Storia di un tossico qualsiasi

Lo hanno ammazzato per dargli una lezione. Perché in comunità chi sbaglia prima o poi la paga. Un tossico è un...

Lo hanno ammazzato per dargli una lezione. Perché in comunità chi sbaglia prima o poi la paga.

Un tossico è un tossico. C’è poco o nulla da fare. Ne muoiono tanti ogni giorno. Non si può mica stare lì a indagare sulle cause della morte di tutti no? Star lì a scomodare medici legali, poliziotti, magistrati, per ogni tossico trovato riverso sui marciapiedi. Tanto poi, alla fine, non è sempre la stessa la causa di morte? E non se la sono cercata loro? Sì, spesso. Magari quasi sempre. Non questa volta. No, questa volta qualcosa non quadra. Di primo acchito, guardandolo così di sfuggita, con la maglietta alzata sopra l’ombelico, disperso nei rovi della campagna napoletana, potrebbe anche sembrare morto per un’overdose. Ma avvicinandosi qualcosa inizia a non quadrare. Sarà che non c’è traccia di aghi e siringhe. Sarà che non porta i segni addosso di un buco recente. Sarà che presenta pure qualche livido in diversi parti del corpo. Sarà che sì è un tossico, ok, ma di overdose proprio no. L’overdose stavolta non c’entra niente. Risalire all’ identità è un gioco da ragazzi. Basta prendergli le impronte digitali. Quale tossico non ha precedenti per furti? Infatti. ANSA – 15 maggio 1998 – È stato identificato l’uomo trovato morto il 7 maggio scorso in un casolare diroccato nelle campagne di Terzigno, un comune della zona vesuviana. È Roberto Maranzano, di 36 anni, un rappresentante di commercio di Palermo, sposato e padre di due figlie. Secondo quanto accertato dai carabinieri, l’uomo era tossicodipendente ed era stato ospite nei mesi scorsi della comunità di San Patrignano. Dal centro per tossicodipendenze fondato da [[Vincenzo Muccioli]], Maranzano si era allontanato verso la fine di aprile e da allora si erano perse le tracce. Alla identificazione si è giunti attraverso le impronte digitali, essendo l’uomo pregiudicato per piccoli reati. I risultati dell’autopsia hanno rilevato la presenza di lesioni sul cadavere. (frattura delle vertebre cervicali) e ciò induce gli investigatori a ritenere che il tossicodipendente sia stato assassinato. Cioè, non è che è un’induzione. È più una certezza. Una certezza quasi assoluta.

-IL FINE NON PUO’ GIUSTIFICARE I MEZZI - È che quel centro lì, San Patrignano, è strano. Sta nella campagna di Rimini, dove il fondatore ha messo a disposizione una sua proprietà per salvare i giovani dalla droga. Bene fa del bene. Però. Però, come dire, ha dei modi un po’ strani per farlo. Strani forse non è il termine giusto. Duri sarebbe meglio. Sì, duri è perfetto. C’è chi per esempio, come Giancarlo Arnao, medico ed esperto di droghe, ha un’idea precisa sulla comunità: «L’ideologia di base di San Patrignano è che tutti i consumatori di droghe diventano tossicodipendenti e che tutti i tossicodipendenti muoiono. Le persone che vanno a San Patrignano sono salvate dalla morte; pertanto, ogni mezzo è lecito per liberarle dalla droga». Machiavelli docet, il fine giustifica i mezzi. Magari però sono solo chiacchiere, dicerie. Cattiverie costruite ad arte per screditare la comunità. Magari. Magari no, visto che i carabinieri in una retata dell’85 scoprirono quattro ospiti incatenati. Ma i giudici non la pensarono come i magistrati e tutto tornò a posto.
E STAVOLTA? STAVOLTA CON ROBERTO COS’È SUCCESSO? SARÀ STATO VITTIMA DI UN MEZZO NON TROPPO LECITO PER SALVARLO DALLA DROGA? CHI LO SA. UN TOSSICO È UN TOSSICO, A CHI VUOI CHE INTERESSI CHE FINE ABBIA FATTO E PER COLPA DI CHI. BE’, LE COSE NON STANNO PROPRIO COSÌ. SÌ, PER LA GENTE COMUNE UN TOSSICO SARÀ ANCHE UN TOSSICO, MA PER LA GIUSTIZIA ITALIANA È SOLO ESCLUSIVAMENTE UN UOMO. UN CITTADINO DELLA NAZIONE, UN INDIVIDUO PARTE DELLA COMUNITÀ. E NON GLI INTERESSA COSA FACEVA DELLA SUA VITA, GLI INTERESSA CHI GLIEL’HA PORTATA VIA. E PER LA MAGISTRATURA ITALIANA, LA STORIA DEL TOSSICO SCAPPATO VIA DAL CENTRO POCHI MESI PRIMA DELL’OMICIDIO, HA AVUTO LO STESSO VALORE DI UNA FIABA. UN BEL RACCONTO, SICURO, MA NON REALE. Quella che invece sembra che si avvicini più alla realtà è un’altra storia. E vede Maranzano nel reparto macelleria e porcilaia della comunità di San Patrignano. Maranzano che ha violato le regole della comunità e per questo deve essere punito. Maranzano che muore per le percosse ricevute e poi viene caricato in macchina e abbandonato nelle campagne di Napoli. Ai magistrati piace molto più questa di storia. Per questo il 7 marzo del 1993 fanno scattare le manette. Alfo Russo, Giuseppe Lupo, Ezio Persico, Alessandro Fiorini, Fabio Mazzetto e Mariano Grillo, tutti ospiti della comunità vengono portati via. Concorso in omicidio preterintenzionale aggravato è l’accusa. Gli hanno voluto dare una lezione, ma poi le cose sono andate ben oltre.
PERÒ. PERÒ. AH, QUANTI PERÒ. PERÒ, POI LE COSE SI CHIARISCONO MEGLIO, QUALCUNO DICE, PARLA, AMMETTE, NEGA, RITRATTA. COSÌ QUALCUN’ALTRO, FINCHÉ IL QUADRO NON È CHIARO. LO HANNO PESTATO DI BRUTTO, PER FARGLI MALE DAVVERO, PER UCCIDERLO. SEI VERTEBRE ROTTE E IL COLLO SPEZZATO. L’ACCUSA CAMBIA: OMICIDIO VOLONTARIO AGGRAVATO DALLE SEVIZIE. IL COLPEVOLE MATERIALE DELLA MORTE È ALFIO RUSSO. GLI ALTRI, LUPO, PERSICO, E LORANDI LO HANNO AIUTATO. E CE N’E’ ANCHE PER MUCCIOLI, CHE VIENE INDAGATO PER FAVOREGGIAMENTO. MA LUI NON ARRIVERÀ MAI ALLA FINE DEL PROCESSO: MORIRÀ PRIMA, DOPO LA CONDANNA IN PRIMO GRADO. COSÌ COME MORIRÀ PRIMA DELLA SENTENZA EZIO PERSICO. A RUSSO E LUPO INVECE VA PEGGIO: 10 ANNI AL PRIMO E SEI ANNI E MEZZO AL SECONDO.
Lui, l’uomo trovato morto nelle campagne napoletane non era un tossico. Si chiamava Roberto. Roberto Maranzano, 36 anni, sposato e padre di due figlie.