto, mi ha aiutato un brillante giornalista e teologo, Alberto Melloni. Il suo apporto è stato fondamentale.

Nel raccontare la routine settimanale che precede l’incontro con i fedeli, al numero degli stessi in piazza e al marketing Vaticano, retto nel film da Cécile de France, viene data notevole importanza.
Non è un caso. Una delle cose che ho imparato documentandomi prima di scrivere questa serie è che la grande paura, l’ossessione più urgente che si respira nelle alte sfere vaticane è quella del numero dei fedeli. Il rapporto di quantità è importante. Quanti fedeli abbiamo? Quanti ne stiamo perdendo? Quanti ne possiamo riconquistare?

È stato complicato girare The Young Pope?
È stato molto costoso e complicato perché, proprio come ci aspettavamo, il Vaticano non ha offerto nessun tipo di collaborazione. E quando dico nessuna intendo proprio nessuna. Abbiamo dovuto ricostruire gli ambienti utilizzando scorci e luoghi molto diversi tra loro chiedendoci in continuazione se quel che avevamo messo in scena, nella sua diversità, fosse coerente con la pretesa di mostrare un’unità d’ambiente che di per sé, anche nella versione reale, è già un affastellamento di età e stili di epoche diverse.

La serie a un tratto esce dal Vaticano e si sposta a Venezia, in Africa e in America.
Evadere con la troupe a Venezia, in Africa o in America ha rappresentato una piccola liberazione. È stato un bel viaggio, anche per la testa. Girando sempre per così tanti mesi in un Vaticano immaginario ci sentivamo un po’ prigionieri avvertendo quasi lo stesso senso di oppressione che sfiora alcuni personaggi del film. Che è un film sulla solitudine, come abbiamo detto, ma anche sulla prigionia, sulla difficoltà di una seconda vocazione, sul dubbio, sulla rabbia, sull’ambizione, sul potere, sulla difficoltà di essere adulti e su tutta una vasta gamma di sentimenti molto terreni e molto umani. È una saga epica a tutto tondo.

Perché ha deciso di ambientare la sua saga proprio in Vaticano?
Perché è un luogo in cui esistono e si muovono figure che si contraddicono e io amo la contraddizione. Sono figure animate da una domanda, da un bisogno e da una necessità ricorrenti. Come dice nel film il Cardinal Caltanissetta, uno dei più anziani dell’intero Concistoro, Toni Bertorelli, il problema non è tanto credere in Dio e domandarsi se esista o meno, né ricevere risposta a un dilemma inestricabile, ciò che è veramente interessante, anche nel dubbio, è la sua imprescindibile necessità.

Una necessità che avverte anche Lenny Belardo. La biografia del primo Papa americano della storia è tutt’altro che lineare.
Fin dall’inizio di The Young Pope raccontiamo che il Papa, il primo Papa americano della storia della Chiesa, è stato abbandonato dai suoi genitori. La sua vita privata fin dall’infanzia è segnata dalla solitudine, è abituato a cavarsela da solo. Belardo è ancora un bambino, eppure è costretto ad affrontare il mondo in chiave adulta. Quando diventa Papa, le sue vicende di natura privata e i suoi traumi infantili ricadono su un miliardo di fedeli. Lo seguiamo in quello che è a tutti gli effetti un romanzo di formazione dai molti nodi irrisolti.

Perché irrisolti?
Tecnicamente Papa Belardo non è orfano. Ignora la sorte dei suoi genitori, ma essendo stato abbandonato da bambino non può essere sicuro di nulla, tanto meno della loro morte. La sospensione del dolore e il limbo esistenziale in cui si trova Belardo non si risolve in un dolore privato, ma si proietta sugli altri personaggi diventando uno dei motori della storia.

Ci ha parlato dell’infantilismo di Papa Belardo. Può spiegarsi meglio?
È un Papa in lotta con sé stesso e con i propri fantasmi. Un uomo che cerca di liberarsi di un’infanzia drammatica pur avendo con l’infanzia un legame fortissimo. L’ambizione che nutre non è mai figlia dell’ambizione in sé, ma un prodotto del suo complicato tentare di affrancarsi dalla condizione di figlio per diventare padre di centinaia di milioni di fedeli. Come è ovvio il suo non è un percorso facile, né privo di errori, perché gli viene chiesto di trasformarsi repentinamente. Gli viene chiesto di abdicare dalla semplicità per entrare in un mondo molto più complesso.

