Uccidere neonati o uccidere la filosofia?

Abbiamo imparato due cose dal piccolo furore mediatico scatenatosi intorno all’articolo sul Journal of Medical Ethics che giustificava l’uccisione di neonati sani. Nessuna delle due cose ha a che vedere con il contenuto, ne’ molto originale ne’ molto solido dal punto di vista argomentativo, dell’articolo, in cui Giubilini e Minerva sostengono che se gli interessi sociali, psicologici, ed economici dei futuri genitori possono essere sufficienti a giustificare l’aborto di feti sani, allora questi stessi interessi dovrebbero essere anche sufficienti a giustificare l’uccisione di neonati sani (qui, in inglese, la mia discussione critica nel merito).

La prima lezione riguarda il ruolo della filosofia nel dibattito pubblico e l’attenzione che essa riceve o vuole ricevere: per farsi sentire, ormai, bisogna far chiasso, casino, esagerare. Se non sei Rawls, l’attenzione dell’opinione pubblica non passa dalla qualita’ degli argomenti ma dalla drammaticita’ delle tesi: un altro caso recente e’ il libro di Benatar, Better Never to Have Been (meglio non essere mai esistiti), in cui l’autore sostiene che, per ognuno di noi, sarebbe stato meglio non essere mai nati, indipendentemente dal nostro livello di salute o felicita’. L’asimmetria alla base dell’argomento di Benatar, tra l’assenza di dolore (positiva) e l’assenza di piacere (non negativa) e’ infondata, ma il libro e’ tra quelli di filosofia analitica che, negli ultimi anni, hanno ricevuto la maggior attenzione dei media, passando invece quasi inosservato nel mondo accademico. L’analogia con la politica extra-parlamentare e’ presto fatta: la lenta elaborazione di proposte alternative passa inosservata mentre le torte, le tende, per non parlare dei proiettili nelle buste o direttamente nelle teste, dominano il dibattito politico per generazioni. Il problema della marginalizzazione delle riflessioni filosofiche nel dibattito pubblico e’ serio e grave, relativamente parlando: ma la soluzione non sono gli strilloni – nonostante faccia un certo innegabile piacere vedere una rivista filosofica seria come il Journal of Medical Ethics, che opera in regime di double-blind peer review, finire sui giornali.

La seconda lezione e’, se vogliamo, piu’ profonda: gli autori dell’articolo sull’infanticidio hanno reagito alla polemica in una lettera aperta pubblicata sul blog del Journal of Medical Ethics, nella quale si sono scusati per le eventuali offese provocate; hanno chiarito che il testo era inteso solo per un pubblico accamedico e non per il mainstreamedia; hanno detto di non aver inteso di proporre, con l’articolo, la legalizzazione dell’infanticidio per neonati sani, e di non aver suggerito, nell’articolo, cosa le persone dovrebbero fare: “We did not recommend or suggest anything in the paper about what people should do”. Gli autori hanno ragione a sottolineare che c’e’ una differenza tra la permissibilita’ nel senso legale del termine e la permissibilita’ morale, e che quindi sostenere che una pratica sia moralmente legittima non implica sostenere che la pratica vada legalizzata. Gli autori hanno anche ragione a distinguere tra cio’ che e’ moralmente ammissibile e cio’ che una persona dovrebbe fare, nel senso dei suoi doveri morali. Queste sottili distinzioni, tipiche della filosofia analitica, sono legittime ed importanti.