La rivoluzione demografica che ha attraversato l’America negli ultimi 20 anni ha ridefinito il baricentro della politica americana in senso progressista. E’ la rivincita di McGovern, sulla quale Obama e i democratici possono ora prosperare, spiegata dal sociologo Rui Teixeira
Nel 2002 un giornalista di simpatie socialiste, John Judis, e un sociologo progressista, Rui Teixeira del Center For American Progress, scrissero un libro intitolato “ The emerging democratici majority“, una chiara allusione al
celeberrimo ” The emerging republican majority” di Kevin Philips, il testo uscito nel 1969 all’alba del collasso della New Deal Coalition che predisse l’evoluzione conservatrice della politica americana dei decenni successivi. La riflessione di Teixeira e Judis si basava sul cambiamento della società statunitense, sempre meno bianca, cristiana, rurale e con sempre più laureati e aree metropolitane, tutti mutamenti che avrebbero favorito i progressisti. Se molti repubblicani e numerosi analisti conservatori derisero o ignorarano le tesi di Teixeira, i risultati delle elezioni del 2006 e nel 2008, le più favorevoli per i democratici dai tempi dei trionfi liberal del 1962/1964, hanno nettamente rivalutato gli studi condotti dal sociologo del Center For American Progress.
RUI STRIKES BACK – La settimana scorsa il sito del Cap ha pubblicato il nuovo paper di Rui Teixeira, che mostra l’evidente cambiamento del baricentro della politica americana. Il dato più preoccupante per i conservatori è la crescita delle minoranze etniche, che nel 2008 hanno costituito circa un quarto dell’elettorato. Obama ha vinto questo segmento di voto 80 a 20, un margine che proietta i repubblicani all’opposizione perenne senza un rapido incremento del Gop tra i nuovi americani. Nel 2042, gli Stati Uniti diventeranno una Nazione majority-minority, nella quale gli appartenenti alle minoranze razziali saranno più numerosi della maggioranza(relativa) dei bianchi. Le proiezioni dell’ufficio di censimento statunitense (U.S. Census) prevedono che già nel 2023 tra gli under 18 saranno più numerosi gli americani di origine non caucasica. Attualmente quatto Stati sono majority-minority, e sono stati vinti da Obama con l’eccezione del Texas, dove il candidato democratico ha ottenuto il miglior risultato degli ultimi 30 anni senza investire un dollaro. Ma le brutte notizie per il Gop non si esauriscono nelle minoranze razziali, totalmente dimenticate dal partito a parte la significativa eccezione di W Bush, che però è crollato in questo segmento dopo gli ottimi risultati del 2004.
ADDIO A BUBBA – L’altra brutta notizia per i repubblicani è il declino, costante ed inesorabile, della white working class, il bastione della classe media. Negli ultimi venti anni i bianchi senza un titolo acquisito al college e impiegati nell’industria e nei servizi sono calati di ben 15 punti, perdendo così il ruolo centrale che hanno avuto nella politica americana degli ultimi 40 anni. Da quando gli operai cattolici di origine polacca o i poliziotti irlandesi hanno reciso il legame coi democratici nato ai tempi di FDR, i repubblicani e il conservatorismo in generale è riuscito a dominare l’agenda degli Usa. La rivoluzione liberista accoppiata alla svolta militarista degli anni ‘80 si poggiò sui Reagan Democrats, mentre lo stesso Bill Clinton ripiegò le temperie liberal dei primi due anni di mandato per non perdere il rapporto coi Bubba che abitavano le periferie suburbane di Ohio e Pennsylvania. Mentre sono sempre meno i bianchi senza istruzione universitaria, crescono in modo impetuoso i laureati e i lavoratori specializzati definiti come professionals. Se una volta questa categoria era un bacino repubblicano, negli ultimi decenni la svolta conservatrice sui temi etici del Gop ha allontanato gli elettori più istruiti, che si riconoscono molto di più nella tolleranza valoriale dei democratici. Se l’opposizione all’aborto può servire ancora per vincere qualche voto nelle aree rurali del Paese, l’intolleranza religiosa dei social conservatives, à la Sarah Palin, è il modo più efficace per allontanare le fasce più colte della società americana, che sono sempre più numerose. In particolare questo dato si riscontra nell’elettorato femminile, il vero punto di forza di Obama e dei democratici. Nel 2008 i maschi si sono divisi a metà tra McCain e l’attuale presidente, mentre le donne hanno preferito il candidato progressista 56 a 43. Più l’elettorato femminile è istruito ed ha un lavoro specializzato, più preferisce i democratici, mentre le single hanno una preferenza quasi plebiscitaria per il centro sinistra a stelle e strisce. Proprio le donne non sposate e con istruzione universitaria sono il gruppo con il maggior tasso di crescita demografica, una prospettiva inquietante per i conservatori.






















Difficile riconoscersi in questa analisi demografico socio-politica.
Trascura due aspetti fondamentali: la tanto conclmata interrazialità e declino del bianco “caucasico” è in realtà determinata dalla crescita impetuosa di una minority -majority molto coesa e poco o punto “aperta” sia sui temi razziali e etici, quella ispanica.Non appena si sarà radicata e saràin grado di esprimere una sua leadership, spazzerà via in due secondi i legami ambigui con il black power tradizionale progressive old skool, quello visibile più in Michelle che in Barack Obama.
Il secondo elemento trascurato in questa lettura è la differenza sostanziale tra Usa e Europa: in declino demografico la seconda al netto dell’apporto migratorio, mentre dalla tanto vituperata età reaganiana ad oggi si assiste a una vigorosa ripresa delle nascite tra i “caucasici” delle classi medie e medio alte, portando assieme all’immigrazione (latica, cattolica, tradizionalista) alla crescita demografica: gliUsa contrariamente all’Europa dopo il “buco” degli anni 70 e 80 sono nuovamente pieni di giovani, educati cattolici (i latinos) o evangelici (i caucasici de Midwest).
Non socmoderei quindi la trita equazione ggiovani uguale progresso: le elezioni in buona sostanza le ha perse l’impopolarità di Bush, la sua elezione a capro espiatorio della crisi economica che ha radici molto lontane e il suo sforzo non riuscito durato otto anni di accattivarsi le simpatie dell’elettorato ispanico.
Con uno dei tipici ritardi storici è salito al potere non un inesistente blocco multirazziale che si riconosce nei valori del progressismo ma una minoranza voltata verso i fasti dell’era dei diritti civili anni ‘60, guidata da un intelligente visionario che ha riunito i nemici ma che non ha “amici”, non tra i tradizionalisti cattolici e un po’ razzisti ispanici e la mid class white in crescita del cuore americano del midwest.
ciao, Abr
Non credo sia utile ripostare cose che ho già scritto, e ho grande stima del lavoro di Teixeira, che è ormai assunto al ruolo di Roubini nella scienza politica americana. Uno che c’ha preso in tempi non sospetti. Cmq, sul voto giovanile ti consiglio questi due post di Ruffini e Mankiw, due repubblicani, che confermano ciò che ha scritto il buon Rui dal 2002.Il suo lavoro si base sul miglior demografo Usa, William Frey.
http://www.thenextright.com/patrick-ruffini/the-straight-ticket-youth-vote
http://gregmankiw.blogspot.com/2008/11/youth-vote-and-gop.html
in generale ti consiglio anche di riguardare l’exit poll delle presidenziali comparato con quelle 2004. Sul sito della Pew trovi un buon lavoro.
saluti
a