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La rubricadi Leonardo Daverio Patrizi (IHC)
pubblicato il 26 febbraio 2009 alle 10:36 dallo stesso autore - torna alla home

Ecco perché la crisi non è ancora finita e, anzi, potrebbe comportare il crollo di quei governi che pensavano di poterla tenere a freno

Avviandoci allegramente verso i due anni dall’inizio della crisi (quel pasticcio dei fondi Paribas nella prima metà del 2007) abbiamo una certezza e una possibilità. La certezza è che in due anni non si sarà toccato il fondo, e la possibilità è che i default bancari si tirino dietro gli Stati. La cosa fantastica è che gli Stati non rischiano per il collasso del crisi econ casa bianca  Un fallimento tira laltro: ora tocca agli Statisistema del credito in sé, bensì perché hanno creduto di salvare tutti con i loro interventi, e soprattutto con soldi che non avevano.

CHI SALVERA’ I SALVATORI? – Il fatto è che un po’ tutti i Governi, e in particolare quelli europei dalla Germania all‘Irlanda, sono intervenuti a sostenere banche ormai avviate al fallimento fornendo capitali e garanzie (o promettendoli, che è un po’ lo stesso per certi versi), coprendo per intero i depositi bancari nonché gli scambi sull’interbancario. A questo si aggiungano gli aiuti più o meno promessi e trasparenti ad alcuni settori (leggi: grandi aziende) perché non chiudessero trascinando l’economia ancora un gradino giù oltretutto allargando le voragini delle banche. In tutto il mondo piovono i soldi (parte dalle tasche dei contribuenti di oggi o di domani, e parte nuovi di zecca), e come vediamo la situazione non migliora. Non migliora perché la crisi è “reale” e non “finanziaria” (spiegato qui), e i dissesti bancari sono solo uno dei sintomi; curare i sintomi non risolve il problema e quindi è una strategia, mai termine più appropriato, fallimentare.

COSA STA SUCCEDENDO – Gli inviti del Commissario Europeo Neelie Kroes a “ridurre le incertezze e riattivare il credito” pena il “perpetuare modelli di business falliti, rovinare del tutto le finanze pubbliche, consolidare le distorsioni legate alla concessione di aiuti statali” suonano quindi come un non-sense. Infatti sono proprio gli interventi a sostegno del credito (inutili per natura, non per dimensioni), sostanziate nel salvataggio di ogni banca fallimentare, che hanno caricato di impegni le finanze pubbliche fino al punto di rendere Stati e banche interdipendenti nella loro sopravvivenza (o meglio: l’uno il cappio al collo dell’altro). L’Irlanda, come ricordato pure recentemente su FondiOnLine, è il paese peggio messo. Come ricordato da noi, c’è una direi nutrita schiera di PIGS pronti a incasinarsi in salvataggi impossibili (e magari pure non richiesti) per mettere nei guai i propri conti pubblici (l’Italia in questo senso non ha neppure bisogno di grandissimi nuovi impegni per inguaiarsi definitivamente). Certo, se il Ministro delle Finanze tedesco Steinbrück si è pronunciato per un salvataggio UE di Irlanda e altri, la situazione si prefigura molto grave. E molto grave sta diventato anche la situazione dell’est europeo (il 25/2 il rating dell’Ucraina è stato abbassato a CCC, tanto per dire), “costruito” principalmente dalla Germania in un’ottica di specializzazione e complementarietà produttiva, il cui massiccio “crollo” è per la Germania forse ben più pericoloso della propria congiunturale debolezza. Certamente una UE che interviene per l’Irlanda è un ottimo precedente perché i Teutonici possano pretendere un uguale trattamento per l’est 2qjx1fm  Un fallimento tira laltro: ora tocca agli Statineo-comunitario (e prossimo neo-unionmonetario), e credo che sia qui la ragione dell’interesse germanico per il salvataggio degli irlandesi proprio all’indomani dell’aver schifato l’idea degli Union Bond.

E IO PAGO - Purtroppo all’orizzonte si profila una concreta, e probabilmente in qualche misura efficace, ricerca di un aggiramento dei vincoli di “non salvataggio” degli Stati UE da parte degli altri Stati o della BCE. Il motivo di quei vincoli sanciti a Maastricht era valido: evitare spirali di spesa e inflazione dovute ad un moral hazardeuropeo“, cioè costringere gli Stati alla disciplina fiscale mantenendo la forza della moneta unica eliminando furbesche vie di fuga. Questi vincoli hanno valore proprio nei momenti di difficoltà (tutti bravi a ostentare diligenza quando le cose vanno bene e i vincoli non sono stringenti), e l’attuale congiuntura è la prima vera prova di serietà e unicità storica della UE e dell’Area Euro. Aver lasciato il ciclo economico cadere di botto per poi ripartire non sarebbe stato politicamente sopportabile, forse, ma certo avrebbe evitato che si creasse questo rischio di default a catena banche-Stati. E l’aver evitato questa perversa situazione avrebbe concesso una possibilità in più al progetto UE di dimostrarsi una pietra miliare del buon governo di economia e moneta. Alla fine, come vediamo, è sempre la solita storia di miopia politica, errori su errori, e corsa al denaro pubblico.

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