Storia (americana) di un perdente di successo
04/03/2009 - PROPRIO NON VA – Né con Larry Brown – cacciato in seguito alle proteste di Marbury – né con Isiah Thomas, tanto talentuoso da giocatore quanto incompetente da allenatore, le cose riuscirono a funzionare. Il numero 3, da idolo delle
PROPRIO NON VA – Né con Larry Brown – cacciato in seguito alle proteste di Marbury – né con Isiah Thomas, tanto talentuoso da giocatore quanto
incompetente da allenatore, le cose riuscirono a funzionare. Il numero 3, da idolo delle folle locali, si rivelò ben presto un giocatore ingestibile, irrequieto e litigioso. Con conseguenti risultati sul campo, che portarono ad anni di risultati deludenti, per lui e per i Knicks, diventati tra le squadre più imbarazzanti di tutta la lega. Una spirale negativa, conclusasi quest’anno con l’arrivo di Mike D’Antoni sulla panchina di NY. Prima l’acquisto del playmaker Chris Duhon, segnale che è servito a mettere in dubbio la permanenza in squadra di Marbury. Quindi la messa di quest’ultimo nella “lista degli inattivi”, in seguito all’assegnazione a Duhon del posto da titolare, per evitargli l’imbarazzo e l’umiliazione della panchina e dell’utilizzo limitato. L’offerta da parte del coach di giocare più o meno 35 minuti per gara, da lui sdegnosamente rifiutata. La diffida, da parte della società, a frequentare gli allenamenti o a presentarsi in occasione delle partite. L’insurrezione, con l’acquisto da parte di Marbury di biglietti per un incontro in trasferta dei Knicks, durante il quale si è mostrato perennemente al cellulare e intento a salutare altre celebrità presenti sugli spalti. Infine, il “taglio”, con la chiusura anticipata del contratto, lo scorso 24 febbraio.
SENZA LAVORO – Nemmeno tre giorni di disoccupazione, che Stephon Marbury, ormai vero e proprio mercenario della National Basketball Association, ha trovato una nuova casa. Si tratta dei Boston Celtics, campioni in carica, in cerca di un playmaker di riserva per dare un po’ di fiato a Rajon Rondo. Per un caso del destino, Stephon ritrova in squadra Kevin Garnett, suo compagno negli anni di Minnesota, ma anche Ray Allen, giocatore oggetto dello scambio che lo portò ai T’Wolves. Non pochi dubbi, sulle maggiori testate sportive, hanno accompagnato il suo arrivo nel New England. “Una rinascita di Marbury? Non contateci” ha titolato Lisa Olson su Fanhouse. “Un buon segno? Se ne può discutere” ha scritto il Boston Herald. “La partenza di Marbury è una vittoria per i fans dei Knicks” è invece l’opinione di Newsday. C’è chi invece non ha alcun dubbio, come Ian O’Connor di FOX Sports: “L’aggiunta di Marbury sicuramente deraglierà le ambizioni di ripetizione dei Celtics” è il titolo del suo editoriale, nel quale sostiene che il carattere poco affabile del 32enne giocatore, unitamente al non trascurabile fatto che questi non vede il campo da circa 13 mesi, possa essere più dannoso che altro. Nonostante la scarsa fiducia creatasi attorno a lui, Stephon sembra aver accettato il nuovo impegno con ottimismo: “Sono davvero eccitato. Tutto ormai è alle spalle e si apre un nuovo capitolo del mio libro. Non ho 35 minuti nelle gambe, ma posso sicuramente scendere in campo”. E scendere in campo è quello che ha fatto, lo stesso 27 febbraio, nella vittoria 104-99 contro gli Indiana Pacers, con 8punti, 2 assist, 1 rimbalzo, 1 recupero e 2 palle perse in circa 13 minuti sul parquet. Un esordio promettente, che conferma che un giocatore con le sue qualità, se munito delle buone intenzioni, potrebbe avere un impatto notevole sulla stagione dei Celtics, desiderosi di bissare il successo dello scorso anno. Come ha fatto notare l’esperto Mike Vaccaro sul New York Post, per lui si tratta dell’ultimo treno: “Un’altra volta, un’ultima volta, Stephon Marbury ha l’occasione di coronare una carriera cestistica un tempo così promettente, ma che finora ha portato così poco”. Un’ultima chance, per dimostrare di non essere un giocatore mancato. Un’ultima chance, per dimostrare di non essere un perdente. Un’ultima chance, per dimostrare di essere Starbury.












