Il caso delle violenze sessuali è l’ennesima finestra aperta sui problemi della giustizia penale in Italia. Che non sono poi così irrisolvibili. A patto di volerlo veramente
Più che la grancassa dei titoloni sui media, è un articolo di Bruno Tinti su Toghe Rotte a offrire una buona occasione per riflettere, meglio e più a fondo, sul problema degli stupri e -
più in generale – della giustizia penale. Tinti dice sostanzialmente due cose, entrambe vere e corrette. La prima è che tutti i meccanismi, gli stratagemmi, le agevolazioni e i buonismi che consentono di ridurre l’entità della pena e la sua effettiva durata, si traducono di fatto nella possibilità, persino per il più efferato criminale, di uscire subito dal carcere o di non entrarci affatto. La seconda è che la giustizia non tiene in debito conto la recidiva. Chi torna a delinquere, dice giustamente Tinti, dovrebbe avere un trattamento differenziato rispetto a chi “ha peccato” una sola volta. Detto in altri termini, si può essere concilianti (ma fino a un certo punto) nei confronti di chi ha commesso un errore, ma si deve essere duri e intransigenti nei confronti
di chi torna a delinquere.
DOV’E’ LA NOVITA’? – Per prima cosa, sgomberiamo il campo dalle false percezioni: gli stupri non sono un problema di questi giorni. In questi giorni, semmai, sono giornali e televisioni a parlarne (e possiamo star certi che fra qualche giorno non se ne parlerà più), ma ogni giorno in Italia decine di donne denunciano uno stupro, e queste denunce rappresentano solo un minima percentuale (il 4 %) degli stupri realmente consumati. Solo una piccola percentuale degli stupri è commessa da stranieri: nove su dieci sono “made in Italy“. Tanto dovrebbe bastare a chiarire che quello di voler associare la recrudescenza degli stupri con l’aumento del numero di immigrati, è un concetto sbagliato e fuorviante. Esiste indubbiamente un problema (grave) di gestione dell’immigrazione clandestina, così come esiste (ed è sempre esistito) il problema (gravissimo) degli stupri e di altre forme di violenza sessuale (pedofilia compresa), ma i due problemi sono indipendenti tra loro.
TORNIAMO A NOI – Dicevamo che Tinti ha ragione: gli strumenti penali e processuali consentono oggi di fruire di ampie riduzioni di pena
sia in termini di condanna (attenuanti e riti alternativi possono ridurre la pena anche a un terzo di quella prevista) che di effettiva espiazione (sconti, sospensioni condizionali, regimi alternativi alla detenzione). C’è però un aspetto che manca o non è sufficientemente sottolineato nelle sue giuste considerazioni. Il fatto che le leggi consentano, non sempre vuol dire che le leggi obblighino. Ai magistrati sono attribuiti un ampi poteri di valutazione: riconoscere o meno attenuanti e aggravanti, graduare la pena da un minimo a un massimo, concedere di scontare la pena con modalità alternative rispetto al carcere. E’ chiaro che se questo potere di valutazione viene esercitato per ridurre al minimo la pena da scontare, in aggiunta ai benefici che la legge già automaticamente riconosce a chi ha scontato (con buona condotta) una frazione di quella pena, il risultato è: “tutti fuori“. Ci sono poi due dati molto semplici da considerare: ogni anno vengono denunciati quasi tre milioni di delitti in tutta Italia (fonte Ministero dell’Interno, via Sole 24 Ore) e quasi il 70 % della gente che esce dal carcere vi ritorna per aver commesso un altro reato. Questo significa, sostanzialmente, che i delinquenti continuano a delinquere, ad essere condannati (con sentenze abbastanza miti), a beneficiare di agevolazioni e ad uscire quanto prima dal carcere per riprendere a delinquere. La domanda da farsi, allora, è: com’è possibile che accada una cosa simile?


Un’analisi oggettiva dei fatti. Con un bel colpo a un certo eccessivo “buonismo” di cui a volte qualcuno di sinistra si “macchia” ma anche all’eccessiva semplificazione che certa destra fa riguardo a certi reati e a certi comportamenti della magistratura.
Mi è piaciuto.
