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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 2 marzo 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

3319399618 0a3df3ef9f o Rizzoli, Costanzo e quelloscuro complotto ai danni della povera P2D’accordo: la societá moderna – così come l’internet, per certi versi – si configura come una guerra per bande, dove vince chi sa giocarsi meglio, e nel momento migliore, le proprie carte. E quindi, ci sta che Angelone Rizzoli decida di rilasciare un’intervista alla Stampa nella quale ricostruisce in maniera fantasiosa le sue disavventure come imprenditore nella gestione della società che editava il Corriere della Sera. E che poi Dagospia ne faccia una prosa piuttosto arrabbiata nella quale racconta in questo modo quella storia: “Con la distruzione fisica e morale di Angelo Rizzoli, quel gentiluomo di Gianni Agnelli sfilò il Corriere della Sera alla prima famiglia di Milano per un piatto di lenticchie: valutato 400 cento miliardi, ne ottenne 10 (per tutto il patrimonio, immobili e giornali). E la canizza sullo scandalo P2 fu il pretesto perfetto per far scattare quella tempesta mediatica che travolse il giovane e ingenuo rampollo meneghino. Il piduista Gelli, con il direttore generale della Rizzoli Tassan Din, il direttore del quotidiano Di Bella in combutta con Maurizio Costanzo, etc. furono sbattuti – bum! bum! – al muro della criminalità organizzata“. Traduzione per i non iniziati: è stato un complotto. Che cosa stava succedendo, secondo l’anonimo quanto severo ‘prosatore‘ di Dago? Che c’era una volta un imprenditore di grandissimo successo che stava mietendo grandissimi successi in campo editoriale, il quale però venne colpito da un orrido complotto contro di lui, pòra stella, e fregato per mezzo dell’inganno. Sembra una favola, vero? E infatti, sentite come continua: “Creato mediaticamente il contesto criminogeno, per l’Avvocato fu un gioco da magliaro napoletano ‘scippare’ il Corrierone ad Angelone [...] Un bel giorno, uscito dal carcere, Angelo Rizzoli ricevette uno squillo da Gianni Agnelli. Che, con insopportabile cinismo, gli spiegò la semplice ragione della sua rovinosa caduta: “Caro Angelo, devi sapere che viviamo nella giungla. Dove la bestia grossa sbrana quella piccola...”. E quindi, voi capite che l’orco cattivo – nei panni dell’Avvocato, che del resto nell’intervista non è nominato, ma viene fuori nella ricostruzione di Dago - ha rapito il povero bambinello imprenditore, che – pòra stella – era taaaaanto innocente. 

Correva l’anno 1974. Quel grande imprenditore di Angelone Rizzoli volle acquisire il 100% del pacchetto azionario che controllava la società editrice Rizzoli Corriere della Sera: voleva sbattere fuori dalla gestione i Moratti e proprio gli Agnelli. Per farlo, strapagò quelle azioni. E mise il debito a carico della stessa società, che quindi si trovò appena un anno dopo ad avere un deficit patrimoniale di 20 miliardi di lire di allora. Taglio dei costi, licenziamenti, ma anche acquisti: una rete tv, la Gazzetta dello Sport, il Mattino e altri minori. Risultato? Altro deficit. Nel 1977 arriva un’acquisizione di denaro fresco dal Banco Ambrosiano, all’epoca diretto da Roberto Calvi. In azienda arriva Bruno Tassan Din, che ha in testa, insieme al Rizzoli, un’altra grandissima idea editoriale di sicuro successo: un quotidiano nazional-popolare, molto vicino al linguaggio allora nascente della tv, diretto al cuore del pubblico “medio-basso”, presso il quale i prodotti Rizzoli (perlomeno quelli con cadenza quotidiana) non riuscivano a sfondare. Chi chiamare a dirigere questa impresa titanica? Niente meno che Maurizio Costanzo, allora “giovane” giornalista e conduttore in grande ascesa, e che si era distinto, tra l’altro, per uno scoop: un’intervista pubblicata proprio sul Corriere a Licio Gelli, personaggio di cui allora si faceva un gran parlare come “imprenditore di successo”  ma anche uomo molto potente e dalle raffinate frequentazioni. L’intervista venne pubblicata, e gira un aneddoto secondo il quale il tutto avvenne all’insaputa di gran parte del giornale: molti dei responsabili delle varie parti del quotidiano andarono a dormire sapendo che in quella pagina c’era programmato tutt’altro, e si svegliarono con l’intervista sbattuta lì, in faccia. Ma non divaghiamo: come è andato, questo nuovo prodotto editoriale, che si chiamava L’Occhio ed era diretto da Maurizio Costanzo? Questa geniale idea parto di lucide mentalità imprenditoriali di primissimo piano, venduta a metà prezzo rispetto agli altri giornali per significarne la vicinanza al popolo? Il giornale chiuse dopo nemmeno tre anni. Nel 1980 il gruppo Rizzoli annunciò che aveva perso 200 miliardi. Il Banco Ambrosiano entrò ufficialmente nel capitale, insieme allo Ior. La banca vaticana però lo fece segretamente. Nell’ottobre 1982, dopo la morte di Calvi, la Rizzoli evita il fallimento ottenendo dal Tribunale di Milano l’amministrazione controllata. Due anni dopo viene comprata dagli Agnelli

Come vedete, si è riusciti a dar conto della storia senza quasi mai buttarla in caciara, ovvero semplicemente raccontandola dal punto di vista economico: a parte tutti i progetti politici che potevano avere o non avere gli iscritti alla P2 (come sembra adombrare Dagospia), a parte tutte le Forze Oscure et Cattivissime che potevano volerli contrastare, a parte il clamoroso complotto che, molti – uno fra tutti: Francesco Cossiga - darebbero come una realtà ormai storiograficamente dimostrata, la vicenda finita con l’acquisizione da parte degli Agnelli del Corrierone è cominciata e continuata per sei lunghi anni con una serie di affari sballati concepiti dalla proprietà di allora, nel quale è difficile ravvedere gli estremi per gridare all’Oscuro Complotto: i media comprati non sfondavano sul mercato come ci si aspettava, L’Occhio fu un’impresa disastrosa da tutti i punti di vista. E se il pubblico popolare non si è mai filato il giornale diretto da Maurizio Costanzo, è difficile che la colpa sia di qualcuno che l’ha costretto a farlo attraverso magari un complesso messaggio subliminale. Semplicemente, al popolo il giornale per il popolo non piaceva. Vogliamo fargliene una colpa? Sarebbe bello che i protagonisti della scena imprenditoriale di questo paese, soprattutto quelli che sbagliano, se la smettessero di attribuire i propri fallimenti al fatto che tutto fosse un oscuro complotto contro di loro. E prendessero atto, una volta per tutte, che ogni tanto qualcuno di loro sbaglia e paga. Tutto qui. Succede raramente, ma ogni tanto je tocca. E a chi tocca, nun se ingrugna.

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