Bahrein, la repressione di San Valentino
04/02/2012 - Il 14 febbraio gli attivisti festeggeranno un anno di proteste In Bahrein c’è una monarchia assoluta affiancata da una farsa di parlamento, anche tanto rispetto alla media dei paesi alleati nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), che rappresenta l’espressione
Il 14 febbraio gli attivisti festeggeranno un anno di proteste
In Bahrein c’è una monarchia assoluta affiancata da una farsa di parlamento, anche tanto rispetto alla media dei paesi alleati nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), che rappresenta l’espressione dell’alleanza tra tutte le monarchie della penisola araba.
LA REPRESSIONE – Contro questo stato di cose, che incidentalmente accentra il potere nelle mani di una minoranza sunnita in un paese sciita, la maggior parte della popolazione è scesa in strada per chiedere riforme, su tutte il cambio del governo e un freno agli abusi di potere e alla corruzione. Non hanno chiesto la testa del re e neppure una repubblica, ma già questo dev’essere sembrato insopportabile. Da allora il Bahrein è stato teatro di una serie di eventi che sembrano usciti dalla penna di Kafka. Storia kafkiana soprattutto per i cittadini del Bahrein che da un anno protestano e subiscono repressioni draconiane senza reagire con la violenza e senza aver avanzato pretese minacciose per la monarchia. Tuttavia per il governo sono terroristi e sono ispirati dall’Iran sciita, che sta enorme appena al di là del Golfo. Un’accusa indimostrata e soprattutto dimostrata e ribadita da fonti insospettabili come il Dipartimento di Stato o la signora Clinton. Che in Bahrein hanno più che voce in capitolo, perché hanno la base della Quinta Flotta.
L’OCCIDENTE - Gli Stati Uniti, che in una situazione del genere potrebbero scuotere la monarchia con uno starnuto, si sono limitati ad osservare e occasionalmente a riprendere l’alleato quando la monarchia ha cominciato a sparare sulla folla. Erano i giorni nei quali in Bahrein alla Rotonda della Perla era nata una piazza Tahrir in sedicesimo, tollerata per qualche giorno e poi repressa nel sangue. In questa occasione la famiglia regnante ha mostrato la sua reale cultura politica e il suo vero volto e non è stato un bel vedere. La repressione ha assunto toni da regime totalitario, con violenze, arresti arbitrari, torture e uccisioni accompagnati da provvedimenti accessori quali condanne a decenni di carcere per i medici che avevano curato le vittime del massacro in piazza e il licenziamento in massa di quanti hanno partecipato alla rivolta, dei loro parenti ed amici, fino a colpire con questi provvedimenti interi quartieri o villaggi. In un paese dove l’unica legge è quella del re è anche normale assistere a spettacolari dimostrazioni di paranoia, e infatti non mancato l’ordine di demolire il monumento sulla Rotonda della Perla perché “profanato”. Monumento voluto dallo stesso re per onorare il CCG, ma profanato dalla protesta, della quale non doveva restare traccia o simbolo visibile, ancora meno se il simbolo er quello che ormai era diventato il monumento nazionale. Così hanno fatto ritirare anche le monete con l’immagine del monumento.
IL MEDIATORE UMANITARIO -L’intervento calmierante degli Stati Uniti e di altre diplomazie occidentali ha forse evitato il bagno di sangue, ma non ha spostato i pesi in campo. Il regime continua a reprimere con i modi di sempre, cercando di stare particolarmente attento a mostrarsi collaborativo e pronto a prendere in considerazione i timori per l’inesistenza dei diritti umani. Così il re ha istituito una commissione che ha investigato e che ha concluso che i crimini ci sono stati e dato suggerimenti su come evitare che si ripetano e ora siamo nella fase nella quale il regime ci sta pensando, mentre continua a reprimere dimenticando la parte nella quale aveva promesso di finirla con la repressione. Per rendere un’idea della tenacia della protesta, dal 14 febbraio scorso a oggi non c’è stata una settimana nella quale non ci siano state proteste e conseguenti repressione, particolarmente cruente in occasione dei funerali. Al calar del sole alcuni quartieri sono metodicamente messi sotto assedio da poliziotti e soldati per lo più mercenari (sono pochissimi i locali nelle forze di sicurezza). Il re ha anche arruolato un esperto occidentale straniero per addestrarli, John Timoney, ex capo della polizia di Miami noto per la violenza con la quale affrontava le manifestazioni.













anche in bahrein uccidono? Mah, io ero fermo in afganistan, irak, libia, sus-sudan, senegal, iran …………….. non lo sapevo. Nel nome di Allah! potente e misericordioso.