Esteri

Obama in retromarcia

10 marzo 2009

L’economia americana è ormai una fornace che brucia milioni di lavoro. E la crisi del credito continua a non trovare una soluzione

Nell’ultimo mese sono andati fumo quasi 700 mila posti di lavoro. Dall’inizio della recessione, partita a fine 2007, 4 milioni e 400 mila persone hanno perso la loro piccola o grande fetta di american dream. Il tasso di disoccupazione ha superato l’8%,  e mai i posti di lavoro erano stati bruciati con tale rapidità. La crisi morde, e l’Amministrazione inizia a esserne consapevole, tanto che ormai ogni altro argomento, dall’apertura ai Taliban moderati o Guantanamo, è passato in secondo piano. Obama sa che il suo enorme patrimonio di consenso potrebbe dissolversi in breve tempo, e ha iniziato a spargere un po’ di ottimismo. In un’intervista con il New York Times ha rimarcato come le persone non debbano avere paura delle istituzioni finanziarie, e nascondere i soldi dietro il materasso invece che spenderli o depositarli nelle banche. Il presidente si è anche spinto là dove ogni suo consigliere si era ben guardato dall’andare, ovvero nel campo minatissimo dello stress test imposto alle 19 più grandi banche statunitensi. Obama ha anticipato le primi indicazioni di questa rilevazione finanziaria, che avrebbero dato riscontri più positivi del previsto. Un messaggio di chiara fiducia ai mercati la cui caduta libera sembra inarrestabile.

TABU’ ROSSI O ZOMBIE BANK - Da quando Obama ha vinto le elezioni, il Dow Jones ha perso oltre 2 mila punti. Un tonfo drammatico, che già la destra americana associa al change introdotto dalla nuova Amministrazione. I repubblicani dimenticano che nello stesso periodo del primo mandato di Bush la caduta Wall Street, affondata dalla new economy, era stata peggiore di ora. Ma rispetto a 8 anni fa il collasso delle maggiori banche americane pone molti più problemi per un recupero dell’economia a stelle strisce. Il futuro del sistema creditizio a stelle e strisce è il vero, grande problema della presidenza Obama, che non ha ancora chiarito quale soluzione portare al caos che ha dissolto le merchant banks e portato al semi fallimento le più grandi banche del Paese. Dal piano Paulson all’attuale progetto di stabilizzazione del mercato finanziario, il controverso Financial Stability Plan, la politica Usa ha scelto di foraggiare con costosissime iniezioni di denaro pubblico imprese creditizie ormai fallite, come Citibank o Aig. Le possibili banche zombie create negli ultimi mesi inquietano i mercati e molti analisti, tanto che perfino nella liberista America il coro della nazionalizzazione si ingrossa ogni giorno. Il fronte sinistro degli economisti, Krugman, Stiglitz così come Roubini, ormai assunto al ruolo di vate, pressano Obama per risolvere la crisi con la misura più draconiana, la statalizzazione delle banche in difficoltà. Ma i corifei dell’intervento pubblico, scettici in particolare modo del pilastro del piano di salvataggio finanziario dell’Amministrazione, il fondo di investimento pubblico-privato che dovrebbe valutare gli asset tossici e rivenderli sul mercato, sono inaspettatamente numerosi anche nel campo conservatore. Il timore del ritorno delle banche zombie, simbolo della stagnazione economica del Giappone, sul territorio americano ha spinto anche nomi insospettabili a eccepire per una volta almeno dal dogma del libero mercato. Il tabù è stato rotto dal moderato Lindsay Graham, senatore repubblicano tra i più autorevoli. L’ex presidente della Fed, Alan Greenspan, si è mostrato favorevole a questa soluzione, e perfino James Baker, establishment Gop a 24 carati, è apparso sulla bibbia della City, il Financial Times, per propugnare l’urgenza della nazionalizzazione. Anche Thomas Hoenig, presidente della Federal Riserve Bank di Kansas City ha criticato il piano predisposto dal ministro del Tesoro, chiedendo a Geithner e a Obama, seppur in modo implicito, di procedere alla statalizzazione delle banche.

