Sono milanista. Da sempre. Ho vissuto la B, sono stato alla finali di Champions di Barcellona, ho vissuto la curva per molti anni.
Il Milan mi ha dato sempre grandi soddisfazioni durante l’era Berlusconi. Ma gli ultimi 3 anni, sono stati un mezzo disastro. Mi direte, ma come, siamo stati Campioni del mondo e appena qualche mese prima, d’europa… si è vero, ma bisogna risalire a tre anni fa, per capire il disastro di ieri, dopo l’uscita ai sedicesimi di finale della Coppa Uefa,
unico titolo che manca al Milan, per mano di una mediocre squadra tedesca, che veleggia a metà classifica nella Bundesliga. Senza contare la disfatta di oggi con la Sampdoria, imputabile in tutto e per tutto a quella che oggi i quotidiani sportivi definiscono una difesa “imbarazzante” (aggettivo attribuito numerose volte anche a Senderos) oltre che definitivamente anziana (dai commenti dei tifosi online: “Si accorgono o no che con l’eta’ media di 35 anni di questa rosa e’ impensabile stare dietro a squadre con giocatori giovani“; “…a questo Milan bastano un paio di innesti ed è a posto. Un paio di innesti per ogni reparto s’intende!“;“La verità che invece di avere tanti assi si ritrova con tante travi inchiodate..”) Molti dicono sia colpa di Ancelotti, che come ogni allenatore, si assume molti oneri, ma pochi onori.
ALLA SBARRA - Naturalmente qualche responsabilità la può avere anche lui. Ma sono responsabilità più di carattere personale che tecnico. Ancelotti è una brava persona, che cura i rapporti umani, anche troppo. E’ uno della “famiglia” Milan dal 1986, conosce tutto e tutti. E ha amici, anche tra i calciatori. Questo, alla lunga, potrebbe risultare un problema, perché è difficile dire ad un amico, è finita, non puoi più giocare 40 partite da titolare… esempio lampante Seedorf, calciatore straordinario, che non merita i fischi continui dei tifosi, che ha dato tutto al Milan, vincendo tutto. Ma che non riesce più a tenere i ritmi alti e a giocare tutte le partite. Altra colpa può essere il non saper, o voler, cambiare tattica quando un avversario lo richiede. Senza alberello di Natale o simili, il Milan non gioca… le poche volte che si cambia in corsa, è un disastro, perché i giocatori non sanno come muoversi, dopo quasi un decennio che giocano a memoria con un modulo solo. Queste forse le colpe del mister, ma colpe minime, se paragonate a quelle della società.
STORIA DI UNA SERIE DI ERRORI – E veniamo alla data del 2006/7. Il Milan in quel periodo ha venduto uno dei suoi più grandi bomber, un certo Andrij Mykolajovyč Ševčenko, i motivi li conosciamo tutti, lui voleva andarsene perché la famiglia chiedeva un futuro diverso da quello italiano per i figli. Fu venduto per 45 milioni di sterline. Non bruscolini. Bene, il Milan si era privato di un grandissimo, ma con quella cifra, si poteva costruire una squadra attorno ad un altro grandissimo, quel Ricardo Izecson dos Santos Leite ( Kakà) che ha incantato il mondo in questi anni. La costruzione di una squadra, parte sempre dalla difesa. Difesa un po’ anziana, se consideriamo che c’erano ancora Costacurta, Maldini, Cafù, Simic e Stam. Si prese Favalli, trentaquattrenne a parametro zero, Oddo, trentenne mediocre difensore di fascia, regalando alla Lazio 7 milioni e 750 mila euro. Avanzavano parecchi soldi, allora si doveva puntare al centrocampo, che tolti Gattuso e Pirlo, esigeva una rinfrescata, visto che
con Vogel, SERGINHO e Rui costa, difficilmente si sarebbe arrivati a qualcosa. Riprendemmo Christian Brocchi, dato in prestito l’anno prima, e Emerson, preso l’anno dopo, calciatore spompato di 31 anni, per 5 milioni di Euro. Infine Daniele Bonera, unico giovane calciatore di belle speranze. Ma con poche possibilità di diventare un Nesta, un Baresi o un nuovo Cafù. Anche per lui, anche se questa volta spesi meglio, si sono spesi circa 2 milioni di Euro.



Non sarebbe bello godere delle disgrazie altrui, ma nel caso del Milan si può fare un’eccezione.
Quoto Just.Però complimenti perché un interista non sarebbe mai stato capace di scrivere così della propria squadra. Generalmente quando l’ Inter perde vanno a piangere negli sgabuzzini
Io ho visto Milan-Werder con mio padre, storico milanista (come storica è la nostra rivalità casalinga tra lui e me, gufo rossonero fin dall’infanzia) e mi sono spaccato dalle risate da quante gliene ha dette ai giocatori del milan
L’articolo non spiega niente. Siamo alle solite del calcio parlato in Italia: acquisti sbagliati, giocatori vecchi ecc. ecc. Con tutti i suoi vecchietti, con tutti i suoi difetti, con tutti i suoi doppioni ha sempre uno squadrone. Ma ha un gioco antidiluviano, che a volte è bello, quando gli avversari stanno a guardare, ma che va invariabilmente in crisi quando i rossoneri vengono messi sotto pressione. Da anni, da sempre da quando c’è Ancelotti.
Oggi il calcio patrio, parlato e scritto, e purtroppo anche quello giocato, visti i disastrosi risultati delle nostre squadre nelle coppe negli ultimi anni, mascherati negli utlimi anni solo dai successi dei marpioni del vecchio Milan, è fatto solo di individualità, di gioco casual che regala molti gol dentro i confini nostrani, ma che s’impappina terribilmente quando si scontra con le corazzate piccole e grandi del calcio europeo. Le discussioni sulla tattica si risolvono tutte con ridicole tabelline di numeri magici, 4-4-2, 4-5-1, 4-3-3, 3-4-3, 4-4-1-1 e via discorrendo, e i problemi si risolvono tutti mettendo un nome al posto di un altro, oppure mettendo più uomini in un settore della squadra, o in difesa, o a centrocampo, o in attacco, come se il calcio fosse una cosa statica o una partita a scacchi, avulsa dalla dimensione temporale. Questo gioco di vane e astrochiromantiche sottigliezze regala a chi vi partecipa un’aria saputa, che lo esenta da ogni tentativo di analisi più profonda e di largo respiro. Certo, il calcio è bello perché imprevedibile: l’abilità tecnica individuale, la fantasia, lo spirito agonistico, la fortuna ne saranno sempre ingredienti ineliminabili e decisivi. Ma oggi in Italia parlare seriamente di tattica e strategia calcistica, pur col dovuto distacco vista l’ingovernabile materia, è considerato un vezzo da fanatici.