C.
un momento: quello che il popolo italiano vorrebbe non lo sa nemmeno il popolo italiano
per tutto il resto è ampiamente condivisibile
Dovrebbero comminare una pena detentiva al pari degli anni che mancano allo stupratore per giungere ai 70 anni.
Esempio: lo stupratore ha 20 anni? Gli diano 50 anni. Ne ha 40? gliene diano 30.
Direte “Ma perché mai fino al compimento del 70° anno di età?”.
Perché gli stupratori, anche se stanno in carcere per 15 anni senza sconti, se sono giovani (e la maggior parte lo sono) quando escono di galera sono ancora abbastanza giovani per farlo di nuovo.
Chi stupra non cambia. E’ inutile parlare di recupero perché chi ha pensato già una volta di potersi prendere una donna con la forza solo perché gli andava o perché voleva divertirsi, quel soggetto è una persona con il cervello in pappa. Recuperarlo è impossibile.
Se escono all’età di 70 anni gli è impossibile poter fare del male, perché hanno meno forza fisica, il “coso” ce l’hanno moscio, hanno tempi di reazione più lenti. Insomma, una donna riuscirebbe a difendersi più facilmente che con un quarantenne.
Devono chiuderli in galera sino ai 70 anni e senza possibilità di sconti, a meno che non siano malati terminali di tumore (o altro, ma malati terminali accertati).
Che la maggior parte degli stupri avvengano a opera di italiani è vero. A maggior ragione, avendo già un grosso problema interno, non possiamo permetterci altri problemi, ovvero i clandestini. Negli altri paesi europei l’immigrazione è controllata e i rimpatri avvengono subito. In Italia si fa i buonisti. Ecco perché la feccia viene tutta qui. Perché sanno che se la caveranno con poco. E loro non hanno niente da perdere. Noi tanto.
E comunque lunga vita al giudice monocratico, che il “sistema dei pari” (la giuria del modello anglosassone) non è decisamente in grado di funzionare come avrebbe dovuto da un punto di vista storico. La società attuale non è in grado di essere non solo rappresentativa in una giuria, ma anche di poter essere messa su uno scranno a giudicare.
Ma poi mi chiedo, come fanno a dire che se lo stupro avviene di notte o in un parco c’è l’aggravante?
Perché se avviene di giorno e non in un parco non è grave tanto quanto se fosse avvenuto di sera???
E’ il chiaro segnale di un paese fortemente MASCHILISTA e che considera le donne meno di niente!
VERGOGNA!
L’articolo e interessante ma elude una domanda che rimane spospesa.
Raccontata cosi sembra che i magistrati scelgano di comminare pene minime per una loro propensione naturale: sara veramente cosi?
Non sarebbe stato il caso di interpellare qualche protagonista della storia?
Si riuscira mai ad andare oltre l’opinionismo per sconfinare nel vero giornalismo?
@Sarita
In paesi del mondo le pene sono piu severe e prevedono fino alla pena di morte: sono tutti paesi piu sicuri dell’Italietta nostra?
“Si riuscira mai ad andare oltre l’opinionismo per sconfinare nel vero giornalismo?”
Se ci insegni come si fa, ci proviamo.
no i magistrati non scelgono di applicare pene minime perché gli garba
semplicemente la politica opera un persuasione occulta per evitare il sovraffollamento salvo poi tacciare i magistrati di essere buonisti quando gli fa comodo oppure politicizzati quando gli fa comodo o di essere troppo severi (ad esempio con gli ultras) quando gli fa comodo o di esseri indipendenti (ad esempio quando vengono assolti) quando gli fa comodo
insomma quando gli fa comodo gli fa comodo
ma la domanda che sorge spontanea è:
ci sono poche carceri o troppi delinquenti?
e se ci sono troppi delinquenti è perché non c’è certezza della pena?
o non c’è certezza della pena perché ci sono troppi delinquenti e non si saprebbe dove metterli?
cui prodest?
in realtà per muoversi all’interno della discrezionalità dei margini di pena esistono dei criteri (quelli indicati ad esempio dall’art 133 del codice penale ai quali poi si potranno andare ad aggiungere le aggravanti e le attenuanti nonchè il relativo giudizio di bilanciamento) e che servono specificamente a graduare la sanzione in base alle circostanze specifiche di ogni caso. Ed esistono anche meccanismi di controllo sulla valutazione effettuata dal giudice.
