Analisi e ricostruzione il più possibile oggettiva della genesi del depistaggio nel caso Orlandi. Le altre “fantasiose” piste che, come leggende metropolitane, hanno avuto più o meno fortuna. E una notizia, sconosciuta ai più, che riguarda il fantomatico “Americano”.
Piange il telefono
perché lei non verrà
anche se grido ti amo
lo so che non mi ascolterà
piange il telefono
perché non hai pietà
però nessuno mi risponderà
C’è stato un depistaggio, o più depistaggi, nel rapimento di Emanuela Orlandi? Possiamo affermarlo. Voi direte: ma come, qui non valeva soltanto la logica del “dice che”, e quindi potevamo affermare soltanto che, ad esempio, la Banda o la Stasi, dicevano di aver depistato? Che ci sia stato un depistaggio ce lo dicono i fatti e ce lo dice la logica. E ricordate qual è la prima regola del depistaggio? Non riempire una storia di fandonie, ma mescolare sapientemente verità e finzione, dimodoché le cose vere permeino della loro luce quelle false, rendendole automaticamente perlomeno verosimili. In questa partita l’arte del depistare ha
raggiunto il suo culmine. Tanto grande che per apprezzarlo pienamente non basta neppure osservarlo dall’alto di 25 anni. Il mito della ragazzina scomparsa, che non si dispera di ritrovare ancora viva dopo tutto questo tempo, permea ormai l’immaginario collettivo ben più del complesso di Edipo, con buona pace dei freudiani. Bisogna quindi prima di tutto riconoscere a chi ha agito l’onore delle armi. Clap clap clap. Ottimo lavoro. Con punte di vera genialità. Ma soprattutto: è necessario analizzare la funzione della disinformazione nel caso Orlandi.
E’ INCINTA, MA SOLTANTO UN PO’ - Partiamo dai fatti, brutalmente e minimalmente sintetizzati: una ragazzina scompare e non dà più segni di esistenza in vita dal 22 giugno 1983. Muore? Probabile. Sì, ma quando? Appurato che la data è quella, i presunti rapitori - l’ipotesi è valida anche se li consideriamo depistatori - avrebbero tutto l’interesse a dare una prova che Emanuela è viva. Se non altro, anche allo scopo di destare il massimo livello di attrazione mediatica sul caso. E perché non lo fanno, né lo faranno mai per anni e anni, durante i quali si poteva anche fare arrivare un messaggio a piedi dal Giappone, se ce ne fosse stato bisogno? La risposta è unica e univoca. Perché sono impossibilitati a dimostrare che la ragazza è viva. E per questo c’è una sola ragione: i corollari seguano pure. Da ciò ne consegue che la disinformazione nel caso Orlandi è una costante, dal primo istante fino ad oggi. Chi ne parla come Emanuela fosse viva la sta attuando, che lo sappia o no. E questo vale anche per (ex) magistrati affamati di visibilità. I primi che la effettuano, come minimo sanno di star raccontando bugie. “Pierluigi” e “Mario” depistano. Possono averla uccisa? Forse, ma la loro azione è volta a tranquillizzare la famiglia: “Emanuela sta bene, tornerà presto”. C’è un solo motivo per fare questo: i due vogliono “insabbiare” il caso Orlandi, si direbbe con un termine mutuato dalla politica e dalla strategia della tensione. In più, caso strano, le loro informazioni su Emanuela - quelle che li faranno ritenere attendibili dalla famiglia - vertono tutte dall’ambito della scuola di musica, che all’epoca stava dirimpetto a un’università pontificia.
MA CHE ME STAI A COJONA’? - Altra cosa degna di nota sui due: sembrano ingaggiati per recitare una parte. Pierluigi, quando Mario Meneguzzi gli propone un incontro con lui in Vaticano, si stupisce e gli chiede: “Sto parlando con un prete?”. Anche l’Americano non riconoscerà mai in Meneguzzi il suo interlocutore telefonico. Questi signori non conoscono bene gli Orlandi, forse non li conoscono affatto. Oppure fingono. Però quando parlano si ha l’impressione che stiano recitando una parte. Ascoltate Mario raccontare di “una vita piatta, una vita troppo comune”. E’ una locuzione che vi aspettereste, da un tipo così? Diciamolo: no. Ben altra proprietà di linguaggio sembra avere l’Americano. Lui non è una semplice pedina, ma entra in gioco inscenando la scenetta di Agça proprio quando il Papa cita la Orlandi durante l’Angelus.
Ma ci mette troppo poco tempo per decidere di agire, dopo le parole di Giovanni Paolo II. Semplicemente, le sta aspettando ben sapendo che arriveranno. E infatti si premura di far sapere che questo è il primo contatto ufficiale con i rapitori, come a voler escludere chi si fosse presentato nel frattempo. E’ esattamente in quell’istante che il caso Orlandi diventa un “affare di Stato”. Si chiama in Vaticano perché si sa che lì si verrà ascoltati, e poi si telefona a casa Orlandi per essere sicuri che la notizia venga divulgata. Ci si aspetta che i genitori affranti vadano alla polizia e sui mass media. Questi non lo fanno. E allora si contatta l’Ansa. Meglio il fai-da-te, devono essersi detti. E’ un fatto, comunque, che chi comincia questa sceneggiata sa che Emanuela non può spuntare fuori di punto in bianco a rompergli le uova nel paniere. Ma a chi comincia ad agire, il “cervello dell’operazione”, interessa altro. Ovvero, che ritorni sulle prime pagine la questione Agça. Per motivi politici. Non c’è nulla di più.
BUBUSETTETE! - E’ possibile individuare oggi i presunti responsabili del depistaggio? A meno che non confessino, no. Prove non ce ne sono mai state, e soprattutto ad un certo punto sembrava davvero che i massimi vertici dei servizi di spionaggio fossero tutti concentrati sul caso Orlandi. La Stasi è rea confessa. Qui si dice che: “l’8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: “Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini, la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini”. A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c’era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far “rimbalzare” le telefonate da un apparecchio all’altro. [...] Due possibili finali: il primo probabilmente chiuso tragicamente a poche ore dalla scomparsa. Il secondo voluto da qualcuno che aveva interesse a ricattare il Vaticano“. Poi, nella stessa fonte, si delira a proposito di Oral Celik, terrorista e furbacchione matricolato (ne parleremo a breve).

























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se io fossi un sospettabile perchè vicino alla famiglia nel lavoro, a scuola o nel luogo di residenza, cercherei di allontanare gli sguardi dall’ ambito degli stretti conoscenti coinvolgendo persone ed organismi lontani da me ……
e quanto più io fossi un personaggio importante, tante più persone di alto livello o servizi segreti coinvolgerei nel depistaggio anche al fine di depistare i depistatori……
e ciò che potrebbe essere uno squallido incidente di percorso o una mal conseguenza di sfogo di mal protesi nervi o golosi sensi, diverrebbe affaire international…….
“e ciò che potrebbe essere uno squallido incidente di percorso o una mal conseguenza di sfogo di mal protesi nervi o golosi sensi, diverrebbe affaire international…….”
che fai, le rovini?
…….ma probabilmente anche il mio è un depistaggio……
pfff…questi depistatori uomini neri bVutti e cattivi