Mani lavate

20/02/2012 - Se volete capire Mani Pulite pensate alla spassosa, grottesca e strampalata avventura del Molleggiato al Festival di Sanremo Lustri e lustri di cretinate riconosciute improvvisamente per quel che sono, senza alcuna pietà per un guitto che aveva messo istintivamente la

     
 

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Se volete capire Mani Pulite pensate alla spassosa, grottesca e strampalata avventura del Molleggiato al Festival di Sanremo

Lustri e lustri di cretinate riconosciute improvvisamente per quel che sono, senza alcuna pietà per un guitto che aveva messo istintivamente la sua prodigiosa e coltivata malagrazia al servizio del più aggiornato conformismo progressista, nelle cui aristocratiche stanze era stato introdotto al solo scopo di servire da cannone contro il «regime». Ora che col cinghialone di turno in panchina il cannone spara a salve, il puzzo plebeo si sente tutto, e il re degli ignoranti è stato messo alla porta. Il voltafaccia collettivo ha trovato in Eugenio Scalfari una delle voci più spietate. Il vegliardo ha parlato dalla cattedra di Repubblica da professore deluso, mandando idealmente l’ex protetto dietro la lavagna, non senza le orecchie d’asino d’ordinanza, con una lezione sul qualunquismo improntata a didattica pacatezza, il tono usato dagli imbonitori più sussiegosi per invitare con garbo i gonzi a non opporre repliche. Meno spudorata di Scalfari è stata quella mezza Italia che per tanti anni è riuscita a riconoscere un valore civico alle squinternate sparate del predicatore, cui la forma balbuziente dava un tocco di viscerale sincerità. Tuttavia questa mezza Italia quasi come un sol uomo si è allineata spontaneamente al moto di condanna, come se in questa commedia essa non avesse mai recitato. Ancora una volta, ed anche in una vicenda tutto sommato minore e ridicola, l’Italia migliore si è distinta par la straordinaria capacità di rimuovere il passato. Anzi, sembra che questa poco nobile qualità sia il presupposto indispensabile per accedervi.

RICORDO – Così, nell’occasione del ventennale di Mani Pulite, vogliamo per l’ennesima volta ricordare agli smemorati che Mani Pulite all’inizio prese alla sprovvista la sinistra; che la sinistra si mantenne guardinga per qualche tempo, perché la contestazione anti-partitocratica che coi suoi meriti e con le sue esagerazioni populistiche faceva forti i magistrati del pool di Milano nasceva a «destra», nel cuore dell’Italia bianca e conservatrice, che di lì a pochissimo avremmo ritrovata nel campo berlusconiano; che l’operazione Mani Pulite avrebbe potuto significare un benefico bagno di verità per tutti, non tanto e non solo per la classe politica, se la sinistra, con l’istinto rivoluzionario che sempre s’affila nei momenti in cui per un paese arriva la delicata stagione della muta, non l’avesse dirottata ai propri fini, rinchiudendola nel ghetto vendicativo di una legge esemplarmente strabica. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile se in Italia non ci fosse stato anche allora un popolo pronto alla rimozione della propria storia, compresa quella respirata fino al giorno prima. La «rivoluzione» non riuscì, ma il tarlo della menzogna continuò a rodere le fondamenta della nostra società. E non potranno esservi leggi di sorta capaci di porvi argine, senza un esame di coscienza collettivo.

GIUSTIZIA - on sorprende quindi che a vent’anni di distanza il ministro della giustizia Paola Severino parli di Mani Pulite come di un «fenomeno giudiziario importante che ha fatto emergere un fenomeno criminale importante, quello del finanziamento illecito dei partiti e dei vantaggi illeciti», invece di parlare con onesta schiettezza di un fenomeno giudiziario importante che ha fatto venire a galla un segreto di Pulcinella, una pratica che era solo la proiezione in chiave politica di quell’aggiramento della legge destinato a diventare lo sport nazionale in un paese dove il ginepraio legislativo premia l’irresponsabilità, ingessa qualsiasi attività ed alimenta la diffidenza sociale, e nel quale quel che resta dello stato e dell’istinto di conservazione di un popolo si accontentano di un tacito accordo al ribasso. Ecco perché Mani Pulite fu allora un’altra occasione persa per fare i conti con la nostra storia. Un modo per lavarsene le mani.

