Miti e leggende da sfatare sul mercato del lavoro – 2

06/03/2009 - LA RIGIDITA‘ COME ASSICURAZIONE – Sul mercato è possibile vendere rischi ad altri. Se un lavoratore ha un contratto sicuro, di fatto è assicurato, e l’azienda fa da assicuratore. Il lavoratore assicurato guadagnerà di meno del lavoratore non assicurato, a

     
 

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LA RIGIDITA‘ COME ASSICURAZIONESul mercato è possibile vendere rischi ad altri. Se un lavoratore ha un contratto sicuro, di fatto è assicurato, e l’azienda fa da assicuratore. Il lavoratore assicurato guadagnerà di meno del lavoratore non assicurato, a parità di condizioni, per via del premio assicurativo. Alcuni economisti dicono che questa teoria è confutata dal fatto che i precari in genere guadagnano di meno. Il fatto è che in un mercato al con un costo del lavoro di sopra dell’equilibrio per motivi sindacali ci sarà necessariamente un eccesso di manodopera (disoccupazione), e quindi l’introduzione della flessibilità aiuterà i disoccupati a trovare un lavoro. Ma sono lavori che alle precedenti condizioni erano anti-economici… è normale che guadagnino di meno, quindi, perché altrimenti avrebbero ottenuto lavoro anche prima. L’assicurazione può essere imposta per legge, e allora i salari saranno mediamente più bassi per tutti, e la sicurezza maggiore. Perché eliminare la libertà di scegliere? In genere si fa questo quando si teme che, per problemi di asimmetrie informative, il mercato lasciato a sé stesso accolli troppo rischio (cosa significa troppo non si sa) su una parte contrattuale. Ad esempio, un lavoratore che per motivi ignoti tema di essere considerato ad alto rischio potrebbe scegliere di non chiedere un’assicurazione al datore di lavoro.

COMMERCIO INTERNAZIONALE- Un frequente errore è ritenere che un paese che abbia costi di lavoro bassi diventi automaticamente un paese che produce tutto, lasciando disoccupati i lavoratori degli altri paesi. In genere questa scempiaggine la si dice riguardo la Cina, ma la si può dire per ogni paese la cui concorrenza viene temuta dai sindacati, i quali – ovviamente in nome della solidarietà internazionale dei lavoratori – faranno di tutto per impoverire i concorrenti stranieri con social clauses e protezionismi. Il primo errore è confrontare i livelli di salario assoluti. Quello che conta è il salario relativo, cioè rispetto alla produttività. Ma l’errore più grave è non capire che uno scambio implica una controparte. I cinesi non possono produrre tutto, altrimenti il resto del mondo non potrebbe pagare le merci cinesi! L’unico modo per importare merci dall’estero è esportare merci, e quindi produrle: nessun pericolo per i lavoratori? Non proprio: i settori poco competitivi verranno ridimensionati (a maggior gloria del consumatore), ma i settori più competitivi guadagneranno. Non è possibile che si perda su entrambe i fronti, altrimenti come comprare le merci importate? L’unica eccezione sono i paesi con un forte deficit commerciale, che comprano merci non producendo, ma indebitandosi. Problemi loro: nessuno è costretto a indebitarsi, sul libero mercato (ad esempio, l’Italia è in avanzo commerciale). Alla fine la bilancia commerciale dipende dal rapporto tra risparmi e investimenti: chi risparmia non deve temere il debito.

IL LAVORO COME CAPITALELa distinzione tra lavoro e capitale è molto semplice: il lavoro è un mezzo di produzione non prodotto, come le miniere e i campi agricoli; il capitale è un bene prodotto, che si accumula nel tempo e deve essere continuamente rinnovato tramite l’investimento. Cosa è allora il capitale umano? Il capitale umano è capitale. La specializzazione dei lavoratori ne aumenta la produttività e quindi i redditi, ma ha un lato negativo: ne aumenta i rischi. In sostanza, i lavoratori specializzati sono dotati di capitale. Faccio un esempio. Un operaio generico può trovare lavoro da decine di aziende di ogni tipo. Per lui il monopsonio non esiste. Lavora, ottiene un salario, e il problema economico finisce lì. Insomma: è il lavoro così come lo intendevano gli economisti classici, senza qualificazioni particolari. Oggi non è così: un ingegnere può trovare lavoro come progettista, come venditore tecnico, come tester, come programmatore: ma le aziende interessate sono relativamente meno che non per un operaio generico. Un operaio specializzato in altiforni non può svegliarsi la mattina e diventare un carpentiere. Quindi il maggior reddito derivante dalla specializzazione diventa un maggior rischio legato alla specificità delle mansioni e alla difficoltà di trovare impieghi alternativi (monopsonio dinamico). Se il sistema giuridico lotta contro questi rischi c’è la seria possibilità che si renda la specializzazione meno economica, e quindi si riduca la competitività, la crescita dei salari, eccetera. L’unica soluzione è aiutare al riadattamento produttivo chi è fornito di capitale umano demodé: chi è specializzato nella produzione di carrozze non può produrre carrozze a vita, ma deve imparare a produrre automobili.