IL CENTRISMO DELL’AMERICA IS DIFFERENT - Il presidente in carica ha però ripetutamente escluso la possibilità di un simile intervento. America is different, disse un mese fa Obama a proposito della nazionalizzazione. In quell’intervento il presidente citò come esempio negativo proprio la crisi giapponese e le sue zombie banks, contrapponendo il riuscito intervento statale che salvò il sistema creditizio della Svezia. Il Paese scandinavo, incubo dei repubblicani, aveva culture e istituzioni totalmente differente dagli Stati Uniti, e per questo, secondo Obama, la nazionalizzazione delle banche in crisi avrebbe avuto scarsa efficacia nel ravvivare il sistema produttivo a stelle e strisce. La mano pubblica detiene già il 79.9 per cento di AIG, il colosso collassato delle assicurazione, e il 36% di Citigroup, ma ciò sembra non bastare all’attuale Amministrazione per fare un passo oltre. Il presidente non sembra voler retrocedere su questo punto, e la già citata intervista del New York Times inizia a somigliare ad una retromarcia rispetto alla grandeur progressista di una settimana fa. Dopo aver presentato un budget dal sapore socialdemocratico, Obama ha subito mostrato l’altro lato della medaglia, ritornando centrista quasi all’improvviso. Il terzismo si chiama Broderism in America (1), e i suoi lamenti hanno iniziato già a colpire il nuovo presidente, che ha subito risposto in modo accomodante alle prime critiche di emulazione dello spirito fazioso del suo predecessore. Le critiche al deficit  e ai programmi di spesa illustrati nel budget sono stati subito rintuzzati, tanto che uno dei maggiori apostoli della Chiesa di Broder, David Brooks del New York Times, è stato subito coccolato dalla Casa Bianca. Brooks aveva criticato Obama per l’inutile inversione del Reaganismo proposto nella manovra finanziaria, e per il notevole aumento del deficit e dei programmi di spesa più legati al cuore della sinistra americana, sanità, ambiente e istruzione. Critiche rigettate nella loro totalità, tanto che quattro membri senior dell’Amministrazione consultati da Brooks e citati nel suo editoriale hanno affermato di voler portare il disavanzo di bilancio al 3,5% nel 2012, e diminuire la spesa nell’istruzione e nel welfare entro il 2019. Lo staff di Obama si è dunque premurato di gettare qualche ettolitro di acqua gelata sui bollenti spiriti liberal, già estasiati dalla definitiva sepoltura della rivoluzione conservatrice di Reagan. Ma al di là dei messaggi a Washington e alla sua elite, Obama è ben consapevole che il change che l’America vuole è l’uscita dalla crisi più grave che il Paese abbia conosciuto dai tempi della Grande Depressione. Se il collasso finanziario ha aiutato il suo sbarco alla Casa Bianca, il protrarsi della crisi farà precipitare il suo consenso ai livelli di Bush II. In questo momento, il revanscismo liberal sarà accomodato in qualche cassetto democratico. In attesa di trovare una soluzione credibile al rebus degli asset tossici, il veleno che può distruggere anche il sogno Obamiano.

(1) David Broder, Premio Pulitzer, commentatore storico del Washington Post e di Meet the Press, noto per il suo sostegno agli accordi bipartisan

4 commenti a Obama in retromarcia

  1. mi scuso con andrea perché l’articolo è stato pubblicato alle 18 e 30 a causa di un errore nel back office :)

  2. Mi scuso anch’io. Tra l’altro, un bel pezzo. :-(

    Vorrei dire una cosa (non per difendere Obama). Credo che sia inevitabile che nel corso dei suoi anni di governo dovrà fare anche scelte difficili e che potranno essere mal digerite dalla sua base. perchè lui – anche quando sbaglia – è un leader, non come certi che hanno le maggioranze e vanno dietro ai sondaggi e ai consensi a tutti i costi.

    Un sorriso di scusa ad Andrea.

    Carlo Cipiciani (quello che ha sbagliato…^_^)

  3. Nessun problema ragazzi, grazie a voi per l’ospitalità :-)

    a settimana prossima

    a

  4. abr

    Torniamo al merito. Piu’ che “accusare” Obama di flip flopping tra tesi liberal e centriste, mi pare che sia uno che tende a predicare bene (rassicurare) e razzolare male, subendo l’influenza dei suoi consiglieri (economici e non) del tutto annaspanti nell’affrontare problemi di dimensione epocale senza possedere strumenti “teorici” di backgroun d solidi in cui credere.

    La vera differenza con la rivoluzione reaganiana sta proprio qui: allora Ron diede carta bianca a chi aveva un “credo” ben preciso anche se apparentemente paradossale (se vuoi aumentare le spese federali, riduci le entrate fiscali); oggi, MediCare revampato e Global Warming a parte (cioe’ favole per bambini scemi) a cosa crede l’establishment liberal? Qual’e’ la sua “Stella Polare”?

    Obama che non e’ un fesso sa bene che c’e’ una risposta irriferibile e impresentabile a tale domanda: il liberal crede fermamente di appartenere a una “Nazione di codardi” come affermato da quel fesso conservatore del suo ministro della Giustizia sostenuto da sua moglie: finiti i miti catartici di sinistra, i Liberal sono autodistruttivi in America tanto quanto in Europa. Ecco il motivo dei flip flop.

    ciao, Abr

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