Per una sorta di vendetta del mondo del calcio italiano (compresi i giornalisti) contro il vittorioso pioniere e rivoluzionario Sacchi (che certo aveva grossi difetti di carattere, soprattutto non sapeva modulare la pressione psicologica sui giocatori) le nostre squadre hanno giocato per molti anni come se le novità sacchiane non fossero esistite, mentre tutto il mondo ne faceva tesoro. Il Milan di Capello ebbe successo perché seppe mitigare gli aspetti meccanicisti del gioco di Sacchi, ma lo potè fare solo perché perché ormai i rossoneri giocavano a memoria. Piano piano anche quel Milan cominciò a regredire verso una statica italianità. Il bel gioco, filante, risulta quasi sempre dalla meglio organizzata mobilità dei giocatori nel rettangolo verde, che ottimizzata tende sempre a produrre la superiorità numerica. Non si tratta di correre di più, ma di correre meglio: e questo si può fare se le cose vengono fatte senza riserve mentali. La velocità di una squadra non dipende dalla velocità dei giocatori, né dall’ardore agonistico, ma dall’abolizione dei tempi morti nell’avanzare e nell’indietreggiare della squadra. Se invece nel momento della conquista del pallone (o della perdita) ci si guarda attorno per vedere come si sviluppa l’azione si perde quell’attimo fatale che è decisivo.
Ancor oggi, con un ragionamento capzioso, volendo omaggiare polemicamente l’italica tradizione, si parla di contropiede, di vittoriosa tattica difensiva, o addirittura di catenaccio, di questa o quella squadra. Ma il contesto è del tutto differente. Il contesto è quello in cui la rivoluzione sacchiana è stata digerita; per cui sia la difesa sia il contropiede sono oggi basati sulla ricerca della superiorità numerica. L’Ajax degli anni settanta (che rifilò un terrificante 6-0 in una finale di Supercoppa al Milan di Rocco nel 1973) segnò la prima tappa di questa rivoluzione scoprendo una cosa molto semplice: che nel calcio di allora solo una parte dei giocatori in senso lato prendeva parte all’azione di gioco, mentre ce n’erano sempre due o tre che risultavano del tutto ininfluenti, e sprecati, agevolando la squadra avversaria. Sviluppando un’organizzata concentrazione di uomini dove serviva e quando serviva lo squadrone olandese dominò il calcio europeo per un lustro. E soprattutto non solo vinse, ma fece scuola, e cambiò il calcio, cominciando, caratteristicamente, dal lessico. Fecero capolino termini di nuovo conio, come il pressing e la tattica del fuorigioco. Terzini, stopper, ali e mezzali – la terminologia del calcio “statico” – cominciarono a sparire.
Prima del perfezionamento e direi quasi della codificazione sacchiana, esempi parziali di quest’evoluzione calcistica furono negli anni ‘80 la Dinamo Kiev e la nazionale sovietica di Lobanovski; quest’ultima arrivò seconda agli europei del 1988 e fu la squadra che mostrò il miglior gioco ai mondiali messicani del 1986; ma sviluppando la ricerca della superiorità numerica, con le continue sovrapposizioni tipiche del calcio russo, solo in fase offensiva, e non anche in quella difensiva, andò incontro ingenuamente alle stilettate mortali in contropiede vecchio stile – palla lunga al centravanti – di squadre modeste e schiacciate in difesa come il Belgio nel 1986 e alle giocate dei campionissimi olandesi come Gullit e Van Basten nel 1988. Altro esempio importante fu il Goteborg dell’esordiente allenatore Sven Goran Eriksson che nel 1982 fra lo stupore generale vinse alla grande la Coppa Uefa; al contrario della Dinamo Kiev, il Goteborg di quella breve stagione prodigiosa mise in mostra il miglior pressing difensivo antecedente la stagione sacchiana.
Lo zelo, l’ideologia pionieristica di Arrigo Sacchi, raccolse le fila di tutti questi precedenti, dandone per la prima volta sul campo un’interpretazione globale e – in senso buono – totalitaria. E’ strano, ma a tanti anni di distanza, forse la maggior parte dei giornalisti italiani non ha ancora perfettamente capito che il pressing – cioè la ricerca della superiorità numerica dove serve quando serve, non solo nel gioco difensivo, cioè al fine della conquista della palla, ma anche in senso lato nel gioco d’attacco con l’offerta delle sovrapposizioni – è un movimento di squadra; che in realtà non esiste nessun pressing se esso non interessa tutti i giocatori, dal primo all’ultimo. E che lo sforzo centrale consiste nell’occupare nel minor tempo possibile col maggior numero di uomini possibile la zona nevralgica dove in quel momento si svolge l’azione. Contrariamente a quanto si favoleggia di solito, questo dipende in maniera pressoché totale dagli automatismi dei movimenti della squadra, non dallo sforzo agonistico; non dalla velocità dei giocatori, ma dall’abbattimento dei tempi morti. Una squadra che sappia interpretare al meglio le coordinate spazio/temporali nel rettangolo verde, può essere percepita come veloce anche se composta da una banda di appesantiti posapiano. La squadra “corta”, che si muove stretta in una fascia di trenta metri, che non corre di più ma ottimizza il movimento di tutti i giocatori, si cominciò a vederla allora.