A un primo sguardo, il Papa giunto al soglio Pontificio, non trasmette ai fedeli la sensazione di potersi fidare. Il Papa che mette in scena è lontano dall’essere una brava persona?
Non so proprio cosa significhi brava persona e credo di non volerlo neanche scoprire. Lenny Belardo è un essere umano come tutti e proprio perché l’umanità è interessante perché nessuno è uguale a un altro, le sue mosse sono imprevedibili. Papa Belardo non è né buono né cattivo: deve dipanare una contraddizione interiore all’interno di una missione più grande, quella di Pontefice.

Per il ruolo di Suor Mary, la suora che aiuterà Belardo a sciogliere il nodo, la stessa donna che lo ha accudito e cresciuto quando era bambino, lei ha scelto Diane Keaton.
Per me è stata una specie di sfida, e così è stato senz’altro anche per lei. Mi sembrava che questa
straordinaria attrice avesse frequentato per troppo tempo la sola commedia e che invece, molti anni prima, avesse fatto intravedere un eccezionale talento anche per i ruoli drammatici. Proporle una parte non comica mi pareva più interessante che affidarle un compito che lei ormai supera a occhi chiusi. Le sue paure private, il timore di affrontare un personaggio di quel genere a distanza di così tanto tempo sono entrate a piedi uniti nel personaggio di Sister Mary e hanno restituito un’interpretazione che neanche io avevo previsto fino in fondo.

Un Papa non progressista e quindi lontanissimo dal proporre rivoluzioni?
Esattamente il contrario. Acceso dalla sua spinta interiore da eterno adolescente, a differenza dei Pontefici che valutano e soppesano ogni mossa per poi optare in direzione del compromesso, Belardo è un estremista. Un settario. Un fondamentalista. Un apocalittico. Fa quel che ritiene giusto e agisce. È una figura dura, uno per cui gli esseri umani dovrebbero essere mossi da un’unica missione: credere in Dio e crederci rinunciando quasi a tutto il resto. Il teorema su cui si innesta il suo papato è la chiusura. Una chiusura che dovrebbe alimentare curiosità nei fedeli e portarli a sposare senza riserve gli impulsi ultraconservatori del loro Papa. Belardo pretende una devozione assoluta e totale. Non un’aderenza parziale che è quella che alla Chiesa dedicano la maggior parte delle persone. Con lui non puoi stare nella fede con un piede dentro e un piede fuori o declinare il tuo credo a seconda delle tue esigenze e dei tuoi desideri di trasgressione.
Nell’imporre il proprio punto di vista, Papa Belardo esercita un potere. Il tema della gestione del potere è una costante della sua opera.
Ho sempre considerato il racconto del potere come una grande occasione per giungere alla verità. Per stanare dall’ombra e dalle buone maniere chi si nasconde dietro alla forma e rivelarne le reali intenzioni. Il potere è una formidabile chiave interpretativa sull’uomo e sulle sue doppiezze.

Qual è il tono della serie?
Per fortuna in The Young Pope non è facilmente rintracciabile un solo tono: sarebbe stancante. Siamo stati attenti a non smarrire mai l’ironia, una sorta di filo conduttore che attraversa tutta la serie e che credo alberghi anche in Vaticano perché il tempo libero – che nella Santa Sede non manca mai – è un generatore continuo di ironia.

La messa in scena delle liturgie vaticane è veramente spettacolare.
Ogni singola puntata della serie è stata pensata con una fitta sequela di scene e dialoghi che
preludono a una grande e spettacolare messa in scena religiosa. Un lunghissimo parlare – caratteristica endemica di ogni luogo di potere – che esaurite le parole deflagra in una grande messa in scena. D’altronde Dio è il più grande personaggio della letteratura di tutti i tempi, quello che tutti conoscono magari senza aver necessariamente letto la Bibbia o il Vangelo e al tempo stesso il Vaticano è il luogo eletto per lo spettacolo della religione in stile kolossal. Fare una serie su un Papa significava poter attingere a piene mani da letteratura e spettacolo.

Nella serie, il suo sguardo rimane rigidamente nei confini vaticani.
È stata una scelta precisa. Non mi interessava il rapporto tra il Vaticano e il mondo esterno – che infatti nel film vive di riflesso nelle parole degli uomini di Chiesa – ma stare dentro le mura per restituire la realtà di un microcosmo asfittico e claustrofobico.

Ci sono però i chiostri e i giardini incantati che già si erano intravisti ne La Grande Bellezza.
Ci sono perché ho una predilezione per questi luoghi fatati in cui la vita scorre in silenzio. Mi affascina l’idea che dietro a un divieto di sosta nella città di Roma sia sufficiente varcare un portone per entrare in un altro mondo. Un mondo in cui a pochi metri dal caos, incredibilmente, regnano beatitudine e sospensione della realtà. Se ne La Grande Bellezza, Jep Gambardella inseguiva vanamente la beatitudine passeggiando per Roma, in Vaticano la beatitudine è uno stato dell’essere. L’intera struttura sembra eretta perché pace e serenità vi allignino. Scopriremo a poco a poco che si tratta di una beatitudine solo apparente.