     
 

10 Commenti

  1. Fireman scrive:

    Il falso ricordo in psichiatria ha una valenza potenzialmente peggiore del processo di rimozione. Se per quest’ultimo la causa puó essere ambientale, l’altro puó essere addirittura segnale di patologie. Definire il PSI come formazione di “destra” è perlomeno curioso. Avallare acriticamente la favoletta dei partiti politici, brutti e cattivi, che obbligavano i buoni borghesi produttori di ricchezza sociale a pagar loro la tangente lo è altrettanto. Enrico Mattei aveva già a suo tempo chiarito la dinamica, con un’onestà intellettuale prematuramente scomparsa: i partiti politici sono come dei taxi, sali a bordo, ti fai portare dove hai chiesto, paghi e scendi. Immagino che al nostro articolista tesi più approfondite sulla crisi di squilibrio in Italia siano del tutto ignote, ma per fornire qualche spunto si puó restare alla lezione di Mattei. Lo scandalo che portó a mani pulite fu causato dal fatto che i taxi non erano più in grado di portare da nessuna parte, non che venissero pagati, come regolarmente avviene ovunque, con ricevuta come negli USA delle lobbies, o senza, come in Italia. La DC, il PSI, il PCI eccetera avevano svolto egregiamente la loro funzione in passato, ma erano inadatti ai cambiamenti epocali innescati dalla cesura storica dell’89. E le compagini che le hanno sostituite faticano ancora non poco a capire dove sia meglio girarsi…

    • Zamax scrive:

      Io non ho mica scritto che il PSI era di destra. Legga bene. Ho detto che la contestazione antipartitocratica era forte a destra, e nel nord Italia era cavalcata dalla Lega, che prendeva voti dal serbatoio della balena bianca. Con il crollo progressivo del comunismo il voto dell’elettorato conservatore che si turava il naso non era più una sinecura per la DC. La Lega, nel suo modo mezzo populistico, seppe interpretare questa voglia di cambiamento, con la sua propaganda anti-tasse, anti-burocrazia, anti-Roma. La gazzetta di questa insurrezione era L’Indipendente, diretto, non a caso, da Vittorio Feltri. Fu il giornale di Feltri il primo sponsor del Pool di Milano. Nel’Italia “rossa” naturalmente, nel frattempo, non succedeva niente. Questa è storia.

      • Zamax scrive:

        E anche per il resto mi sa che lei non ha letto con attenzione. Comunque sia, sulla questione di Mani Pulite le propongo questo pippone scritto nel mio blog 5 anni fa:

        Negli anni ’80 tutti i fermenti della società uscita dal decennio terribile (anche se non in tutti campi) degli anni ’70, che nel teatro europeo avrebbero portato alla caduta del muro di Berlino, si riverberavano all’interno dei singoli stati con dei tangibili mutamenti strutturali della loro rappresentanza politica. A sinistra questo si manifestava ad esempio in Francia con la definitiva emarginazione dei comunisti da parte del socialismo Mitterandiano, con la nascita e l’affermazione del moderno socialismo di Gonzales in Spagna, con il sostanziale filo-occidentalismo della SPD del Cancelliere Helmut Schmidt, dopo l’ambigua Ostpolitik di Willy Brandt; mentre laddove – nei paesi anglosassoni – la sinistra era immune da esperienze comuniste, si assisteva ai trionfi neo-radical-capitalisti Reaganiani e Thatcheriani.

        Nella nostra Italia fu il decennio di Craxi, che seppe rompere o impedire sul finire degli anni ’70 il micidiale patto di potere e conservazione tra il PCI berlingueriano e la DC egemonizzata dalla setta della sua ala sinistra. Insinuandosi come un cuneo tra i due dinosauri della politica, Craxi, sulla scia di una nuova vitalità dell’economia occidentale, e alla vista delle crepe terribili che ormai il mondo comunista non sapeva più nascondere, rappresentò un duraturo (che continua ancor oggi, nonostante le apparenze) momento di modernizzazione nello sclerotizzato panorama politico italiano, pur nel quadro di una spesa pubblica e di un debito pubblico che non accennava minimamente a moderare la sua dinamica di crescita incontrollata. Fu protagonista in due momenti decisivi, uno di politica interna e economica, e l’altro di politica estera, per l’Italia in quegli anni: l’abolizione della scala mobile e l’installazione degli euromissili, che vide l’ineffabile nostra sinistra, compresa quella dei giornali e degli intellettuali, ancora una volta modernamente dalla parte dei sovietici.

        Ma già da allora dovette combattere, giorno dopo giorno, contro i due nemici che alla fine riuscirono, vergognosamente, a eliminarlo dalla scena politica: la sinistra comunista, che per tutto il decennio alimentò ad arte, sovieticamente, la nomea dei socialisti ladri e del parafascismo del decisionista Craxi; e quel mondo finanziario-industriale, che nella sinistra DC aveva la sua sponda politica, uso a coltivare rapporti incestuosi e privilegiati con i governi e l’amministrazione pubblica, e che dalla trasformazione della società italiana e dallo sviluppo economico esterno allo storico triangolo industriale Milano-Torino-Genova aveva tutto da perdere in termini di influenza.