Come disse una volta il madridista Valdano, stupendo un po’ tutti, quella di Sacchi era fondamentalmente un tattica difensiva. Ed aveva ragione: solo che quando Sacchi la brevettò, una volta per tutte, col suo grande Milan, gli avversari erano talmente impreparati a farvi fronte, che non restava loro altro che trincerarsi in difesa. Il pressing consiste non tanto nella ricerca del contatto con l’avversario, quanto nella ricerca sistematica ed organizzata della superiorità numerica nella zona dove staziona la palla. E questo avviene normalmente nella fase difensiva. I successi di Benitez, col Valencia e col Liverpool, e di Mourinho, col Chelsea e col Porto, sono basati su una disciplinata e convinta applicazione di questa tattica di gioco. Fu Van Gaal, con un fantastico Ajax, a creare una variazione offensiva della tattica del pressing (seguito poi in parte dal Barcellona di Rijkaard) con la ricerca sistematica della superiorità numerica nella fase d’attacco, con un continuo gioco di inserimenti e sovrapposizioni di centrocampisti e difensori laterali.(Il Werder di Shaff o come diavolo si chiama è una versione dei poveri di quel tipo di gioco)
Quindi ancor oggi si può parlare di gioco difensivo o offensivo, ma non nei termini con i quali una fazione inacidita ed accecata del mondo giornalistico sportivo italiano ne parla. Negandosi ad ogni tentativo di analisi seria, la nostra critica per spiegare l’alternanza dei risultati ha sempre pronta la soluzione di tutti i problemi: la giocata del campione, e il grado di stanchezza di una squadra, che un giorno, chissà perché, è pimpante e l’altro a terra.
Oramai la lezione è stata digerita dappertutto, fuori che in Italia. E’ di palmare evidenza che le nostre squadre sono SEMPRE in difficoltà in Europa, e quasi mai riescono a predominare nel possesso di palla, anche se poi vincono grazie alla maggiore qualità tecnica. E noi continuamo a tenere gli occhi chiusi.
Un’altra cosa che mi ridere a proposito dei tecnici, dei mister e degli allenatori è quando pretendono di cambiare “modulo”, e di saperlo fare, a seconda dell’avversario. Non avendo nessuna idea chiara, e le loro squadre non avendo nessuna fisionomia, è più facile farsi passare per esperto sparando queste balle spaziali sui “moduli” cangianti. Sarebbe meglio se fossero capaci ad insegnarne uno alla loro squadra.
Ma no invece. Chi compriamo? Chi arriva?
Che noia. Mortale.
Doverosa premessa: non seguo più il calcio da molti anni, e sono un non tifoso (a parte una vecchissima simpatia “familiare” per la Juve e un grande amore (campanilistico) per il “mio” Perugia.
Trovo molto centrata la riflessione di Zamax (almeno finchè parla di anni e squadre che conosco). Avrei aggiunto – ma probabilmente solo per campanilismo – il Perugia di Castagner che tra il 1976 e il 1979(qualche secolo fa) senza nessun fuoriclasse ma con un modulo “particolare” fu, per una breve stagione, competitiva fino al punto di sfiorare lo scudetto (un po’ “scippato” proprio dal Milan, nell’anno della “stella”) e di stabilire un record di imbattibilità.
Sacchi (però diciamolo: anche grazie ai giocatori che aveva, tipo l’immenso Gullit e il sublime Van basten) era umanamente antipatico, ma ci diede l’illusione che il gioco del calcio poteva essere davvero un grandissimo spettacolo moderno.
Oggi, anche per colpa del Presidente del Milan (che è comunque il ruolo in cui Berlusconi mi piace di più) è diventato tutt’altra cosa.
Un sorriso a P.
(e scusate l’intrusione di un ex-appassionato)
C.
wow…
molto bello…
Mi sono fermato a “seppe mitigare gli aspetti meccanicisti del gioco di Sacchi”.
Il buon senso dice a Zamax “no mas”(cit.)
Non so. Che le squadre debbano essere preferibilmente corte e organizzate va anche bene. Che il gioco spesso latiti e sia predominante il singolo è vero.
Però la salute del calcio italiano non è così in coma.
Siamo i campioni del mondo, soltanto 5 anni fa abbiamo avuto una finale Cempions tutta italiana.
Le spagnole le battiamo, abbiamo qualche problema con le inglesi ultimamente ma come tutti in Europa. Perchè tra l’altro è lì che gira il grano.
Io credo che il sacchismo, cioè il sogno dell’allenatore di poter prevedere e decidere tutto sia una cosa usurante e che porta più danni che benefici. Il sacchismo come lo zemanismo.
Per due anni che vinci qualcosina, cinque che sei finito. Se non fai un ricambio continuo di sangue giovane da spremere, a patto lo trovi di uguale qualità.
La superiorità numerica puoi ottenerla anche se insegni ai ragazzi i fondamentali. Stoppare bene la palla, calciare con ambo i piedi, dribblare in avanti.
I brasiliani sarebbero estinti se il calcio fosse iniziato e finito a Fusignano nel piccolo grande sogno di un piccolo ragioniere disadattato alla sfera.
Grazie al quale un Leo Messi in Italia probabile non nasca mai più.
Ad esempio.
La mia ricetta è meno impegnativa e più realistica e forse anche più conveniente.
Più attenzione alla qualità dei fondamentali, tattica ma con moderazione. Se hai il centrocampista lento ma che sa far correre il pallone prima ancora del pensiero, lo fai giocare.
Se hai la mezzalotta che ti mette il giocatorino davanti al portiere d’esterno facendolo tagliare, lo fai giocare. Se hai Cassano che se gli parli di modestia ti ride in faccia lo fai giocare uguale.
E soprattutto lo fai venir fuori dalle giovanili, senz allevarti una generazione di signorsi robottini umili e meccanici. E se Boksic (giusto per fare un link a una insofferenza storica) se ne fotte dello schema, e fa una gran giocata, lo si applaude uguale.
Per ciò che riguarda il Milan, credo semplicemente sia esaurito il ciclo Ancelotti. Le cose alla Ferguson a vita in Italia, a mio avviso, non funzionano.