Di agevolare i primi giorni da Papa di Jude Law si incarica il Cardinal Voiello, anima politica del Vaticano, interpretato in The Young Pope da Silvio Orlando. È la vostra prima collaborazione.
Ed è strano perché Silvio è un ottimo attore e tra le altre cose, è napoletano come me. Sono felice di avergli offerto questo ruolo ma mi sento un po’ in colpa per averlo costretto a interpretare un personaggio subdolo che non gli somiglia affatto e per averlo sottoposto a sforzi mostruosi con la lingua inglese che non era proprio la sua lingua madre.

Nel film, inizialmente Voiello sembra tramare nell’ombra.
Rispetto a Papa Belardo, Voiello è una figura rovesciata. Voiello è un Cardinale che ama presentarsi come uno straordinario politico e un machiavellico orchestratore di trame. Un Richelieu contemporaneo che sembra appassionarsi solo per il Napoli Calcio e per il potere e che conserva compiaciuto i molti libri che lo demoliscono mettendone in luce il cinico arrivismo. Poi a un tratto, tra le pieghe, inaspettatamente, proprio come tanti altri personaggi della serie, Voiello si scopre quel che non sembra. E dimostra di possedere anche le virtù che si richiedono agli uomini di Chiesa: un’anima più gentile, una bontà, un amore per le persone meno fortunate.

Un’anima veramente gentile, in The Young Pope, è il Cardinal Gutierrez, interpretato da Javier Cámara.
Forse l’unico amico del Papa, l’unica persona di cui Papa Belardo si fidi davvero insieme al ragazzo con cui è cresciuto, Dussolier, è proprio Gutierrez. A Lenny, il Cardinale ispira un sentimento di fiducia e di amicizia. Fiducia ben riposta perché Gutierrez, che ha fama di buono, una persona buona si rivela veramente. Ha il grande dono di saper mettere a proprio agio chiunque, ma come tutti gli altri protagonisti della serie, non è monodimensionale e ha i suoi lati oscuri. Gutierrez è l’esempio di come il Vaticano possa essere anche un convento di clausura. Lui ci è cresciuto come un pollo d’allevamento e dai suoi confini non è mai uscito. Ha una spaventosa paura del mondo esterno e paragonarlo al soldato a cui non hanno detto che la guerra è finita, in fondo, non è sbagliato.

La serie vuole essere una denuncia dei mali della Chiesa o della immoralità del clero?
No e anche per questa ragione non ho attinto a nulla che provenisse dalla recente cronaca nera del cattolicesimo: se vediamo peccati e reati del clero è solo per gettare una piccola luce che illumini il racconto del personaggio.

Quanto c’entra e quanto ha influito la sua fede in Dio nella realizzazione di The Young Pope?
Il mio mestiere è, per definizione, raccontare la condizione umana e dunque non posso permettermi di sentirmi estraneo a niente e a nessuno. Il problema insomma non è se sono credente: nessun credente lo direbbe di sé per paura di peccare di presunzione. Diciamo che mi lascio interrogare dalle mille sfumature della fede e che se ci sarà una seconda serie, magari, saprò definire meglio un rapporto in divenire.

Ha voluto realizzare una sorta di House of Cards vaticana?
Un mondo di maschi senza figli che gestisce un potere immateriale è molto più ricco di sorprese rispetto alla politica di qualsiasi Paese. Sotto questo aspetto il mix di candore e di cinismo dei Cardinali che eleggono Lenny offre innumerevoli spunti: io ho seguito quelli che mi intrigavano di più, ma per il resto non credo di aver realizzato niente di simile ad House of Cards.

Piacerà ai cattolici questo film?
Piacerà se lo guarderanno con il trasporto che merita un quadro. Quando osservi un dipinto non lo fai per controllare se corrisponda al catechismo o per capire se il pittore meriti o meno di essere considerato un buon cattolico. Piacerà se sul film poseranno uno sguardo benevolo, staranno al gioco dei sentimenti umani e si accorgeranno che The Young Pope parla alla loro umanità e prova a togliere dagli occhiali le macchie umide e incrostate del conformismo. Se si aspettano una lettura filologica invece, no, non piacerà.

Cosa le hanno lasciato questi quasi due anni di lavorazione?
Spero abbiano lasciato un bel film, ma per ora, sicuramente hanno lasciato in eredità dubbi ulteriori. Il mio Papa è mosso dal dubbio e dal dubbio sono agitato anch’io. In qualche modo, per quasi due anni, abbiamo camminato fianco a fianco. Abbracciati.