MITI E LEGGENDE - L’effetto Ricardo, e il paid enough to buy the product sono due teorie assurde che spesso si sentono. Il primo mito dice che se si aumentano i salari, aumenta automaticamente la produttività. Come non si sa, però. L’aumento dei salari, non giustificato da un aumento della produttività, riduce in realtà i rendimenti degli investimenti: succederà che i capitali scappano e i lavoratori si troveranno peggio. In qualche modo l’idea di base è che i consumi spingono la crescita economica, ma è falso: per crescere ho bisogno di investimenti, e per investire occorrono risparmi. Spendere e spandere non è la ricetta per crescere, ma per consumare il capitale e riempirsi di debiti, come gli americani. E dire che per capirlo basta quella banalità teorica che è il modello di crescita di Solow. Il secondo mito ha origine da una strana idea di Henry Ford. Se preso alla lettera, viene fuori che i lavoratori della Boeing dovrebbero essere pagati abbastanza da comprare un aereo; e i lavoratori della Procter & Gamble abbastanza da comprare un detergente per la casa. Ford aveva la catena di produzione: il suo sistema era più produttivo della concorrenza, e quindi poteva permettersi maggiori salari e minori orari del lavoro, anche per ridurre i costi di turnover.

Che Ford capisse poco di teoria economica si può forse capire dall’aneddotica che lo ritrae, insieme al Presidente Hoover, come difensore dell’idea che per superare la crisi del ’29 non occorreva tagliare i salari. Con il risultato che il monte salari passò dal 60% all’80% del reddito nazionale, gli investimenti andarono a farsi benedire, e la disoccupazione salì al 25%. Lasciamo la teoria agli economisti e la prassi agli imprenditori, che è meglio (il fatto che le scelte di politica economica siano fatte da economisti spiega molte follie).

     
 

15 Commenti

  1. Libertyfirst scrive:

    Non m’ero accorto dei commenti, vediamo.

    Sbronzo: Ovviamente scegli il miglior rapporto qualità prezzo. Ma considera che in genere produttività e salario sono allo stesso livello. Questo perché se ci fossero differenze tra i due dell’ordine di 1000 euro al mese si farebbero extraprofitti da 12,000 euro l’anno a lavoratore…

    Ghisabrain:

    Insider/Outsider: non capisco cosa intendi. La distinzione I/O è abbastanza pacifica: chi ha poter contrattuale (I) lo sfrutta a danno dei lavoratori meno fortunati (O). Ad esempio, se i sindacati fissano un salario troppo elevato per il Sud, avvantaggiano il Nord a danno del Sud.

    NAIRU: Sì, ma il NAIRU è un concetto macroeconomico, non microeconomico. Io mi occupavo delle cause della disoccupazione: il NAIRU è probabilmente il risultato della disoccupazione frizionale, e di tutte le altre cause di disoccupazione…

    Assicurazione: in un mercato normale chi non è assicurato viene pagato di meno; se non accade è per altri fattori. E ne parlavo: il costo del lavoro (che è il doppio del salario netto) è troppo elevato per il lavoratore marginale.

    Capitale umano: in Italia le fonti di finanziamento del capitale umano sono l’istruzione pubblica e i fondi del lavoratore (tempo impiegato a studiare, eccetera). Negli USA c’è (c’era) anche il finanziamento privato per il capitle umano, ad esempio i prestiti allo studio. In linea di massima il capitale umano è capitale e può essere finanziato attraverso qualsiasi canale creditizio.

    ICY: Sì, se un paese non è competitivo nel mercato X ma lo è per il mercato Y, i fattori impiegati in X andranno riconvertiti per il mercato Y. Y esiste necessariamente altrimenti non si potrebbe importare X dall’estero. Ciò non toglie che ogni cambiamento economico implica distruzione di capitale specifico (non riconvertibile).

  2. Sbronzo di Riace scrive:

    volevo dire

    il differenziale tra produttività e salario è identica nei due A – B

    2500-1000
    2300-800

    sempre 1500

    ma l’imprenditore preferirà quello che paga di meno e gli rende lo stesso differenziale

  3. AG scrive:

    Il problema Pietro è che tu non accetti il fatto che ci sia un eccesso di offerta di lavoro.