Ho visto invecchiare Liedholm e Trap (non ancora Capello ma lì siamo nel paranormale), figurarsi Carletto. Può far bene a Roma. Tanto a Roma lo scudetto non glielo chiederà nessuno e la Cempions ad alti livelli, tipo semifinale, sarebbe un successone.
Mah, vero quello che dice Zamax, ma senza giocatori che saltano l’avversario tu puoi anche mettere 10 bestioni tristi nella stessa zolla di terra (vedi Inter dove hanno solo 2 con piedi buoni, Ibra e Stankovic) ma, se l’arbitro non è italiano, gli altri ti saltano o ti tocca fare fallo.
La triste realtà è che le nostre squadre sono triste. Punto.
Perchè poi come disse un mio amico con Baresi in difesa, Gullit a centrocampo e Van Basten in attacco era buono a vincere lo scudetto pure il tabaccaio all’angolo.
Dimenticavo alla voce fondamentali.
Crossare: bisogna saper crossare. Anche se sei un terzino, specialmente se sei un terzino.
Non da centrocampo. Non di collo piede alzando la gamba, quelli sono i tiri della domenica o le coreografie di amici. Si crossa soltanto da fondo campo e trattenendo il piede nella corsa onde non far schizzare il pallone nelle vette siderali dove al massimo ci saranno gli umili duemetrioti di sacchi.
Già una squadra che abbia due esterni che crossano così sempre sapendo saltare l’uomo da soli, cioè sapendo dribblare senza bisogno di 4 sponde umane (le quali magari ti servono ad aprire varchi o a concludere), può far bene.
Senza Nona di Beethoven o lezioni di Filosofia morale.
Zamax, scusa ma non l’ho letto tutto. L’articolo non doveva spiegare il perchè e il percome del calcio italiano.
Solo spiegava i motivi per cui il Milan è in queste condizioni e i motivi per cui, le colpe della società sono maggiori di quelle di Ancelotti. Tutto qui.
Ricchiuti, è vero che il ciclo di ancelotti forse è finito, ma con una squadra come quella dell’Inter ad esempio, il Milan oggi sarebbe primo, se non altro a pari con l’inter…e non si discuterebbe Ancelotti. Visto i cambi di ieri?
Favalli, Emerson e Inzaghi… tot in 3 100 anni…
Zamax, scusa ma non l’ho letto tutto. L’articolo non doveva spiegare il perchè e il percome del calcio italiano.
Solo spiegava i motivi per cui il Milan è in queste condizioni e i motivi per cui, le colpe della società sono maggiori di quelle di Ancelotti. Tutto qui.
Ricchiuti, è vero che il ciclo di ancelotti forse è finito, ma con una squadra come quella dell’Inter ad esempio, il Milan oggi sarebbe primo, se non altro a pari con l’inter…e non si discuterebbe Ancelotti. Visto i cambi di ieri?
Favalli, Emerson e Inzaghi… tot in 3 100 anni…
Per quanto riguarda chi parla di “moduli”, cambiarli non è tabù, anzi. Lo fanno in molti allenatori. Guardare Mou, che è antipatico ma non è “un pirla”, li cambia spesso e spesso ci azzecca anche. MAzzone ai tempi li cambiava, il povero Scoglio, e altri ancora. Certo, non dev’essere una regola, ma bisognerebbe provarci ogni tannto…
scusate il doppione… mi dava errore… nel secondo ho fatto una aggiunta
Faccio notare che, alla stregua di quello che succede da vari anni, siamo rimasti con una sola squadra in Coppa Uefa. Qui non si tratta di adottare strategie “totalitaristiche” che vogliono prevedere tutto nel calcio. Io dico proprio il contrario: sono i tecnici italiani che pretendono di preparare le partite dimenticando il gioco in generale e concentrandosi nei particolari. Io dico il contrario. Contesto che sia un tipo di gioco usurante, come ho spiegato nel commento. Si tratta di adottare un minimo di quelle conquiste tattiche che sono divenuto patrimonio comune in tutto il mondo. Qualcuno mi spieghi come sia possibile che il Werder abbia dominato il Mialn per 90 minuti su 90; come per 90 minuti su 90 sembrassero in 20 contro 5, senza che dessero l’impressione di dannarsi l’anima; se non è questa organizzazione, cos’è? Non mi si vorrà dire che loro erano giovani prestanti e noi vecchietti con la lingua di fuori? Via, non contiamo balle.
Il calcio delle nazionali è una realtà a parte. Il loro gioco è sempre qualcosa di abborracciato. E non parliamo dell’inferiorità tecnica dei giocatori che giocano nel nostro campionato, che ovviamente non sono inferiori a nessuno.
Tieni conto, Zamax, che oggi hai la Cempions che è un campionato. Tempo per giocarsela e prepararsela sempre con l’intensità che vorresti tu ce n’è poco perchè in Italia devi allenare l’ambiente 24 su 24. E lo stesso campionato cos’è se non un Camel Trophy tra anticipi, serali, infrasettimanali. Si gioca tanto, molto più dei tempi di Sacchi, si fa quel che si può. Poi alla fine, ne parlammo, c’è anche un problema di livello qualitativo degli allenatori di vertice.
Se tu hai all’Inter per anni uno come Mancini, l’antitesi dell’allenatore, il teorico del giocatore, alzati e cammina, o lo stesso Ranieri.
Amato in un’Inghilterra domina che a me sembra soltanto un marketing virale.
Fabio, io me li terrei ancora Inzaghi ed Emerson, Emerson se sta bene. Ha solo 33 anni, non è Matusalemme, e in un contesto più ragionato può anche farti l’asse con Pirlo e Kakà partendo da dietro.
Perché voi del Milan non scrivete ad Ancelotti proponendogli per questa stagione dove comunque avete ancora il posto Cempions da conquistare di provare il Puma centrale volante (ai miei tempi avrebbero detto centromediano metodista) alla Cambiasso ? Il colpo di testa ce l’ha, la testa d’uovo è anche più bella di prima, grinta inalterata (ieri dopo il goal annullato l’ho visto sinceramente incazzato). E’innamorato della maglia e dei vostri posti come di tutti gli inverni del pianeta.