        In questi territori i primi sintomi di ribellione o autonomia rispetto allo status quo si ebbero nel Veneto, dapprima larvatamente e indirettamente con l’evocazione Bisagliana di una DC veneta bavarese, e poi con la nascita, quasi clandestina (tanto modeste erano le origini) della Liga Veneta, in principio fenomeno esclusivamente identitario e quasi folcloristico. In una parola, lo sblocco a sinistra operato da Craxi, che faceva sperare in una possibile uscita del nostro paese dall’anomalia e dall’incubo comunista, aveva minato le rendite di posizione della DC che in alcune zone del Nord aveva una cassaforte di voti. Il Boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei suoi confratelli veneti, con geniale e animalesco istinto cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse.

        La caduta del comunismo nei paesi dell’Est e in Russia mise la sinistra italiana in una posizione drammatica, da lotta per la sopravvivenza. Craxi ne approfittò per lanciare un’ OPA sui naufraghi del comunismo col progetto dell’Unità Socialista e dando il suo placet all’entrata dei postcomunisti Occhettiani nell’Internazionale Socialista. Ma fu proprio l’aprirsi della scatola politico-sociale al Nord ad offrire a comunisti e all’incartapecorito establishment economico-finanziario l’occasione per cavarsi d’impiccio grazie ad una campagna mediatico-giudiziaria. Il fenomeno delle tangenti – un segreto di Pulcinella – e in genere l’esistenza di un malsano intrecciarsi di rapporti tra politica e economia, a tutti i livelli, frutto assai più di un ritardo culturale che di una congenita criminalità della società italiana, e che piano piano stava diventando una zavorra insopportabile e un ostacolo alla modernizzazione del paese, fino ad allora era stato protetto da un sistema autoreferenziale e dal tacito consenso di tutte le parti sociali, sindacato e magistratura compresi.

        La nuova e inedita debolezza della politica tradizionale nel Lombardo-Veneto, che proprio a Milano (Craxi) e a Venezia (De Michelis) vedeva due centri nevralgici del nuovo socialismo italiano, impedì al sistema di chiudersi a riccio di fronte alla ventata moralistica e semidemagogica delle truppe leghiste, di quelle missine escluse dall’arco costituzionale, e dell’opinione pubblica in genere. L’ala militarizzata della magistratura sedicente democratica (che qualche lustro prima si era fatta pure dei gustosi giri di istruzione nella Cina Maoista) sotto la guida politica del piccolo Vishinskij Luciano Violante e quella mediatica di Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, si sentì abbastanza forte e protetta per procedere alla bonifica democratica. Il ciclone di Mani Pulite perciò, assolutamente non a caso, si abbatté prima in Lombardia e poi nel Veneto, le terre “più libere”. Solo successivamente si propagò per il resto della penisola e ovviamente – ça va sans dire – risparmiò in sostanza le regioni rosse, dove i magistrati, adusi nel resto dello stivale a sbrigativi teoremi colpevolistici tagliati con l’accetta (“non potevano non sapere”), si dimostravano lenti, svogliati e ultragarantisti.

        Poi parlavo del Berlusca…

        • Zamax scrive:

          Questo lo scrissi si Giornalettismo:

          A sinistra c’è ancora un bel po’ di gente che guarda a Mani Pulite come ad una nuova Resistenza, e che vorrebbe eternarla, come quella, nella coscienza della nazione: la Rifondazione della Repubblica, dopo le “deviazioni” del pentapartito. Ma una Rifondazione tradita, come la Resistenza fu tradita. Insomma, i soliti miti, durissimi a morire, della cosmogonia comunista e post-comunista, che incantano solo quelli che vogliono farsi incantare. Ma non noi, che stiamo ai fatti e agli antefatti.

