Così la Germania ha “liberato” i suoi lavoratori
01/02/2012 - Sussidi all’occupazione e riforme: da Schroeder alla Merkel, dove si fa politica i cittadini sono tutelatiDovrebbe costituire una gran lezione, per l’Italia, il fatto che in piena crisi c’è chi non se la passa male dal punto di vista dell’occupazione.
Sussidi all’occupazione e riforme: da Schroeder alla Merkel, dove si fa politica i cittadini sono tutelatiDovrebbe costituire una gran lezione, per l’Italia, il fatto che in piena crisi c’è chi non se la passa male dal punto di vista dell’occupazione. Ad esempio, chi negli ultimi quindici anni ha fatto politica pensando al presente e al futuro, invece che al nulla. La Germania, con tre nuove regole, ha riformato il proprio mercato del lavoro. E oggi ne gode i frutti. Ne parla Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera:
La prima nuova regola si chiama «attivazione ». L’obiettivo cardine della politica del lavoro non deve essere quello di compensare la disoccupazione ma di mettere ciascun adulto nelle condizioni di lavorare, tramite un mix di servizi, incentivi fiscali e monetari, percorsi guidati. A partire dai governi Schröder, la Germania è riuscita a metter in piedi un sistema robusto ed efficiente di servizi per l’impiego pubblici e privati che si prende cura di ciascun disoccupato, soprattutto se «debole »: ultracinquantenni, giovani e donne con basse qualifiche. Questo sistema si è rivelato preziosissimo quando è scoppiata la crisi. Anche in Germania le imprese hanno fatto ricorso a qualcosa di simile alle integrazioni salariali temporanee, ma solo quelle imprese che avevano (hanno) prospettive rapide di recupero. Le altre hanno chiuso e i loro dipendenti sono entrati nel circuito dell’attivazione. Le norme sulla cosiddetta «giusta causa» esistono anche in Germaniama, oltre ad essere applicate in modo più rapido e ragionevole dalla magistratura, prevedono deroghe concordate con i sindacati. L’Italia deve imboccare al più presto una strada simile, convincendosi che alla lunga la cassa integrazione (soprattutto quella straordinaria) è uno strumento perverso di «disattivazione »: paga le persone per non lavorare, tenendo spesso in vita imprese che dovrebbero chiudere.
La seconda regola è «protezione efficace e condizionata»:
Chi transita da un lavoro a un altro deve poter contare su congrui trasferimenti proporzionali alla retribuzione, che durino il tempo necessario anche per eventuali ri-qualificazioni professionali concordate coi servizi per l’impiego. Vanno però evitati i sussidi «a perdere », senza contropartite da parte dei beneficiari (come succede in Italia). Di nuovo, con le riforme progettate dalla Commissione Hartz nei primi anni 2000, il governo tedesco ha quasi rivoluzionato il suo sistema di ammortizzatori sociali. La percentuale di disoccupati che percepisce l’indennità è oggi in Germania tre volte superiore a quella italiana: ma i soldi si ricevono (fino a un massimo di due anni) solo a patto di rispettare i requisiti di attivazione, anche se questo comporta spostamenti geografici o nuovi tipi di lavoro. L’Italia è ancora molto distante da tale approdo. La riforma messa in cantiere dal ministro Fornero comprende anche questo obiettivo: potenziamento delle prestazioni di «secondo pilastro» (quelle contro la disoccupazione, appunto), e il loro stretto collegamento con i servizi per l’impiego. Se la trattativa aperta con i sindacati non farà passi concreti in questa direzione la riforma non sarà seria.
La terza regola si chiama infine «prevenzione », soprattutto nei confronti dei più giovani:
Come i Paesi scandinavi, anche la Germania ha avviato numerose iniziative per potenziare il raccordo scuola-lavoro e contrastare i rischi di «deragliamento» che possono manifestarsi nel passaggio da un ciclo formativo all’altro. Una vasta gamma di programmi locali ha affrontato in particolare la sfida dei cosiddetti «neet » (persone «not in education, employment or training», che in Italia costituiscono ormai una vera e propria piaga sociale): i giovani che «non fanno niente», non vanno a scuola né cercano occupazione. Il tradizionale sistema dell’apprendistato ha inoltre contrastato in Germania (anche se non del tutto) la proliferazione del cosiddetto precariato: un altro dei problemi che va affrontato di petto nelle consultazioni in corso fra il Ministro Fornero e le parti sociali. Tutta l’Europa (non solo Angela Merkel) sta riconoscendo al governo Monti di essersi rimboccato le maniche e di aver cominciato a fare (bene) i compiti a casa. Per molti aspetti, fra cui anche la crescita, la riforma del mercato del lavoro sarà il compito più delicato e cruciale. Se il governo fallisce o vola basso, l’economia italiana rischia davvero di non aver più forza (lavoro) per funzionare.













avete dimenticato la regola zero, quella a fondamento di tutta la questione lavoro: una scuola degna di questo nome
ciò che manca in Italia , purtroppo , è una classe politico\dirigente in gado di stabilire regole certe , che valgano per tutti , dal più grande manager all’ultimo apprendista .
Qui si continua a fare sistema intorno a pochi , con indubbi vantaggi per chi rientra nelle grazie del ”signore” di turno .
Sono 4 mesi che lavoro e vivo in Germania (contratto indeterminato) e parlando con la gente che ho incontrato posso confermare tutto
eh sì, è tutto molto convincente e poi parlano i fatti. Per fortuna Elsa Fornero ha tutto in mente chiaro e ha qualche buona chances di far breccia. Il confronto con il mondo del lavoro tedesco è un’ottima cosa per noi. Conosco bene quel mondo e in particolare il rispetto portato a chi lavora soprattutto con competenza e onestà. Capisco che gli operai italiani non si fidino della vecchia classe dirigente (pensate a 3 mesi fa !!) e che facciano fatica ad accettare le decisioni del governo Monti, ma dove erano quando il nano puttaniere li blandiva con tante elemosine che ora si ostinano a difendere coi denti !? ha ragione il buon Pietro Ichino, altro che balle !
a parte che come il solito c’è sempre qualcosa in questi articoli che sfugge , ma il piccolo particolare è che noi non siamo crucchi ma italiani, non mi sembra una differenza da poco, nemmeno a tavola!!quindi è ASSURDO fare di questi paragoni, fare di queste proposte, soprattutto omettendo sempre che i nostri salari sono RIDICOLI rispetto a quelli europei e altre cose che fa sempre comodo omettere…