Con tutto l’affetto per Maldini che ancora se la sfanga.
Se sta bene, perché non Emerson ?
Contesto che sia una questione di “intensità”. E’ questo l’equivoco. E’ questione d’organizzazione. Alla fine della partita col Werder era Ambrosini che era stravolto e con la lingua fuori, non quelli del Werder, che sembravano freschi come una rosa.
“Non mi si vorrà dire che loro erano giovani prestanti e noi vecchietti con la lingua di fuori?”
Si. Una squadra di giocatori finiti scartati dalle altri grandi europee (Barcellona, Real Madrid, ecc) aggiunti a grandi promesse di 15-20 anni fa, parliamo ancora di Maldini centrale, figuriamoci, siamo come quando l’Inter faceva giocare Facchetti libero e il Bologna Bulgarelli. Gente con la mobilità di un traliccio Enel che veniva messa lì che tanto si faceva catenaccio.
“E non parliamo dell’inferiorità tecnica dei giocatori che giocano nel nostro campionato, che ovviamente non sono inferiori a nessuno.”
Mah, convinto tu. Io quando guardo la Premier Legue vedo qualità tecniche molto ma molto migliori. Qui da noi la miglior squadra è appunto l’Inter dove quelli che sanno dare del tu al pallone si contano sulle dita di una mano e la squadra va avanti a sportellate agli avversari con gli arbitri che si voltano dall’altra parte.
No. E’ una cosa che non sta in piedi. E’ tipico. In Italia tutti i discorsi vanno a finire così. Ci rifiutiamo di vedere quello che è davanti ai nostri occhi.
Diceva Di Stefano che è il giocatore a far correre la palla. Ti lamenti di Ambrosini ? Se non ci fosse stato il sacchismo oggi Ambrosini, il figlio naturale dei Colombo, non starebbe a fare i cento metri. Starebbe a palleggiare salendo le scale come impararono da Liedholm Evani e compagni.
Abbiamo ancora tre squadre in gara per la Cempions.
Non è tutto da buttare solo perché il Milan in vantaggio di due reti non ha saputo gestirsela.
Anche il Real ne prese cinque dal calcio organizzato. Ma ha continuato a vincere.
A Brema come in provincia possono fare quello che vogliono. Finché stai gareggiando per qualcosa di poco impegnativo e non hai pressioni, puoi anche provare la palla corda tra uno schema e l’altro.
Ne riparliamo quando ti insedi stabilmente ai vertici del calcio, quando un anno si vince la Cempions e l’anno dopo minimo devi farti la finale.
Quando sei invitato stabilmente al tavolo di Platini e non puoi più presentarti co’Marione e il go’ di trent’anni prima o con la rosa falcidiata dalle gambe messe pure al novantesimo e sul due a zero in casa.
A quei livelli, ti basta anche un Inzaghi che s’è organizzato un furtaccio di fiducia per i suoi sporchi piani. Un minimo d’organizzazione e la capacità tecnica di sfruttare i momenti tuoi.
E se va bene, bene. Se va male non è la fine del mondo perché non devi aspettare trent’anni.
Tradotto, quando il Werder farà la Cempions da protagonista per più di due anni ne riparliamo.
Non lo so se all’Inter si contino davvero così pochi giocatori in confidenza col pallone.
Io so solo che la squadra “fisica” non è un difetto. Anzi. Poi che gli arbitri si voltino dall’altra parte, non lo fanno mica solo con l’Inter.Il paradosso dell’Inter resterà quello di aver perduto quando pensavano di essere i migliori di tutti, con i Veron e Kallon e Fenomeni assortiti. E pareggiavano e perdevano come porci. E di aver vinto quando hanno copiato quelli che disprezzavano.
“Diceva Di Stefano che è il giocatore a far correre la palla.”
Ricchiuti mi sa che non vuoi capire. E’ dall’inizio di questa diatriba che affermo che non si tratta di agonismo, che i pedalatori alla Colombo non c’entrano per nulla, ho scritto che perfino una squadra di posapiano può apparire veloce: parlo di organizzazione, parlo di correre – corricchiare, non spolmonarsi – organizzati; non di correre – magari a perdifiato – a vuoto. Questa è la differenza fondamentale tra i campioni del Milan e i brocchetti del Werder di qualche giorno fa. I rossoneri hanno corso tanto quanto i tedeschi, ma a vuoto.
Eravamo sul due a zero per puro culo. Meritavamo di essere sotto di tre. Io mi vergognavo, e tifavo per i tedeschi. Sì, perché a tutto c’è un limite.
“Anche il Real ne prese cinque dal calcio organizzato. Ma ha continuato a vincere.”
Vero, però il 5-0 è del 1988/89 e il successivo successo internazionale del Real è del 1997/98: non proprio il giorno dopo.
“Poi che gli arbitri si voltino dall’altra parte, non lo fanno mica solo con l’Inter.Il paradosso dell’Inter resterà quello di aver perduto quando pensavano di essere i migliori di tutti, con i Veron e Kallon e Fenomeni assortiti. E pareggiavano e perdevano come porci. E di aver vinto quando hanno copiato quelli che disprezzavano.”
Da sottoscrivere e ricordare. Nel gioco delle parti ora l’Inter è la Juventus (al netto delle telefonate intercettate), la Juventus è l’Inter, il Milan rischia di diventare una seconda Roma, giacché la prima è rimasta tale.
Ho capito, l’organizzazione. Però Di Stefano non diceva che devi spolmonarti. Devi saperla dare di prima tenendo alzata la testa e sapendo con quale parte del piede darla.
Cioè, viva l’organizzazione. Ma facciamo anche che torniamo a vedere cose più semplici del doppio passo (che riesce solo la prima volta in Italia) e che siano più diffuse nella media. Io non voglio più vedere attaccanti che si spolmonano perchè quando stoppano la palla va a km di distanza, non voglio più vedere l’esterno che ha bisogno per forza del supporto del centrocampista e poi dell’attaccante perchè non sa dribblare.