          I luoghi. Non è possibile capire Mani Pulite se non si considera il suo retroterra politico e geografico. Mani Pulite scoppiò nelle roccaforti democristiane del Nord, nel Lombardo-Veneto, dove da decenni ormai la tribù sempre più scontenta dei Nasi Turati votava DC quasi unicamente, ma assai saggiamente, in funzione anticomunista. Paralizzata intellettualmente dall’aggressività della piazza e della propaganda comunista, ma incollata saldamente al potere dalla Guerra Fredda, per la DC il governo era diventato una sinecura con un unico minaccioso interlocutore, più che un competitore. Ciò ne aveva impedito ogni evoluzione, e aveva significato un graduale scollamento dal proprio elettorato ed una lenta ma costante deriva verso sinistra. Inoltre, in un paese in crescita – parlando in termini epocali – accade sempre che ad un certo punto il malcostume nella vita pubblica, fin lì tollerato, ed in parte inevitabile, venga sempre più chiaramente sentito, magari confusamente, non solo come un vago impedimento al bene comune; ma anche come un impedimento a quegli stessi meccanismi di sviluppo economico che un livello, per così dire, “fisiologico” di corruzione fino ad allora poteva perfino oliare. Insomma la corruzione, favorita dal grado relativamente modesto di libertà economica e dalla burocrazia, e diffuso a tutti livelli della società, non solo nel ceto politico, diventa un problema quando si rivela manifestatamene antieconomica per troppi attori della società. Non si tratta certamente di un fenomeno morale in senso stretto; si tratta piuttosto dell’istinto di conservazione proprio di una consorzio civile ancora vivo, che assume in superficie i caratteri della moralità pubblica, spesso e volentieri con qualche traccia di fariseismo. Sennò dovremmo pensare che le nazioni progredite siano costituite da persone oneste, mentre quelle all’ultimo gradino della scala siano popolate da farabutti. E’ più il Nuovo che si scontra col Vecchio, che non il Bene col Male. E’ un fenomeno tipico dei paesi di nuova o ritrovata democrazia, che segue gli anni del boom economico, come si può constatare in questi anni nell’Europa orientale. La nascita e la crescita del movimento leghista in queste zone del paese fu il risultato congiunto della diserzione DC e della sempre più evidente crisi del comunismo mondiale, che incoraggiava i colpi di piccone allo status quo, e che d’altra parte stava alla base anche dell’espansione craxiana a sinistra. Nonostante il linguaggio elementare, condito da un bel tasso di demagogia, della Lega, i Nasi Turati cominciarono, votandola, a mandare segnali sempre più espliciti alla Balena Bianca: meno tasse e meno corruzione erano messaggi che suonavano benissimo ai loro orecchi destrorsi. Ricordiamoci, a questo riguardo, che fin che la Lega negli anni ’80 si limitò ad usare la sua retorica anti-immigrati e identitaria su scala regionale, le sue fortune politiche restarono molto limitate. Il boom fu quando la Lega Lombarda cominciò ad agitare la clava della protesta fiscale. Il crollo del Muro di Berlino e la crisi del PCI-PDS fecero cadere le ultime paure ed accelerarono la fragilizzazione della classe politica al Nord e soprattutto nel Lombardo-Veneto. Se nel 1992 la magistratura si sentì finalmente abbastanza forte per procedere alla “bonifica” fu perché sentiva di avere l’appoggio di una grossa parte dell’opinione pubblica, ossia della tribù dei Nasi Turati. Il Moniteur Padano di questa Rivoluzione, almeno nelle sue fasi iniziali, fu infatti L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri. Mani Pulite, quindi, da un punto di vista sociologico, nacque a destra, non a sinistra.

          Il golpe (sventato). Hanno torto coloro che oggi parlano di complotto; ma non hanno torto quelli che parlano di golpe. Proprio la vicenda di Mani Pulite dimostrò quanto fosse stata giustificata fino ad allora la diffidenza della tribù dei Nasi Turati per quella dei Trinariciuti. I golpisti rivoluzionari, la storia insegna, non fanno complotti, ma aspettano l’occasione per agire, con la solidarietà spontanea delle sette e delle minoranze organizzate, sul corpo di quelle società impegnate ed indebolite dal passaggio sempre delicato dal Vecchio al Nuovo. E’ l’istinto del predatore che acutizza la loro vista e promuove una tacita comunità d’intenti, trasversale alla società ma unita da un’ideologia che fa premio anche sul rispetto dei propri ruoli all’interno di quest’ultima. Si videro cose meravigliose: magistrati orbi di mattina, e con l’occhio di falco il pomeriggio; e la storia patria si arricchì, inaspettatamente, di gesta eroiche: compagni G., presi col sorcio in bocca, che, fra l’ammirazione tacita del popolo rosso, si autoaccusavano di millantato credito. Se quella farsesca combriccola di faccendieri di terz’ordine che fu la P2 divenne un mostro marino dalle cento teste sempre pronto ad emergere dalle acque, fu in realtà perché in essa la sinistra, inconfessabilmente, si specchiava. E se la sinistra trovò un alleato in un certo gotha industrial-finanziario, e nei suoi giornali, fu perché un corpo indebolito attira sempre le fauci di tutti i predatori. E così la rivoluzione di Mani Pulite non fu, come avrebbe potuto essere, un momento di verità; l’occasione per una grande confessione, come auspicato dal cinghialone; per uno svecchiamento della classe politica; per la presa di coscienza di un intero paese e per un nuovo inizio. Prevalse l’istinto settario che la dirottò verso altri lidi. Onde per cui quella stessa tribù dei Nasi Turati che l’aveva innescata, di lì a poco, alla prima occasione, la disinnescò dandosi al salvatore Berlusconi. E il pericolo oggi è che una sinistra popolata da vecchiette virtuose e petulanti che vanno sinistramente in giro a ricordare al mondo le condanne passate in giudicato dei mariuoli, consegni comode ed irresponsabili maggioranze ai berlusconiani, e che all’immobilismo DC succeda l’immobilismo PDL.

