Il World Baseball Classic e le Olimpiadi
18/03/2009 - Non esistono qualificazioni per il World Baseball Classic. Le sedici rappresentative nazionali che vi partecipano sono invitate dagli organizzatori. La prima edizione dell’evento si è svolta nel 2006. Tra le particolarità degne di nota del primo WBC, la location “itinerante”
Non esistono qualificazioni per il World Baseball Classic. Le sedici rappresentative nazionali che vi partecipano sono invitate dagli organizzatori. La prima edizione dell’evento si è svolta nel 2006. Tra le particolarità degne di nota del primo WBC, la location “itinerante” e internazionale, che vide le squadre giocare,
dal 3 al 20 marzo, negli stadi di Tokyo (Giappone), San Juan (Portorico), Lake Buena Vista (Florida), Phoenix e Scottsdale (Arizona), Anaheim e San Diego (California). Presente anche una selezione azzurra, oggetto di scherno da parte della stampa americana non per i poco esaltanti risultati (o meglio, non solo), ma poiché composta pressoché interamente da oriundi (i giocatori furono definiti “carpetbaggers”, dispregiativo con cui si indica qualcuno che si affilia ad una organizzazione solo per opportunismo), tra cui il celebre Mike Piazza. Vincitore del primo World Baseball Classic, il potente Giappone allenato dall’ex stella degli Yomiuri Giants Sadaharu Oh, che in finale, di fronte ai 42 mila spettatori del PETCO Park di San Diego, sconfisse 10-6 la nazionale cubana.
GIOCO, PARTITA, INCONTRO – La seconda edizione del WBC, targata 2009, è tuttora in corso. Ancora una volta 16 squadre, ancora una volta su invito. Presente nuovamente l’Italia, la quale stavolta – in seguito agli appelli dei vertici della Federazione Italiana Baseball e Softball e alla petizione online firmata da allenatori, atleti e dirigenti – può vantare su dieci giocatori provenienti dalla Italian Baseball League nella propria rosa, al fianco di elementi con nomi che non sfigurerebbero nei titoli di coda de “I Soprano” quali Philip Barzilla (San Diego Padres), Lenny Di Nardo (Kansas City Royals), Frank Catalanotto (Texas Rangers) o Jason Grilli (Colorado Rockies). Quattro i gironi, cui è seguito un round-robin a eliminazione diretta: le quattro sopravvissute accederanno alle semifinali, con finalissima prevista per domenica 23 marzo. Mentre gli azzurri sono già stati eliminati (una sola vittoria, contro il Canada, due pesanti sconfitte contro il Venezuela), i favoritissimi Usa, che presentano un roster in cui spiccano pezzi da novanta del calibro di Derek Jeter, Dustin Pedroia o Chipper Jones, si trovano ora a doversi giocare il tutto per tutto nella sfida contro Portorico (già vincente contro di loro 11-1, deludente umiliazione di cui i commentatori sportivi ancora parlano, a giorni di distanza).
WORLD SERIES – Nonostante il più che discreto successo dell’iniziativa – che si può seguire anche in Italia, in esclusiva su ESPN America, canale 213 di SKY – c’è tuttavia da rilevare un elemento impossibile da trascurare. Gli americani, ancora una volta, non la prendono sul serio. Mentre il resto dei partecipanti al WBC dà il meglio di sé, oltre che per vincere, per fare bella figura e magari essere notato da qualche osservatore di qualche franchigia della Major League Baseball, con conseguente firma di contratto multimilionario (e conquista della libertà, con annesso ripudio da parte del governo della propria nazione, nel caso dei giocatori cubani), gli statunitensi non si impegnano. La differenza, secondo l’editorialista Linda Robertson del Miami Herald, sta tutta nell’approccio alla manifestazione: i giocatori delle altre nazionali “amano il fervore patriottico: giocano per il proprio Paese, non per il denaro“. La partita persa contro Puerto Rico, minuscola isola che potrebbe un giorno diventare il 51esimo Stato, sembrerebbe confermarlo, con gli Usa costretti a soccombere, sul proprio territorio, in una disciplina inventata da loro, contro un avversario poco temibile. “Il World Baseball Classic è una farsa” ha scritto Jeff Passan su Yahoo Sports, “Finché gli Stati Uniti continueranno a trattare le partite come poco più di esibizioni, il pubblico americano continuerà a ignorare il WBC – e a ragion veduta”. Un modo per smentire queste affermazioni, per Jeter e compagni, sarebbe imitare quanto fatto dal “Redeem Team” di pallacanestro a Pechino, vincere il torneo, e mettere a tacere i critici. Ma, anche in quel caso, non cambierebbe granché l’approccio americano a eventi come il World Baseball Classic. Come ha notato Joel Sherman sul New York Post, “in questo angolo di mondo, il bene maggior rimane il calendario da 162 partite“, riferendosi al campionato di Major League Baseball. Orgoglio nazionale. Le cui finali, non a caso, si chiamano “World Series”. Che sia una variante sportiva del destino manifesto?












