Le notizie che il Tg1 non racconta
24/02/2012 - Oggi ci risparmiamo la Chimenti per raccontare il Paese che nessuno vi dice, ma che tutti vedete Dunque, io non ho mai messo a posto il filo di un’antenna televisiva rotto. E devo francamente ammettere che è un’impresa: oggi, armata
Oggi ci risparmiamo la Chimenti per raccontare il Paese che nessuno vi dice, ma che tutti vedete
Dunque, io non ho mai messo a posto il filo di un’antenna televisiva rotto. E devo francamente ammettere che è un’impresa: oggi,
armata di coraggio e buone intenzioni, sono entrata in un negozietto di San Lorenzo per procurarmi l’occorrente. Ne sono uscita con qualcosa di più di una prolunga per un cavo.
INCONTRI – L’atmosfera è quella di un negozio da quartiere, dove le persone si conoscono e si aiutano, fra una battuta e un sorriso. Il gentilissimo proprietario si offre di farmi lui la prolunga “signorì, che secondo me tu nun ce la farai mai”. Grazie della fiducia. Mentre tento di apprendere da lui la sacra arte dell’aggiustamento di un cavo d’antenna, entra a un certo punto una coppia di anziani. Lui è molto rumoroso, avranno sicuramente più di 80 anni. Si lamenta, svariate volte, prima che la moglie lo zittisca con una punta di vergogna nella voce. Chiedono al mio eroe dell’etere cosa devono fare con un aggeggio che gli è stato dato, una di quelle macchinette automatiche per controllare il diabete: non sanno cosa non vada ma qualcuno gli ha scritto su un bigliettino ciò che serve fare: “Bisogna cambiare la batteria”.
DISPERAZIONE - Il commesso maneggia la macchinetta qualche istante, poi il verdetto: “Signo’, io nun cell’ho ‘ste batterie, sò quelle tonde”. I due si disperano, ma la loro disperazione non ha il volto di chi, semplicemente, si trova a fronteggiare “un’emergenza” senza aiuto: nonno si lamenta ancora, nonna invece, sempre a bassa voce, pone al commesso una domanda flebile, che mi spezza il cuore. Lo guarda, preoccupata, e chiede: “E quanto costa?”. E gli occhi di suo marito la prima volta si annebbiano, mentre si arrabbia ancora e promette di buttarsi “sotto a na macchina, signorì, ce rimane solo questo ormai”. Mi fa vedere la linguetta di un medicinale, che conserva come fosse un bene prezioso nel taschino delle grandi occasioni, quello della camicia. Quello dove i signori adagiano i fiori quando al ballo, quello dove lui invece ripone un pezzo di cartoncino logoro e spiegazzato. “‘Sta medicina costa 16 euro. 12 se la prendo senza vetro – vorrei chiedergli in che senso senza vetro, ma non mi sento di interromperlo – e la mutua non mi passa niente”. Io non so cosa rispondere.
LA GROTTA - Il commesso intanto ha tranquillizzato nonna: sono solo pochi euro. Può comprare la batteria a pochi metri. Lei lo ringrazia e composta dice a nonno di attenderla, ‘ché fra poco tornerà. E va, per lui. Nonno è distratto, mi stava raccontando che lui nella vita si è sempre spezzato la schiena nei cantieri signorì, “e dopo che sò andato in pensione – che me davano due lire – uno mi ha fatto lavorà ma adesso come faccio? Ho la schiena che non va”. Ha anche ottanta e passa anni, vorrei rispondergli, ma ho un nodo in gola che me lo impedisce. “Signorì, ho sempre lavorato e mò vede come devo vivere – continua, parlando a me ma al muro, con gli occhi che di nuovo si velano e si fanno rossi. Questa volta non si trattiene, ma il commesso gli fa una battuta (“mò che te piangi!?”) e poi si rivolge a me. “Lo sa signorì, lui viene dall’Abruzzo, abitava sopra una grotta dove dentro ce stavano l’omini primitivi, dijielo!” intima rivolto a nonno. Quello, che si stava disperando perché non trovava più la moglie, si calma e mi dice che viene appunto dall’Abruzzo, un paesino, piccolissimo, che si trova proprio a ridossa di questa grotta misteriosa. “Ma nun ce posso tornà signorì, nun ci sono scòle, nun c’è la posta, l’ospedale, come faccio? Mi devo curare ogni giorno”. E per la terza volta, non riusciamo più a vedere bene le sue iridi. Ma la mia prolunga è finita.