Il problema è come sempre che le regole astratte (per quanto buone) finiscono per generare disfunzioni in una realtà di una amministrazione della giustizia che, come quella italiana, è ormai al collasso.
Una soluzione a questo (che è il vero problema) ancora non si è vista, dubito che si vedrà alzando le pene del reato o vietando gli arresti domiciliari. Questi sono i classici provvedimenti demagogici e populisti che nascondono l’incapacità di affrontare e risolvere i problemi alla loro radice.
In compenso da domani noi basso popolino potremo pensare: “accidenti 100 anni di carcere a chi stupra, ora si che possiamo stare tranquilli”.
Questo articolo, pur moderato nei toni, è figlio della mobilitazione creata dal nulla sui mass media negli ultimi tempi (basti pensare che la vittima designata della campagna allarmistica, travolta dal decreto legge di pochi giorni fa – cioè la facoltà del giudice di graduare la gravità della misura cautelare in base ad un giudizio sul caso concreto a prescindere dal titolo del reato – nulla ha a che vedere con i casi oggetto di speculazione, poiché nessuno dei presunti stupratori era libero in attesa di giudizio per un precedente stupro a causa di una errata prognosi di pericolosità sociale emessa in sede cautelare; ma ciò è indicativo delle carte truccate che vengono spese per ragioni strumentali dal politicantume bipartisan coadiuvato dai gazzettieri con la forca in mano – e dai dai circoli Saint-Just che battono strade parallele solo in apparenza – ossia Travaglio e soci, tra cui il caro Bruno Tinti di cui sotto). L’articolo, dicevo, emette sentenze apodittiche sulla presunta levità delle pene comminate in Italia (ma rispetto a quale parametro, visto che manca uno straccio di comparazione internazionale? si considera il codice Rocco del 1930 troppo buonista? vien da ridere se si pensa al dibattito tra gli specialisti risalente alla legge Gozzini tra chi preferiva tagliare le pene nel codice per renderle omogenee alla situazione europea e chi invece intendeva mettere in campo i benefici delle misure alternative per fare di necessità virtù, ottenendo lo scopo per via indiretta) oppure sui presunti danni arrecati alla esigenze della difesa sociale dai predetti benefici previsti dall’ordinamento penitenziario, che consentono una certa flessibilità in fase esecutiva in attuazione del dettato costituzionale – e che hanno conosciuto, per altro, una stretta notevole per i ripetuti interventi legislativi che hanno anche inasprito tutta la disciplina della recidiva. Quale è l’auctoritas citata per dare sostanza tecnica al discorso? ma l’immancabile Bruno Tinti naturalmente, magistrato figlio della peggiore subcultura inquisitoria* e arruolato nelle file travagliesche, che per orchestrare campagne (magari ogni tanto fondate) intorno al desiderio di impunità dei politici è pronto a spazzare via ogni istanza garantista per confermare la visione forcaiola e giacobina della compagnia di giro di Chiare Lettere. Potrei citare fior di giuristi e criminologi o i documenti dell’Unione delle Camere Penali, ma a che servirebbe, se la convinzione oramai è la seguente:
1) In Italia c’è una criminalità in aumento vertiginoso, specie i reati contro la persona
2) In Italia ci sono pochi carcerati
3) In base alla equazione più carcere = meno criminalità, basta aumentare il dato sub2) per far calare il dato sub1)
Peccato che il tasso di criminalità in Italia non sia più elevato rispetto alla media europea – anzi è più basso nel settore dei reati violenti, specialmente gli stupri – peccato che il tasso di carcerazione italiano non sia inferiore alla media europea e che sopratutto l’equazione sub3) non abbia nessun fondamento scientifico (mi rendo conto che si tratta di un concetto contro-intuitivo, ma così è, tanto più che in alcuni settori, come quello dei reati contro il patrimonio, la piccola criminalità predatoria ha tassi di sostituzione elevatissimi) e spesso viene applicata per ragioni ideologiche e demagogiche (e quindi tutt’altro che razionali), portando ad esiti grotteschi come in alcuni Stati americani, dove ormai c’è la necessità di modificare le leggi per banali ragioni economiche: evitare la bancarotta per le spese folli del sistema penitenziario, a fronte di dati che dimostrano che le grandi fluttuazioni temporali degli indici di criminalità sono perfettamente sovrapponibili con quelli del Canada dove non sono state fatte campagne di tolleranza zero o consimili (ma almeno in USA non hanno sovvertito le garanzie del processo – come si minaccia di fare in Italia – pur aggravando la durata effettiva delle pene).
