Massimo D'Alema
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Referendum, D’Alema: «Se vince il No è la fine del Partito della Nazione di Renzi». E provoca la minoranza Pd | VIDEO

Nega tentazioni scissioniste. E rivendica la fedeltà alla vecchia Ditta dem, Massimo D’Alema. Ma guarda oltre. Oltre Matteo Renzi. Ma anche oltre quel referendum costituzionale che, a suo dire, «spacca il Paese». Nel giorno del lancio dei comitati del centrosinistra per il No, nella cornice del Cinema Farnese a Roma, il Lìder Maximo ed ex premier si difende dagli attacchi dei vertici renziani, che lo accusano di volersi soltanto riprendere il Partito democratico, così come di voler scalzare Renzi da Palazzo Chigi. «Non siamo qui per dividere il partito». Ma non nasconde che una vittoria del fronte del No avrebbe conseguenze anche per il Nazareno: «Segnerebbe la fine del Partito della Nazione renziano. Sarebbe un bene per il Pd e per il Paese».

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MASSIMO D’ALEMA: «RENZI INDICHI LA DATA, ATTESA SGRADEVOLE»

MASSIMO D’ALEMA CONTRO TUTTI. ATTACCA RENZI. E SI SMARCA DA BERSANI

Ne ha per tutti, Massimo D’Alema. Si scaglia contro il premier, che lo considera come un simbolo della conservazione: «Dice tutto e il contrario di tutto. Ma se un duello personale c’è stato, è stato promosso da lui, che ha detto che il suo obiettivo era rottamare D’Alema». Ma boccia soprattutto la riforma costituzionale. Quella che, secondo l’ex premier, riflette – e non poco – quel tentativo berlusconiano già bocciato dal centrosinistra e dall’elettorato nel 2006. Ma D’Alema critica pure l’impianto dell’Italicum, che ricalca in gran parte i difetti di quel Porcellum già bocciato dalla Consulta. La stessa Corte che il 4 ottobre dovrà esprimersi pure sull’attuale legge elettorale, già presa d’assalto da mezzo arco parlamentare. «Una vittoria dei No è la garanzia che sarà rivista. E non per un regalo del premier. Né ci saranno elezioni anticipate. Il governo andrà avanti, o se ne formerà un altro, non ci interessa».

MASSIMO D’ALEMA PUNGE LA MINORANZA DEM: «PRIMA O POI SI DECIDA»

Ma non è l’Italicum l’obiettivo principale dell’assalto dalemiano. Non è un caso che D’Alema si smarchi da Pierluigi Bersani e da quella minoranza Pd che resta ambigua sulla consultazione referendaria, legando l’eventuale sostegno alle possibili modifiche della stessa legge elettorale. «Deluso della loro assenza? No, lo sapevo. Noi ci parliamo», replica sarcastico D’Alema a Giornalettismo. Ma non risparmia frecciate verso l’attendismo dei leader della minoranza interna: «Hanno chiesto un’iniziativa politica del premier per la modifica della legge elettorale, al momento non c’è, né è stata annunciata. Spero che ne traggano le conseguenze. Prima o poi…».

CHI C’ERA AL LANCIO DEI COMITATI DEL NO DI D’ALEMA

Per il momento, però, Bersani, Speranza e Cuperlo prendono tempo. Al Cinema Farnese, oltre ai pontieri di Sinistra Italiana – da Alfredo D’Attore al capogruppo Arturo Scotto – a volti noti del passato come l’ex Ds Pietro Folena o gli ex ministri Cesare Salvi e Alessandro Bianchi, si vedono soltanto le seconde linee della minoranza Pd. C’è qualche europarlamentare come Massimo Paolucci e Antonio Panzieri. C’è il senatore bresciano Paolo Corsini, la collega ex civatiana Lucrezia Ricchiuti, il bersaniano Massimo Mucchetti. Ma sono parlamentari che hanno abbracciato da tempo, pubblicamente, le ragioni del No. Così come Tocci, Manconi e pochi altri. In attesa che la gran parte della truppa bersaniana, ancora in attesa di un segnale da Palazzo Chigi, sciolga la sua riserva. «Abbiamo sbagliato a votare in Senato il disegno di legge Boschi? Era il prezzo di un compromesso, una mediazione per migliorare la legge. Ma l’impegno sull’elezione diretta dei senatori non è stato rispettato», si difende Corsini. «E Bersani? La sua posizione non è ambigua, è chiara. Critica il combinato disposto, attende di sapere quali saranno le scelte di Renzi». La solita strategia del penultimatum, con il rischio di arrivare fuori tempo massimo: «Bersani fa le sue scelte, ma c’è ancora tempo», aggiunge Mucchetti.

Certo, le posizioni restano distanti. Almeno per ora. Con D’Alema che si è già intestato la battaglia per il No, scagliandosi contro quella «maggioranza che ha cambiato la Costituzione», senza, a suo avviso, avere «il mandato per farlo». «Una maggioranza trasformista, formata grazie alla trasmigrazione di parlamentari eletti sulla base di una legge incostituzionale», è il chiaro riferimento ai Verdini e Alfano di turno. Ovvero, la stampella centrista che punta da mesi a “sostituirsi” alla stessa minoranza Pd, già alla corte di Renzi. Quel premier che ora viene accusato anche di prendere tempo sulla data, per tentare di recuperare consensi: «Si decida, trovo sgradevole quest’attesa. Sembra una furbizia…», è l’affondo dalemiano.

Ma se in passato l’ex presidente del Consiglio non si è fatto troppi scrupoli a evocare il fantasma della scissione, ora sembra quasi correggere la rotta. Non intende lasciare il Pd, ma rivendica la posizione del No, indicando per la guida del comitato nazionale il giurista Guido Calvi, già suo avvocato. «Ci sono quelli che sono e restano nel Pd, come il sottoscritto. Come ha affermato il presidente del Pd, vige la legittimità dell’opinione in dissenso». Ma l’obiettivo di lungo corso va oltre la stessa consultazione di fine novembre o inizio dicembre: «Non perdiamoci di vista…», è il messaggio che manda alla platea. E ancora: «Non è vero che la vittoria dei No precluderà ogni possibilità riformatrice. Basta un intervento limitato sul numero dei parlamentari, l’abolizione della navetta e poco altro. Ne discuteremo. Ma non sarà la legge D’Alema, sarà scritta da costituzionalisti. E spero possa essere largamente condivisa», rivendica, anticipando un progetto di “controriforma”. Prima, però, c’è un referendum da vincere. Una partita che, sondaggi alla mano, è ancora aperta. Aspettando che pure la minoranza Pd scelga cosa fare.