CIAO - Allora raccatto tutto e saluto questo piccolo strano angolo di mondo. L’ultimo è nonno: mi giro e lo tocco. Non so cosa dirgli. Vorrei chiedergli scusa, scusami nonno se questo è un Paese che ti ha ridotto così. Se ti può consolare, siamo sulla stessa barca, e lo saremo anche in futuro. Scusa nonno se qualcuno un giorno ti ha detto o ti dirà “ci stai rubando il futuro”. Scusa se hanno cercato di metterci contro di te, contro chiunque, purché non contro di loro. Scusa nonno se oggi ogni volta che ti perdi nei tuoi pensieri senti un’ondata di angoscia, rabbia e disperazione che ti riempie gli occhi di lacrime umilianti. Scusa, scusami perché non so che fare per aiutarti, in tutta Italia, in tutto il mondo. E questo mi fa piangere le stesse umilianti lacrime. E mi fa provare, se ti consola, la tua stessa identica rabbia. Ma alla fine non gli dico nulla di tutto questo. Lo interrompo mentre afferma sicuro che si pianterà una spada nel petto, e gli dico solo “Io vado, mi raccomando. Lo faccia per me”. Chiudendo la porta ho sentito che per l’ennesima volta non ero in grado di fare nulla. E mi ritrovavo ad essere stata testimone di un’altra schifosa ingiustizia di quelle che per parecchio tempo non ti dimentichi. Alla fine poi, l’antenna era rotta.













maddy, sto articolo è spettacolare… quant’è sacrosanto…
Complimenti, non so cosa dire. Un articolo angosciante ma allo stesso tempo vero, profondamente vero. Anche a me capita di essere partecipe a scene del genere, e ne esco fuori con il cuore distrutto. Vorrei poter aiutare tutti coloro che si trovano in difficoltà, ma non ho i mezzi per farlo. Non dimentichiamoci che siamo quello che siamo e abbiamo quello che abbiamo grazie ai “vecchi”, i dimenticati. Non sono macchine che, quando non funzionano più, si buttano via. Nel pullman due giorni fa mi è capitato di assistere ad uno “scontro generazionale”: un vecchietto aveva chiesto gentilmente ad un ragazzo (palesemente maleducato) di spostarsi un po’ per farlo passare, neanche riesco a riportare con parole l’atteggiamento strafottente di quel tizio. Ecco cosa siamo: strafottenti. Loro ci hanno dato tutto, noi non riusciamo a prendere coscienza degli abusi che subiscono (e subiamo anche noi) di giorno in giorno e pensiamo soltanto all’Iphone da 600 euro. Un giorno spero di poter contribuire ad un miglioramento di questo status quo distruttivo a tutti gli effetti.
Complimenti davvero, mi hai fatto piangere e riflettere, hai fatto entrare anche me in quella bottega. Il malessere generale rischia di farci diventare cinici, ma l’unica soluzione è la solidarietà, anche per superare la rabbiosa impotenza che ci oscura l’animo. Grazie per averci fatto riflettere.
Mi scuso anch’io per questo mondo nonno…
Potete lasciare questo articolo in homepage per almeno un paio di mesi?
Complimenti.
Un racconto commovente, che rispecchia la situazione di questo paese.
Una soluzione spicciola, pratica, fattibile però c’è…
Fare quello che facevano i nonni con noi, quando eravamo bambini e che fanno ancora oggi.
Quando ci davano 10 lire per le caramelle,
o ci infilavano nel tascino diecimila lire, guardandoci come a dirci, “me li sono tolti dalla tasca”… Ma ce li davano! Perchè credevano che quello fosse l’unico gesto da fare al posto di tante parole.
Si chiama “solidarieta” e credetemi, non serve mandare un sms.
Sarebbe stato sufficente avere un pò di coraggio, prendere la pila e dire ai due nonnetti, state qua, adesso torno, ci penso io alla batteria.
Una banconota da 5,00 euro o una moneta da 1,00 euro infilata nel taschino, e…”Ciao nonno, beviti un caffè alla mia salute”…
Io un mondo così lo voglio immaginare, un mondo dove non è necessario essere “contro” ma “pro” chi ha bisogno, in quel momento, in quel preciso istante, quando serve… Perchè altrimenti niente cambierà! Niente cambierà se aspettiamo che sia lo stato o il mondo a cambiare. Siamo noi, che dobbiamo cambiare.
Me lo immagino, un nonno come quello raccontato in questo articolo, che ogni volta che esce di casa, si beve un caffè alla salute di qualcuno! Probabilmente sarebbe un pò nervoso ok ;:-) Ma sicuramente lo apprezzerebbe, pensando ad un riconoscimento per tutta la faticaccia che ha fatto negli anni in cui, dovevi spezzarti la schiena per sopravvivere e per tirar su una famiglia… La stessa famiglia che probabilmente oggi non si preoccupa di sapere se ha bisogno di una batteria per l’aggeggio elettronico di nuova generazione che gli misura il diabete.
Na non ho capito un particolare, il tizio che riparava l’antenna lì, gli ha fatto pagare per aver messo il bigliettino con scritto “cambiare le batterie”?
il bigliettino lo aveva scritto quello che aveva dato loro la macchinetta
il commesso ovviamente non ha voluto nulla!
e’ la situazione drammatica che i nostri anziani vivono ci dovrebbero essere grossi stanziamenti x le case di riposo a cui accedere gratuitamente Anziai prima o poi ci arriveremo tutti