    Se non ci fosse un eccesso di offerta non esisterebbero tutte quelle che tu chiami “distorsioni” ma che sono in realtà tentativi per cercare di limitare i danni almeno in una parte del mondo.

    Infatti se ci fosse una scarsità di offerta di manodopera non ci sarebbero i lavoratori “insider”, nessuno avrebbe bisogno della “raccomandazione” per ottenere un posto di lavoro e delle leggi o dei sindacati per farsi pagare lo stipendio ad un discreto livello.

    Stante appunto che esiste un eccesso di manodopoera c’è un altro elemento che tu ignori, e cioè il livello di sussistenza minimo. A meno che non torniamo come due secoli fa con famiglie da 15 persone per superare con una “economia di scala famigliare” il problema dell’insufficienza di reddito e di problemi come le morti precoci, ecc.

    Infatti se seguiamo la tua logica dovremmo ridistribuire il lavoro globalmente sull’intero pianeta senza barriere all’ingresso di alcun tipo, quindi in pratica i salari troverebbero il loro equilibrio fra quelli attualmente più bassi del terzo mondo e quelli più alti della Scandinavia. Perchè l’outsider non è mica quello di Palermo, è quello di Timbuktu caro il mio Pietrino.

    Tu mi tireresti fuori la faccenda della produttività, ma tutti e due sappiamo che la produttività è dovuta in gran parte agli investimenti (anche in formazione e specializzazione del lavoro), non tanto alle brunettate del cazzo sugli sfaticati. Quindi l’ingegnere di Timbuktu funzionerebbe benissimo (se non meglio) di quello di Velletri.

    Il problema a questo punto sarebbe comunque una stasi della mobilità economica, cioè l’impossibilità da parte di chiunque, tranne appunto chi ha già capitale, di accumulare abbastanza capitale per nuovi investimenti produttivi.

    In pratica il problema che c’è stato per secoli e secoli in cui le differenze economiche fra i vari strati sociali erano amplissime, e questo problema è stato risolto solo attraverso lo Stato moderno e la sua opera redistributiva slegata dal capitale “ereditario” del sistema feudale.

    Inoltre il tuo sistema, che crea un divario così impressionante fra classi, deve portare per forza ad un sistema politico antidemocratico. Un esercito di sottoproletari votanti può abboccare al Berlusconi di turno per 15-20 mettiamo anche 30 anni. Ma prima o poi si sveglia e allora mi pare un pochino più probabile a logica che segua la strada della pubblicizzazione del capitale (detta anche comunismo) che quella del liberismo.

    Vedi’n po’ tu.

  4. ludovicovan scrive:

    …quindi in conclusione, missà che aveva ragione Oscar Wilde ;-(

  5. marcello scrive:

    Caro Pietro che figo il tuo post l'ho letto solo oggi e mi sono fatto una bella ripassata di economia del lavoro (grazie).
    Sono ossessionato dall'idea che all'economia italiana non si possano applicare tout court i modelli che provengono dal mondo anglosassone, popolati di agenti razionali, imprenditori ossessionati dalla funzione di produzione, investitori risk-neutral e quant'altro (mercati efficienti – va bene, lasciamo perdere). L'economia italiana è basata su ben altro. Il “modello superfisso” ipotizzato genialmente su NoisefromAmerika da Sandro Brusco (mi pare sia lui l'autore) è un'ipotesi affascinante. Ad esempio, prendi il salario minimo: certo che sembra una cavolata, ma ipotizza che le imprese siano obbligate dal potere politico ad assumere un tot di lavoratori all'anno al salario minimo, indipendentemente da domanda e offerta (superfisso, appunto). Immagina che i sindacati facciano di tutto per impedire all'imprenditore di discriminare tra lavoratori più o meno produttivi e spingano per assumere solo quei lavoratori che promettono di iscriversi. Assumi che le imprese che non ottemperano subiscano una sanzione politica tipo negazione di incentivi fiscali, accanimento fiscale e non so cos'altro. Se vedi la cosa sotto questa luce, ecco che il salario minimo – che rimane una boiata pazzesca fuori dal modello superfisso – può far guadagnare voti al politico, rinforzando il suo potere. Certo che visto dall'America, un paese così cresce poco o nulla e progressivamente si impoverisce: lavoratori sempre più poveri si accontentano di sempre minori promesse per attribuire al politico sempre maggior potere. Negare importanza a ragionamenti quantitativi e ai modelli economici completa il quadretto…

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