Facciamo che non si debba più per forza sovraffaticare tutti (per poi vedere le ciabattate) dandoci sempre dentro in tutte le situazioni e in tutti i minuti.
Tu dirai, organizzati neanche si suda.
Ok, ma se stai al Werder non sudi comunque. Perché dovresti ?
Il concetto credo sia chiaro.
Com’è che le chiamano ? Scelte di vita.
Anche a me è piaciuto guardare qualche volta il Palermo quest’anno. E ho ancora un buon ricordo della prima Roma di Zeman, quella con Balbo e Paulo Sergio.
Ma se la Juve avesse perduto 4 a zero col Catania come ha fatto il Palermo ieri, avrei vomitato.
Non reggo le splendide sconfitte, non reggo le squadre simpatia, e non penso che se sei il Milan o il Real tu abbia oggi come oggi gli stessi spazi di manovra di un Werder. Perchè se sei il Milan o il Real hai un Ronaldinho che devi comprare, devi, non puoi, mille gare, campioni da gestire, avversari con i quali hai solo da perdere, stampa che fa i propri interessi e devi arrangiarti compatibilmente a fare tutto e il suo contrario.
“Ma facciamo anche che torniamo a vedere cose più semplici del doppio passo (che riesce solo la prima volta in Italia) e che siano più diffuse nella media. Io non voglio più vedere attaccanti che si spolmonano perchè quando stoppano la palla va a km di distanza, non voglio più vedere l’esterno che ha bisogno per forza del supporto del centrocampista e poi dell’attaccante perchè non sa dribblare.”
Finalmente!!!! (e di solito NON sono mai d’accordo con Ricchiuti).
Quanti “ali” o meglio “esterni” come li chiamano oggi san saltare l’uomo? Foggia della Lazio… e poi?
Il concetto che intendevo esprimere è che il calcio sacchiano non ha annichilito nessuno come l’Ajax dei suoi tempi non ha annichilito nessuno come l’Inter contropiedista (ma dai piedi buonissimi dei suoi avanti, perché puoi anche fare i lanci da 90 km ma se davanti non hai Mazzola che dribbla anche sette persone non vinci) idem etc.
Il concetto è che ci sono cicli tattici ma che la tecnica individuale alla fine prevalga perché è comunque la qualità del singolo a prevalere.
Questo è ciò che penso io.
Il Real prima di Sacchi mica vinceva internazionalmente. C’è voluto Capello per fargli la squadra che potesse vincere la Coppa.
E comunque il Barcellona di Cruyff, dotato di due fuoriclasse come terminali offensivi, non è che prendesse il largo. Rado ci spiegherà quante volte le individualiste merengues siano arrivate seconde solo per differenza reti.
Sul Inter come Juve, c’è una discreta somiglianza con la Juve di Capello per ciò che concerne la forza fisica e la mentalità disinibita e coraggiosa. Quest’anno, perché l’anno scorso erano nevrotizzati dalla guida tecnica.
Perché quest’anno hanno un allenatore di cui si fidano, visto che non ha pupilli, non ha fisse, rischia egli stesso talune volte ma sa correggersi in corsa e lo staff rimette in piedi senza tormentoni soliti.
Detto questo, la Juve di Capello aveva un tasso tecnico superiore ed era zeppa di palloni d’oro e campioni del mondo.
E l’analogia termina qui.
La Juve di quest’anno non è l’Inter della pareggite e dei 30 argentini, quella che se il Milan quest’anno chiude a Febbraio la stagione alla Pinetina a Natale eran già in ferie. Semplicemente perché non ci sono 300 giocatori,non ci sono casi di divismo molesto, le vittorie per il momento si fanno ancora.
E si è secondi.
Quell’Inter lì da Bergamo andava a cena quando era nel suo solito barbogio quinto-sesto.
Non siamo neanche il Milan, che era l’eterno secondo di allora.
Siamo una provinciale, direbbe Ranieri al quale la provincia piace. Io l’abolirei, la Provincia, ma posso poco.
In realtà siamo in transizione. La Juve degli anni ’60 post Sivori fu la Juve socialdemocratica. Questa qui ha ancora troppi nobili per fare l’operaia del tutto.
Spero in Abramovich, ma mi accontenterei anche dell’ultimo Agnelli con pieni poteri al figlio di Moggi.
Se ci fosse stato ancora Luciano, quando Balotelli aveva rotto con l’Inter sarebbe stato bianconero. A fare il Mick Jagger della nuova generazione juventina. Quella della vendetta dei Sith.
Il 2011 però pure arriva.
Quanti “ali” o meglio “esterni” come li chiamano oggi san saltare l’uomo? Foggia della Lazio… e poi?
Camoranesi, Giovinco, Figo, e in subordine e talune volte l’esterno alto della Lazio Mauri, uno del Cagliari mi sembra Matri (boh), Jankovic forse anche se si accentra sempre, tolti i primi 3 poca roba.Vargas forse, boh.
O certo è molto bello darla di prima, ma quando, come succede al nostro eroico Milan, il solito centrocampista con la palla si trova gli attaccanti lì in fondo presso l’ultima Thule,con i difensori che invece di sostenere avanzando e tenere impegnati gli avversari restano attaccati con lo scotch presso la propria area, aspettando il semaforo verde di sicurezza, ecco che il poveretto si trova attorniato da una marea di maglie avversarie di giocatori che giocano assieme e se non prova il lancio lungo della disperazione non gli resta che aspettare la squadra e ricominciare a mettere in scena il solo teatrino di mille passaggi di fronte all’aversario schierato completamente nella sua metà campo. Questo è il Milan, oggi. Poi, siccome è una squadra infarcita di piedi buoni, spesso riesce pure a andare in rete. Ma se gli altri pressano, allora nel novanta per cento dei casi, è finita. E’ proprio il Milan con tutta la bontà della sua tecnica, e l’eccellenza nei fondamentali, la dimostrazione che non bastano i piedi buoni per menare le danze.
