Economia

E se ricominciassimo a parlare di politica economica e di sviluppo regionale?

8 agosto 2008

Un fantasma si aggira per l’Italia. Una parola che sembra passata nel dimenticatoio, con il rincorrersi frenetico di dichiarazioni, annunci, provvedimenti spesso incoerenti tra loro. Eppure, se ne sente un gran bisogno. A partire dal rilancio delle politiche per lo sviluppo regionale

E’ stata approvata definitivamente dal Parlamento la manovra economica fatta in 9 minuti e mezzo. In tutta fretta, forse troppa. Costellata  da maxiemendamenti governativi prendere o lasciare, spesso scritti all’insaputa degli stessi ministri competenti, e che ha costretto la maggioranza ad un paio di clamorosi dietro front, come su precari e assegni sociali. E ha fatto fare a volte ai deputati dell’opposizione la figura di chi sta in parlamento senza sapere cosa fare, ad esempio leggersi le norme e trovarci le contraddizioni, senza aspettare che se ne accorgano i giornali, i blog, o i sindacati, come ha fatto notare Franco Bassanini.

POLITICA ECONOMICA, DOVE SEI ? – Così, passata la nottata, finalmente ministri e oppositori, deputati e senatori potranno ora godersi il meritato riposo e, senza la fretta che hanno avuto nell’approvare (o nell’opporsi) alla cieca ai vari provvedimenti, potranno dedicarsi alla ricerca della grande assente di quest’inizio di legislatura: la politica economica. Sì perché in questi due mesi ci sono stati fiumi di annunci in televisione, dei singoli provvedimenti – alcuni giusti, altri molto meno – estemporanei, spesso pure in contraddizione tra loro. Ma di una visione in grado di indirizzare la navicella Italia in questi tempi difficili, non sembra esserci traccia. Che fare di questo nostro paese? Quali scelte strategiche mettere in campo? A partire dai leader di partito, dai ministri economici e dai loro omologhi-ombra dell’opposizione. Perché di carne al fuoco ce ne sarebbe tanta, se uno avesse voglia di leggersi la realtà e farci sopra qualche pensiero, sotto l’ombrellone o passeggiando nei boschi. Qualche piccolo esempio.

L’EXPORT – Prendiamo la forte vocazione all’esportazione dell’Italia (rappresenta il 20 per cento del nostro PIL): secondo l’Onu e la stessa WTO siamo secondi nel mondo solo alla Germania, in base ad un indice chiamato TPI (Trade performance index). Proprio in agosto la Fondazione Edison farà uscire uno studio su questo tema. Per dei campioni dell’export, il recente fallimento dell’accordo sul commercio internazionale al WTO non è una buona notizia: con l’accordo ci sarebbe stata una riduzione dei sussidi all’agricoltura nei paesi ricchi (ma difendendo l’origine dei prodotti, anche grazie al lavoro del Sottosegretario Adolfo Urso) in cambio di limiti ai dazi nei paesi emergenti contro i prodotti industriali americani, europei e italiani.  Il fallimento potrebbe nel medio termine rallenatare l’espansione del commercio internazionale penalizzando chi, come noi, dipende dall’export. Bisognerebbe spiegarlo a Tremonti, il responsabile della Politica economica italiana e nemico numero uno della globalizzazione: E al Ministro dell’Agricoltura Zaia, un felice sostenitore del fallimento del negoziato. Mah.

UN ITALIA, DUE ITALIE, MOLTE ITALIE – Ma il caso dell’export fa ricordare una cosa fondamentale: che esiste un’Italia a più velocità. E che esiste una grande questione dimenticata: lo sviluppo regionale, non omogeneo tra le regioni italiane. Perché l’export lo fanno soprattutto le regioni del nord e del centro. Il sud, seppure abbastanza dinamico negli ultimi anni, pesa solo per l’11 per cento dell’export italiano. E il problema non è solo l’export. Come descrive lo SVIMEZ nel suo rapporto presentato a metà luglio, è in atto una nuova divaricazione Nord-Sud in tutti i principali indicatori socio economici: sono 6 anni consecutivi che il mezzogiorno cresce meno del resto del Paese. Dal 2002 al 2007, il PIL è aumentato complessivamente nel Centro-Nord del 6,4 per cento, mentre al Sud la crescita è stata poco meno di un terzo (2,4 per cento). E l’occupazione e la partecipazione al lavoro nelle due macro aree sono imparagonabili. Quando si pensa allo sviluppo economico italiano, non sarebbe male ricordare che esistono almeno 3, se non 4 o 5, italie. E che il rilancio dei consumi, degli investimenti, la questione salariale, la promozione dell’export, lo sviluppo industriale, insomma le scelte nazionali che si fanno sulle varie materie hanno impatti diversi in Basilicata e in Lombardia. Per una buona politica economica servono risposte nazionali su alcuni grandi temi, ma declinazioni regionali specifiche per molti altri. Serve, insomma, un rafforzamento delle politiche regionali di coesione. Per  allargare l’orizzonte del regionalismo senza chiuderlo nel recinto del federalismo fiscale, visto quasi una panacea di tutti i problemi, mentre potrebbe forse risolverne alcuni ma anche crearne degli altri. Una buona politica economica chiede uno sforzo collettivo (e soprattutto nazionale) che affronti i problemi del sud, a partire dalle sacche di illegalità, quelli del centro (che pure ha sue caratteristiche peculiari) e quelli del nord o meglio dei diversi nord, che chiedono soluzioni più complesse del semplicistico “padroni a casa nostra”. Su questo tema, e non da oggi, c’è un silenzio assordante, trasversale a tutte le forze politiche, sia nelle stanze di Palazzo Chigi sia in quelle del Loft. Ed anche nei richiami del Presidente Napolitano, che pure sull’argomento è preparato e competente.

7 commenti a E se ricominciassimo a parlare di politica economica e di sviluppo regionale?

  1. juppes

    bravo, veramente bravo !

  2. @juppes:

    Grazie, veramente grazie. Un sorriso come vuoi :-)

  3. Paolo di Tarso

    non ci sono soldi da spendere

    c’è ben poco da fare

  4. @Paolo di tarso:

    Non è del tutto vero. Intanto, ci sono i fondi FAS e quelli UE già stanziati, e che vanno spesi presto e soprattutto bene.

    Poi, ci sono risorse da “racimolare” nelle pieghe dei bilanci. Non è un governo che vuole tagliare gli sprechi, questo?

    Certo, se non si fossero sprecate risorse inutilmente per la sciocca abolizione dell’ICI e se non si aprissero buchi senza fondo come è possibile avvenga con il dossier Alitalia di soldi ne resteranno ben pochi. Ma comunque non si tratta solo di soldi per investimenti in infrastrutture. Cose da fare, anche a costi contenuti, non mancano.

    Un sorriso semplice :-)

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