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di Leonardo Daverio Patrizi (IHC)
pubblicato il 3 marzo 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Dopo l’articolo di ieri, parliamo ancora delle obbligazioni del Tesoro, che sembrano un costoso e inutile prestito per le banche italiane. Che corrono però ad acquistarli lo stesso, forse perché in realtà sono un bel  regalo per le banche, a spese del contribuente italiano

Finalmente ci siamo: i Tremonti Bond sono una realtà, e già la prima emissione di 9 miliardi di euro parrebbe esaurita date le “prenotazioni” delle principali banche. Esattamente i Tremonti Bond sono un “prestito subordinato” dello Stato ad una banca, chiaramente in cambio di una congrua cedola. “Prestito subordinato” significa che il suo rimborso, a scadenza o in caso di liquidazione, nonché il suo rendimento, Tremonti bond1 Tremonti bond: le banche ci sono. O ci fannovengono corrisposti solo dopo che siano stati pagati “tutti gli altri” creditori. Insomma, il reddito dell’azienda è utilizzato per pagare i vari fornitori, chiaramente, tra cui anche le banche e gli acquirenti di obbligazioni; solo dopo che questi sono stati pagati, se e solo se avanza reddito, viene remunerato il “capitale” attraverso i dividenti e i debiti subordinati attraverso i loro interessi. Se l’azienda fallisse, prima si ripianeranno gli altri debiti, e se avanza qualcosa si passerà al capitale e ai prestiti subordinati.

PRESTITI “RISCHIOSI” MA BEN REMUNERATI – Questi prestiti subordinati rischiano in pratica quanto il capitale sociale, e pertanto chiedono una remunerazione adeguata. Non a caso i Tremonti Bond dovranno rendere un 7,5% iniziale a crescere fino al 15%. Questo rendimento è considerato da alcuni “scioccante” o “fuori mercato“, ma tali considerazioni non tengono conto del fatto che i Tremonti Bond “aggirano” il mercato, perché il sottoscrittore non va cercato ma è “garantito” nella sua esistenza in quanto è lo Stato che è pure il “promotore” dei Bond stessi (tutto il contrario di quanto accade sul mercato), e simili “favori” devono venir pagati; allo stesso modo non tengono conto del fatto che uno Stato (a norma UE) nemmeno dovrebbe aiutare così un’azienda privata, quindi se lo fa deve avere delle condizioni particolarmente vantaggiose; infine si deve ricordare che esiste un rischio di subordinazione che può pesare ben prima della scadenza naturale del titolo e ben prima di uno stato di fallimento.

IL “GIOCHINO” DEL RIDIMENSIONAMENTO DELL’ONERE –  Sul Sole24Ore di giovedì 26 si poteva leggere l’Allegato al Prospetto di Emissione di questi bond. O lo ho letto male io, o tutta l’informazione è (colpevolmente o dolosamente) cieca per non aver adeguatamente sottolineato le caratteristiche di questo “aiutino” alle banche. Nella sezione “Subordinazione” è scritto che in caso le perdite riducano il capitale di vigilanza (patrimonio netto e prestiti subordinati) sotto all’8% (dell’attivo), i Tremonti Bond si ridurranno nel loro valore nominale nella stessa proporzione del patrimonio netto (se la capitalizzazione scende dall’8% al 4%, quindi della metà, il valore dei Bond scende del 50%). Ricordando che gli interessi sono calcolati (anche con acrobazie matematiche, se vi leggete l’Allegato nella parte “Importo degli interessi”) sul valore nominale, si ha già un primo meccanismo di possibile ridimensionamento dell’onere di questo prestito, senza contare quel che ciò significa in fase di rimborso del titolo. Ma la cosa assolutamente più rilevante e che va molto oltre questa “labilità” del valore nominale, è contenuta nelle “Condizioni di pagamento degli interessi“, dove è scritto che gli interessi sono corrisposti a valere solo sugli utili distribuibili (no utili – no interessi, come per qualsiasi prestito subordinato), senza possibilità di accumulo del pregresso (gli interessi non pagati per, ad esempio, incapienza degli utili, sono “persi”), ma soprattutto sempre che il coefficiente patrimoniale di vigilanza complessivo sia almeno dell’8%: cioè, se le perdite portano il patrimonio di vigilanza al 7,5%, oltre al ridimensionamento del valore nominale dei Bond (rilevante di sicuro in sede di liquidazione e a scadenza) i Bond non sono più fruttiferi di interessi!

UN REGALO PER LE BANCHE – In altre parole, e salvo smentita, una banca può ricapitalizzarsi con i Tremonti Bond fino a un coefficiente patrimoniale dell’8,1%, ad esempio facendosi “prestare” un miliardo di euro, e dopo sei mesi incorrere in una banchieri Tremonti bond: le banche ci sono. O ci fannoperdita che, a bilancio, porta il coefficiente al 7,9%. Ebbene, in questo caso la banca non pagherà alcun interesse allo Stato per il miliardo di prestito ottenuto (finché il coefficiente non tornerà sopra l’8%). Se con questo “giochino” (non del tutto improbabile, perché vista la richiesta di Tremonti Bond qualche fondata paura sulla redditività bancaria è per lo meno lecita) una banca saltasse ad esempio il secondo anno di interessi, si troverebbe ad aver pagato interessi solo per un 7,5% in due anni, cioè nemmeno il 3,75% effettivo l’anno; certo, poi si dovrà vedere come andranno gli anni successivi per tirare le somme del costo effettivo del finanziamento, ma i primi anni risulterebbero già un affarone come strategia di finanziamento.

E IL CONTRIBUENTE PAGA – Considerata la congiuntura economica si corre, in breve, il rischio concreto che i Tremonti Bond si rivelino denaro statale (dei contribuenti) quasi regalato alle banche. E tutto questo è a dir poco “originale” per un sistema bancario fino a pochissimo tempo fa dipinto come ben più solido degli speculativi sistemi tedesco inglese o americano. Può esser “logico” per un sistema “blindato“, come favoleggiato per quello italiano, un finanziamento così oneroso se non vi è la consapevolezza che o il costo è in realtà conveniente rispetto ai prezzi di mercato (non saggiati) o che scatteranno certe “clausole” di risparmio? E i contribuenti sono davvero informati di questo “aiutino” a chi ha loro negato un mutuo o chiesto l’improvviso rientro dagli affidamenti? Sempre che, ripeto, io abbia capito l’affare Tremonti Bond, la faccenda puzza.