Perché l’Italia è impreparata alle emergenze
05/02/2012 - Città per città, tutti i problemi del Belpaese Il Corriere della Sera, in un articolo a firma di Alessandra Mangiarotti, racconta perché l’Italia è impreparata alle emergenze, e ad ogni accadimento imprevisto – o previsto, come il maltempo – il
Città per città, tutti i problemi del Belpaese
Il Corriere della Sera, in un articolo a firma di Alessandra Mangiarotti, racconta perché l’Italia è impreparata alle emergenze, e ad ogni accadimento imprevisto – o previsto, come il maltempo – il Belpaese risponde con lentezza e disagi:
Agostino Miozzo è il direttore del servizio che a livello europeo si occupa di dare una risposta alle grandi crisi. Il maltempo ha colpito tutto il Vecchio continente ma i danni che ha causato non sono direttamente proporzionali ai centimetri di neve caduta. «Perché la neve — dice — crea problemi solo quando va a posarsi sul vuoto lasciato dalla mancanza di prevenzione emanutenzione». Neimille e 500 chilometri che separano il suo ufficio di Bruxelles dalla sua casa di Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma, ha sperimentato in prima persona le conseguenza di mancanze pubbliche e private: «Su otto ore e più di viaggio, ne ho trascorse una e 40 in aereo e sette in macchina a fare la gimcana, su strade mal tenute, tra auto e tir rimasti bloccati perché senza catene». Mix di responsabilità pubbliche e private. «Arrivato a casa ho trovato il mio paese completamente senza acqua». Responsabilità solo pubblica che precede l’emergenza e poi la raddoppia: «Perché la cattiva gestione della manutenzione ordinaria trasforma una normale emergenza in una straordinaria».
La prevenzione è sotto accusa:
Sono tanti i casi di cattiva manutenzione e prevenzione che hanno trasformato la neve di questi giorni in qualcosa di straordinario: la sottodimensionata centrale termica delle Molinette che ha portato alla chiusura di sette blocchi operatori nell’ospedale torinese; il cattivo funzionamento delle cabine dell’elettricità che ha lasciato oltre 120 mila famiglie del Centro e Sud senza luce (160 mila in mattinata); i guasti di treni e linee elettriche che secondo addetti ai lavori e sindacati non sono solo imputabili al ghiaccio; i sacchi di sale arrivati nella Capitale insieme a duemila pale solo in piena emergenza. Ma anche: i marciapiedi trasformati in piste di pattinaggio per colpa del privato cittadino cui spetta lo sgombero dei pochi metri a recinto della propria abitazione. Lo stesso cittadino che in molti casi è stato causa di blocchi e incidenti stradali: non solo non ha ascoltato l’invito a non mettersi in viaggio ma lo ha fatto spesso senza catene.
Tira le somme Miozzo:
«Quello che manca all’Italia rispetto agli altri Paesi—al di là della neve che altrove è più frequente ma ormai è annunciata con molte ore di anticipo, se non giorni—, è la cultura della prevenzione che passa dalla manutenzione (troppo spesso scarsa) e dal coordinamento (che troppo spesso, causa eccessiva frammentazione di competenze, non c’è)». Una cultura che manca non solo nel caso dell’emergenza maltempo: «Quando il 30 settembre 2003 l’Italia rimase al buio per il grande blackout — ricorda il direttore — tantissimi generatori di emergenza degli ospedali non entrarono in funzione perché le batterie erano scariche, la benzina non c’era: il peggio fu scongiurato dai vigili del fuoco».
Le parole d’ordine sono dunque manutenzione, prevenzione ma anche coordinamento:
Perché mentre nella maggioranza dei Paesi Ue la protezione civile è un compito assegnato a una sola istituzione o a poche strutture pubbliche, in Italia coinvolge tutta l’organizzazione dello Stato, dai ministeri al più piccolo comune. Fino alla società civile. Quanto all’emergenza neve ci sono due tipologie di pianificazione. C’è un piano neve: «A carico del sindaco che lo predispone, lo fa approvare e conoscere alla popolazione», spiega Fabrizio Curcio, direttore della Gestione emergenze della Protezione civile. Si parte da uno scenario calcolato sugli eventi passati, si prevede un’attività di prevenzione, di emergenza e assistenza operativa. «Non ci sono però requisiti standard o controllori, il piano viene trasmesso a noi ma senza obblighi».
E poi c’è un piano di viabilità integrato coordinato dalla prefettura:
«Sulla viabilità nazionale — afferma Roberto Maja, docente di Tecnica ed economia dei trasporti al Politecnico di Milano—ci sono le linee guida dell’Aiscat (l’associazione delle società concessionarie autostrade e trafori) che prevedono cinque codici. Sono usati anche da Anas e comuni che lo vogliono». Le linee guida prevedono che ad esempio il sale debba essere sparso prima della nevicata e che in caso di temperature rigide sia sostituito da sale emulsionato. «La svolta c’è stata nel 2005, con il debutto del centro coordinamento viabilità Italia, ma nei comuni è il sindaco il responsabile della Protezione civile».
