di Alessandro Bernardini
postato alle 14:30 del 30 Luglio 2008 in EsteriTorna alla home

Io non capisco cosa voglia Dio. A quale altare siano state sacrificate memoria, storia, dignità. Cosa si prova a premere il bottone che apre il portello dell’aereo e vedere sulla scia le esplosioni a catena.

Io non riesco neanche ad immaginare. E non riesco proprio a capire. Con tutta la buona volontà e con tutto il mio splendido relativismo culturale. Perché? In nome di Dio, di una Terra, di un corso d’acqua, di un ulivo, di un miserabile schifoso pezzo di deserto. In nome di un muro dove uomini vestiti d’argento il sabato sbattono la testa e piangono. Un muro dove lasciare a Dio il messaggio per pulirsi lo stomaco e l’anima. In nome del sole che tramonta e in ginocchio rivolti verso l’universo pregare perché tutto vada per il meglio. E che “Se Dio vuole”. Ma cosa vuole Dio?

Io non riesco proprio a capire. Una donna con il volto celato al mondo e gli occhi più neri del petrolio o con la testa rasata nascosta da una parrucca con gli occhi scolpiti nel ghiaccio. Il tempo che non scorre mai e poi d’improvviso domani è già trapassato remoto, con le linee del vento che diffondono l’odore del caffé sotto il naso dei vecchi spelacchiati seduti ad aspettare. Cosa? Io non riesco proprio a capire. In nome di Dio. E il cognome? Perché se uccidi in nome di Dio - e qui in tanti uccidono in nome e per conto di Dio - ho bisogno del cognome per trovare il colpevole. E non capisco perché un popolo deve pagare salato il prezzo della storia, la storia che qui non insegna proprio un bel niente, perché un conto è la storia e un conto è la memoria e la memoria può diventare micidiale. Può diventare l’arma culturale per sterminare il futuro. E non capisco, davvero non capisco se la memoria può essere venduta, affittata o prostituita, avvilita nei musei e nei libri, non capisco se poi svolge ancora e davvero la sua funzione di monito, di imperativo a “non provarci mai più”, perché a questo serve la memoria: non a ricordare, ma a non dimenticare mai, che è tutto un altro paio di maniche.

E non capisco, davvero non capisco, come sia possibile prendere un autobus e guardare negli occhi qualcuno e sperare che salgano in tanti, e poi riguardare negli occhi quel qualcuno, continuare a pregare e tirare via la spoletta e tanti saluti. Io non posso davvero capire che cosa significhi avere un figlio trucidato, umiliato, massacrato e buttato in una buca. Un figlio che poi andrà a finire incollato su un muro come da noi i cantanti d’estate che girano per le riviere a sbarcare il lunario. Per il cognome di Dio, non riesco proprio ad immaginare cosa si prova a premere il bottone che apre il portello dell’aereo e vedere sulla scia le esplosioni a catena. E i villaggi che si frantumano come biscotti. Non capisco le strade esclusive e chiuse, il filo spinato, i soldati, i controlli, le vessazioni continue e non capisco, davvero non capisco, le piscine in una terra scassata dal sole. Davvero non capisco il disprezzo e l’odio più puro, tanto da non riconoscere neanche il nome di un popolo. E i protocolli e l’applicazione della legge se poi la legge non discerne l’ingiustizia. Che stupido che sono!

Non capisco nemmeno chi ha fatto di una causa l’investimento migliore della propria vita, vendendo bandiere, portachiavi e fotografie, tutte icone della propria rassegnazione all’unico Dio che ha nome e cognome segnato col sangue all’anagrafe: denaro. Riducendo un popolo ad una proiezione futura praticamente inesistente. Non capisco neanche tutti quei militanti che parlano di internazionalismo, di frontiere abbattute, di mondo come grande madre, conficcando la causa in un puzzle psicotico, non rendendosi conto che qui è proprio la terra il problema, l’identità nazionale, la patria, la lingua, l’appartenenza ad un confine ben definito, disegnato, tracciato, marchiato a fuoco per sempre. Davvero, non capisco e non lo capirò mai come facciano agli incontri ufficiali a stringersi la mano e a trattenere la smorfia di schifo sul volto. Attori compassati che asciugano il ribrezzo sui pantaloni, mentre la telecamera riprende l’omologo.

E non capisco la pretesa di costruire un muro di cemento armato per proteggersi dal male chiudendo in gabbia la gente e autorecludendosi. La gente che per prima cosa impara ad odiare, perché tutto il resto glielo hanno portato via e perché a fare da cavia prima o poi si fa quello che dice lo scienziato. Nel cognome di Dio non capisco che cosa possa passare per il cervello di un uomo che punta un missile verso dei civili inermi. O che sfila ad un funerale col volto coperto e il mitra puntato a spaccare il cielo. E non capisco davvero perché non si possa criticare un governo razzista, autoritario e segregazionista senza essere tacciato, calunniato, accusato di essere qualcosa che non si mai stati e mai si sarà. Qui, seduto probabilmente davanti alla più bella vista che l’occhio umano possa mai avere la fortuna di contemplare, davanti alla città della vita e della morte, la Città Santa, seduto fra gli ulivi, con la luna che sta rubando lentamente la scena al sole, sono terrorizzato e ho voglia di scappare via, smettere di vedere questo scempio, questo saldo di fine stagione della storia. Ho voglia di dimenticare tutte le risposte alle domande retoriche di cui sopra. Per ricominciare da un’altra parte. Senza la pretesa di sapere niente.

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