  2. chiaviche si nasce scrive:

    zamax come al solito non hai capito un cazzo…sei capace solo di leccare il culo a berlusconi…..come un berluscoglione qualsiasi……. e come un pirla….ti affogherai prima o poi coi peli del culo flaccido del brianzolo!!!!!!

  3. gnaojones scrive:

    Zamarion, ma Ruby è o non è la nipote di Mubarak???? no, perchè, sai, QUESTA DESTRA ha detto che sì, la pupattola italo-marocchina che la dava a berlusconi era la nipote del presidente d’egitto! Cioè, in altri termini, la destra italiana non esiste, nel senso di destra come si intende in europa e in USA, liberale, conservatrice, pure bacchettona. Esistono solo i servi di berlusconi, e basta (tu sei uno di quelli). Quindi la tua è una colossale baggianata, la “destra” ha usato mani pulite come un taxi, finchè conveniva, ma non poteva durare perchè in italia “destra” E’ corruzione e malaffare (anche a sinistra, ma lì non solo). La prova è che Berlusconi chiese a Tonino nazionale di fare il ministro! A dirla ora, questa cosa, non ti pare un tantinello bizzarra??? Ce lo vedi tonino a votare la balla di Ruby in parlamento?????

    • Zamax scrive:

      Scusi, ma lei conferma quanto dico. E cioè che il Pool all’inizio aveva le simpatie della destra, quella che scendeva in piazza, leghisti e missini, quella di qualche giornale, come quello di Feltri, e anche quella delle televisioni berlusconiane, ossia quelle dell’amico di Craxi. Questa stagione fu brevissima, perché poi si capì dove i magistrati volevano andare a parare, dopo che su Mani Pulite la sinistra mise il cappello. Di Pietro, in questo contesto, era considerato il meno ideologico e il meno fazioso del pool. Per questo conservò più a lungo degli altri le simpatie a destra.

  4. Fireman scrive:

    È vero, avevo mal interpretato, incorrendo nell’errore di attribuirle affermazioni mai fatte. Rimango peró dell’idea che lei appartenga a quel genere di osservatori capace di cogliere le forme del mutamento ma non le forze che che con esso interagiscono. In altre parole, lei, attribuendo alla sola volontà politica la capacità di intervento, perde di vista i mutamenti economici e sociali che determinano la formazione di quella volontà e la sua reale possibilità di successo. Dall’universale al particolare e viceversa… Lei osserva il particolare, ma guardando troppo da vicino la foglia dimentica l’albero cui è attaccata e il bosco dove l’albero è nato. Altresì, la sua dicotomica visione del mondo, non approfondita, non studiata o acclarata ma presa per buona da postulato, la adopera guardando il ramoscello italico, vedendo in esso riflesso il “grande scontro di civiltà” fra capitalismo e comunismo. Se leggesse le tesi di Paul Kennedy sulla sostanziale alleanza in funzione antitedesca e antieuropea tra Usa e Urss venuta a cessare con il crollo del muro di Berlino, crollerebbe anche Lei a terra? Spero che si lasci ammaliare presto dal fascino della moda geopolitica, ma l’avverto: il rischio di ritrovarsi marxisti è alto.

  5. Zamax scrive:

    Vedo che la testata non mi tutela e anzi vuole bannarmi dai commenti. Non mi resta che rivolgermi alla giustizia: chiederò un milio… facciamo cinque milioni di euro per danni morali. Naturalmente li darò tutti in beneficenza. Un povero diavolo bisognoso l’ho già individuato, un essere che ha tutta la mia stima, e con il quale vivo in perfetta simbiosi intellettuale, quasi un altro me stesso.

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