Guarda la Spagna che ha vinto gli Europei: piedi buoni sì, ma tocchettavano uno vicino all’altro, la squadra era schierata e sempre unita in una fascia di trenta metri, non di più, e non correvano a perdifiato.
Perché il Milan non potrebbe farlo?
Mi ricordo un fatto che mi divertì molto qualche anno fa: giocava il Barcellona di Rijkaard – non mi ricordo contro chi- e riusciva a tenere sempre in mano il pallino del gioco. A un certo il solito telecronista italico dice: “è incredibile come il Barcellona riesca a dominare avendo a centrocampo solo due uomini, Xavi e Iniesta”. Capito? Come se le squadre giocassero a compartimenti stagni. E si continua a ragionare a quasto modo. Bah!
Il Real Madrid prima dei due confronti contro il Milan sacchiano aveva vinto due Coppe UEFA, nel 1984/85 e nel 1985/86, quando il trofeo, pur essendo sempre il torneo di chi non aveva vinto nulla (o quasi) la stagione prima, aveva ancora una sua dignità tecnica. Fra l’altro era il Real delle grandi rimonte, a cui non bastava perdere fuori 0-3 coll’Anderlecht o 1-5 col Borussia per farsi eliminare, squadra che faceva del Bernabeu fortino inespugnabile (tranne perdere col Videoton, ma a coppa stravinta all’andata). Real contro il quale si scontrò l’Inter per due volte in semifinale, venendo sempre rimontata e con Bergomi che si prese una biglia in testa.
Nella Liga il titolo va per confronti diretti, non per differenza reti, in caso di pari punti.
Il teatrino delle parti non era tanto tecnico (spiegato male io) quanto “umorale”, ovvero di reazione ai torti arbitrali, a favore o contro.
Ricchiuti sei juventino e trascuri una delle poche ali vere, come Marchionni.
L’Inter di Mourinho è un’incompiuta. Il portoghese è andato a sbattere contro la mentalità italiana e finora gli è venuta fuori una mezza creatura. Ma se uno ha seguito il suo Porto e il suo Chelsea capisce benissimo che alla base della sua filosofia calcistica c’è l’esperienza sacchiana, non certo quella di Capello. Lui stesso ha detto questo ultimamente:
When reminded this week about Carlo Ancelotti’s comments on Mourinho’s failure as a player, Mourinho was ready with one of his typically colourful metaphors.
“Maybe he’s forgotten that it was under Arrigo Sacchi that Milan played the best football in their history. And Sacchi, like me, was never a top player. I have a great dentist, even though I have never had toothache.”
http://www.telegraph.co.uk/sport/football/2435938/Jose-Mourinho-thinks-Italian-football-fans-are-feistier-than-their-English-counterparts.html
Rado, credo (vado a memoria) che nei primi anni ’90 valesse ancora la differenza reti.Ricordo che Herrera disse nel ’64, col sistema della differenza reti non ci sarebbe spareggio col Bologna.
Ricordo quelle gare, ricordo che il primo anno, credo l’85, il Real superò l’Inter dopo aver fatto nel frattempo la famosa rivoluzione della Quinta del Buitre. Per cui all’andata giocarono con la vecchia guardia e al Bernabeu invece coi nuovi virgulti. Ricordo la zona Real, i cinque palloni rifilati all’Anderlecht. Ricordo che da noi si disse, bleah il sistema spagnolo, uno come Butragueno che fino ai 23 deve marcire nelle filiali. Ricordo la biglia, ricordo Brady. Ricordo persino che all’epoca nelle coppe si tifava tutti per tutte le italiane.Non come oggi (meglio oggi).
Però ricordo anche che stavamo parlando di Cempions e non di coppe in genere.
Zamax, Marchionni sta in punizione finché non impara ad essere caratterialmente, mentalmente ed agonisticamente meno miccoliano.
La battuta sul dentista è fantastica. Ranieri che di Mourinho è il Salieri lo ha inquadrato benissimo: il grande comunicatore.
Vale i milioni di euro spesi per lui.
Ricchiuti perché non ti arrendi? Non vorrai andare avanti fino a mezzanotte. Confidavo nella tua maturità. Vabbe’, mollo la presa. Ti saluto. Buonanotte. Son gentiluomo, io. Rossonero. Mica juventino.
Alla prossima.
“Però ricordo anche che stavamo parlando di Cempions e non di coppe in genere”
Veramente hai scritto “Il Real prima di Sacchi mica vinceva internazionalmente.” e a casa mia internazionalmente significa qualsiasi coppa (ufficiale, chiaro: ovvero organizzata dall’UEFA o da altra confederazione FIFA), non solo la Coppa Campioni.
Sulla Liga: a me pare che si vada a confronti diretti dalla fine anni 80. Verificherò nella Guida di Marca questo fine settimana (purtroppo è da mio fratello che vedo solo il sabato e la domenica).
Si stava parlando di Coppa dei Campioni. E lo hai ammesso implicitamente. Se non avessi capito anche tu che mi riferivo alla Coppa dei Campioni, mi avresti citato tutti i successi internazionali del Real.
Controlla e vedi che negli anni ’90 stavano ancora a differenza reti.
NOn ho inteso implicitamente un bel niente: se tu mi dici che dopo il 5-0 il Real ha continuato a vincere, ti ho detto che è vero ma dopo 10 anni, nel 1997/98, che non proprio il giorno dopo. E non è di certo colpa mia se dal 1985/86 non aveva più vinto nulla in campo europeo.
Fra l’altro non è assolutamente vero che: “Il Real prima di Sacchi mica vinceva internazionalmente. C’è voluto Capello per fargli la squadra che potesse vincere la Coppa.” giacché in panchina c’era Heynckes. Anzi Capello ha vinto “solo” due campionati col real.
E a proposito di Liga: la Real Sociedad vinse nel 1980/81 superando il Real nei confronti diretti (3-1 e 0-1) pur avendo una differenza reti inferiore (+23 contro +29). Negli altri casi, anni 80 e 90; chi era in vantaggio nei confronti diretti lo era anche in differenza reti (Bilbao 83/84, Barcelona 93/94). Non so dirti, però, se si usa la diff. reti per le altre posizioni di classifica.