I suoi piani devono tenere conto del rischio neve nel tempo ma garantire una prevenzione flessibile:
«Ai cittadini di Roma sarebbe stato più serio dire “qui nevica così ogni 20 anni, abbiamo preferito destinare i soldi necessari per l’acquisto di 100 spazzaneve a tre asili nidi. Ma non ci sono scusanti per la manutenzione e prevenzione che non c’è stata: dal sale che è rimasto fuori città alle pale. Lo stesso discorso vale a livello nazionale per le conseguenze della ridotta manutenzione su treni e linee ferroviarie». I piani delle città A Milano sono caduti 15 centimetri di neve e a Bologna 100, a Torino da 35 a 45 e a Roma da 20 a 50. Ma mentre a Torino il Comune ha fatto scattare un piano con la messa in campo di 400 spazzaneve, 40 spargisale (giudicati un po’ sottodimensionati per la nevicata siberiana di mercoledì) e 1.100 spalatori («200 in più rispetto al contratto base», sottolinea l’assessore alla Viabilità Claudio Lubatti), a Roma lemisure sono state attuate in modo assolutamente non coordinato. «Roma non è Torino o Milano», si giustificano dalla Protezione civile del Campidoglio che nemmeno nel comunicato ufficiale ha saputo rendere conto del totale degli uomini e mezzi (veri e non improvvisati) entrati in azione: «Otto mezzi spalaneve del servizio giardini, 12 dell’Ama, 12 dei municipi, 4 spargisale Ama e 2 dei municipi. Più 120 mezzi del dipartimento lavori pubblici…».
Ma il Codacons ha annunciato un esposto per verificare il loro effettivo utilizzo:
«La Procura dovrà accertare se, quanti e dove sono statimandati questimezzi». Il piano affidato invece dal Comune di Bologna alle coop (una decisione criticata) ha messo in campo 186 spalaneve, 40 spargisale e 600 spalatori (500 i volontari). Anche qui come a Torino, Milano e da ieri sera a Roma, è stata emessa un’ordinanza secondo la quale i cittadini hanno l’obbligo di spalare via la neve dai marciapiedi davanti alla propria casa o al proprio negozio: chi non lo fa, almeno a Bologna, rischia fino a 500 euro di multa. Perché ci sono obblighi pubblici ma anche privati













è stato fantastico
una volta nell’ Italia caotica e disorganizzata funzionava bene almeno una cosa: la risposta alle grandi emergenze; ora nemmeno questa.. che declino..
Perchè le emergenze le ha curate per anni uno che preferiva trombare in “centri benessere”, intrallazzare in giro per l’Italia per fare e far fare affari agli amici e aglia amici degli amici. A tutto questo aggiungiamo uno stuolo di imbecilli e fanfaroni come quelli ora indagati, insieme al primo, per le note “sviste” in occasione della immane tragedia dell’Aquila.
Guarda caso tutta “brava” gente facente capo, in un modo o nell’altro, al PDL e ai suoi vertici.
va bene la responsabilità del sindaco ,della protezione civile e quant’altro, ma quanti di noi ad esempio hanno messo mano alle pale e hanno liberao i marciapiedi davanti a casa?
abbiamo le catene in macchina e sappiamo montarele al momento del bisogno?
io abito a Cesena, ho visto tanti Tir fermi in mezzo alla strada perchè sprovvisti di catene,
cosa centra qui il sindaco o la protezione civile? nel 2003 quando non sono entrati in funzione i generatori negli ospedali, doveva essere il sindaco a fare i controlli preventivi?
io penso che ognuno di noi deve diventare un po sindaco e un po protezione civile, altrimenti signori miei, continueremo ad essere sempre e comunque in emergenza davanti ad eventi un pò fuori dalla norma.
daniele=ragione al 100/100
Quello italiano è un popolo di santi , di poeti. Di navigatori ho i miei dubbi.
E’ un popolo con le mani puliti tenute in tasca.
Nelle scuole, quando si fa l’orientamento scolastico, si fa in questo modo:
I più bravi e intelligenti ai licei
I meno bravi alle scuole tecniche
I non bravi e i fannulloni e sfigati si mandano nelle scuole professionali
Questi ultimi sono quelli che poi devono sporcarsi le mani e difenderci
ma insomma quanto allarmismo in giro per la magnifica neve,nella mia città quando nevicava io ero piccola,mi ricordo che non si poteva uscire neanche da casa,ma paradosso la vita scorreva lo stesso .papà ,andava a lavorare,possibilmente a piedi,i bimbi felici facevano i pupazzi di neve,l’atmosfera era ovattata e surreale.oggi accendi la tv e tutti gridano alla tragedia,peggio di uno tsunami.ma perchè?cosa succede a questi esseri umani che non vogliono più la neve?la neve è naturale e normale in questo perido,basta organizzarsi.
spiacente ma io ci casco….!!! a roma con una scarpa di neve tutto in tilt ?? ma ce li vedete i romani con un badile in mano ?
la neve è bella, 8 ore chiusi dentro un vagone al freddo però non si vedeva da quando rastrellarono pei i campi di sterminio.
Dove è la manutanzione ?!!