Almeno questo s’evince dalla sito dell’rsssf
http://www.rsssf.com/tabless/spanhist7989.html#8081
La classifica avulsa conta prima solo gli scontri diretti ma in Italia si usa solo dal 94 se non ricordo male, ha iniziato la serie C in via sperimentale.
“La classifica avulsa conta prima solo gli scontri diretti ma in Italia si usa solo dal 94 se non ricordo male, ha iniziato la serie C in via sperimentale.”
Fabio, dipende dal contesto. Ti ricordo che, per esempio, fino al 1985/86, si usava la classifica avulsa per le retrocessioni e gli spareggi a prescindere per le promozioni o lo scudetto. Nel 1986/87 furono introdotti gli spareggi per qualsiasi cosa (anche…per stabilire la 6ª e la 7ª dell’allora C1), eccetto che per il piazzamento UEFA, dove fu introdotto il “sistema misto”, poi esteso a tutto rimasto in vigore fino praticamente ad oggi, ovvero classifica avulsa ma con spareggio obbligatorio per le due squadre che si giocavano “l’ultimo posto utile”. Più o meno sulla stessa onda (a volte non valeva per l’Intertoto e a volte cambiava la definizione di “posto utile”) si è arrivati
al 2005/06 dove per la serie A vale solo la classifica avulsa. Per la C1 la classifica avulsa si usa per la classifica finale della “stagione regolare”: tradotto niente spareggi per decidere chi va su o giù direttamente e chi farà play-off o out.
Questo a grandi linee, poi nel particolare dovrei andare a cercare le carte nel mio archivio.
“NOn ho inteso implicitamente un bel niente: se tu mi dici che dopo il 5-0 il Real ha continuato a vincere, ti ho detto che è vero ma dopo 10 anni, nel 1997/98, che non proprio il giorno dopo”.
Visto che mi riferivo alle vittorie internazionali, evidenziare che il Real nel frattempo sfiorava il partecipare alla Coppa dei Campioni per un nonnulla significa che lungi dall’essere morto del tutto dal 5 a zero sacchiano qualcosina ancora la faceva. Tra l’altro ci provarono pure col sacchismo fatto in casa. Finirono a pedate perché a Madrid vogliono altro.
“Fra l’altro non è assolutamente vero che: “Il Real prima di Sacchi mica vinceva internazionalmente. C’è voluto Capello per fargli la squadra che potesse vincere la Coppa.” giacché in panchina c’era Heynckes. Anzi Capello ha vinto “solo” due campionati col real”.
Rado, se la squadra che vince lo scudetto del 1997 è la stessa che vince la Cempions del ’98, è plausibile e a mio avviso intelligente dire che la squadra gliel’avesse fatta Capello. Tra l’altro, è proprio vero. Capello ebbe il merito di riciclare gli scarti come Sedorf e dare dignità ai Raul (che ancora lo ringrazia). Tutto questo vincendo la Liga nell’anno del miglior Ronaldo di sempre.
Poi solo due campionati ?
Due campionati in due anni di panchina, tra cui l’ultimo semi miracoloso e buttando via Beckham.
Sacchi invece è andato a raccoglier pernacchie e sull’altra sponda, la Madrid minore.
Quando ha visto che non era in grado, ha simulato il solito infarto. Ma de che se non ha cuore.
“Visto che mi riferivo alle vittorie internazionali, evidenziare che il Real nel frattempo sfiorava il partecipare alla Coppa dei Campioni per un nonnulla significa che lungi dall’essere morto del tutto dal 5 a zero sacchiano qualcosina ancora la faceva. Tra l’altro ci provarono pure col sacchismo fatto in casa. Finirono a pedate perché a Madrid vogliono altro.”
Questo è cambiare completamente discorso.
“Rado, se la squadra che vince lo scudetto del 1997 è la stessa che vince la Cempions del ‘98, è plausibile e a mio avviso intelligente dire che la squadra gliel’avesse fatta Capello. Tra l’altro, è proprio vero. Capello ebbe il merito di riciclare gli scarti come Sedorf e dare dignità ai Raul (che ancora lo ringrazia). Tutto questo vincendo la Liga nell’anno del miglior Ronaldo di sempre.”
Buono a sapersi: l’allenatore che vince la Champions non è quello che arriva e trionfa in finale ma quello che l’anno prima ha vinto il campionato. Ma che discorso è?
“Poi solo due campionati ?”
Infatti avevo scritto “solo” fra virgolette, se guardi bene.
Sfidiamo, e battiamo, Rado sul suo stesso terreno.
“Anche il Real ne prese cinque dal calcio organizzato. Ma ha continuato a vincere”.
Qui dico che il Real è rimasto competitivo nonostante il 5-0. Ha pertinenza il tempo che ci ha messo ? No. Scrivo ha continuato: per la precisione, è vero. Non rileva il tempo messoci.
“Il Real prima di Sacchi mica vinceva internazionalmente. C’è voluto Capello per fargli la squadra che potesse vincere la Coppa”.
Qui parlo di Coppa dei Campioni come si evince dal termine la Coppa.
Com’era ? Si. Se guardi bene.
“l’allenatore che vince la Champions non è quello che arriva e trionfa in finale ma quello che l’anno prima ha vinto il campionato. Ma che discorso è?”
E’ un discorso che quando la squadra l’ha fatta l’allenatore dell’anno prima calcisticamente ha un senso.
Ha un senso dire che l’Ajax delle 3 coppe campioni consecutive fosse quello di Michels, andato via dopo la prima ? Per me, si.
Per te, no.
Ma andiamo sul tuo terreno e leggiamo cosa ho scritto.
Ho scritto per caso, Capello ha vinto la Cempions ? No.
“C’è voluto Capello per fargli la squadra che potesse vincere la Coppa”.
Fargli-olè-la squadra-olè- che potesse vincere-olè- la Coppa. E qui venne giù lo stadio per ricchiuto. Il goal in trasferta nel notariato di Sampierdarena vale doppio.