I problemi della giustizia penale italiana sono altri, la lentezza che porta ad usare la custodia cautelare come surrogato della pena e la scarsa efficienza investigativa che lascia molti reati ad autore ignoto, non quello di avere per forza sentencing guidelines rigide o pene effettivamente draconiane per compiacere i presunti desiderata del popolo – a costo di travolgere istituti rivelatisi assai positivi nella pratica in barba alle semplificazioni aneddotiche, con tassi di recidiva molto più bassi della liberazione per semplice fine pena – che di danni ne hanno fatti già abbastanza altrove.
*Grottesco un suo intervento dove scaglia fulmini contro la norma che impedisce di valutare come prova di colpevolezza in un processo contro l’imputato X una sentenza di condanna emessa in un processo ai danni dell’imputato Y, dimostrando così di rifiutare i rudimenti del processo accusatorio che prevede che la prova si formi nel dibattimento e nel contraddittorio tra e la parti e non nelle “lorde cucine del PM” come le chiamava Mancuso o addirittura in altro dibattimento cui l’imputato non ha partecipato.
PS
Infine inviterei l’autore dell’articolo a nutrire una fiducia meno sconfinata sull’onnipotenza dello strumento penalistico ai fini della difesa sociale; io come modesto praticante avvocato di orientamento e cultura liberale non mi atteggio certo a studioso di criminologia dai bollenti spiriti riformatori, però non vorrei ritrovarmi alla fine della fiera a dover rivalutare le (strambe, in apparenza) teorie degli abolizionisti e dei sostenitori della totale privatizzazione del diritto penale: di fronte a questo clima sarebbero una salutare e provocatoria medicina intellettuale.
@Gregory
bah… non so
Per esempio si potrebbe riportare, se esiste, una fonte ufficiale che dia ragione degli esiti dei processi di cui sopra dal punto di vista dei magistrati, così.. tanto per avere un quadro completo.
Viceversa si potrebbe anche dichiarare che in mancanza di uno straccio di statistica si sono sentiti i pareri di due o tre magistrati che ovviamente non costituiscono un campione significativo di nulla ma che almeno danno un punto di vista in più.
Capisco perfettamente che per scrivere un articolo spesso di hanno a disposizione solo poche ore, ma le aspettavive su Giornalettismo sono grandi… sennò tantovale dare una sbirciata a repubblica con annesse tette pubblicitarie.
……………………….
Tanto per aggiungere opinione a opinione posso anche dire che l\’articolo sorvola su un\’altro aspetto forse non secondario.
Si dice (altra opinione da verificare e approfondire magari chiedendolo ai diretti protagonisti) che la carriera dei magistrati possa essere pesantemente influenzata da errori giudiziari di varia natura (http://web.tiscali.it/magind/anm60.htm — fonte del 2004 dell\’AMN).
Per ovviare a questo simpatico meccanismo i magistrati tendono in generale a vanificare il lavoro degli organi di polizia perché essi portano a quadri accusatori non del tutto privi di rischi: come dire che se le provere a carico di imputato non portano ad un processo dall\’esito più che scontato i magistrato preferiscono in linea generale non rischiarci lo stipendio ed il prestigio.
Questa stessa ragione sarebbe, almeno in parte, alla base di queste sentenze così poco nette.
Alexis, scusa ma il tuo ragionamento presuppone che ogni carcerato abbia commesso un solo reato.
http://www.unita.it/news/81705/aumentano_gli_stupri_commessi_dagli_immigrati
Temo serva una errata corrige.
In generale, il decreto è sicuramente demagogico, ma perlomeno qualcuno ha cominciato a fare un passo nella giusta direzione. Più che d’accordo con la conclusione.
Raccontata cosi sembra che i magistrati scelgano di comminare pene minime per una loro propensione naturale: sara veramente cosi?
A quanto pare è veramente così, a giudicare dai rapporti del DAP (Amministrazione Penitenziaria):
http://legxv.camera.it/resoconti/resoconto_allegato.asp?idSeduta=230&resoconto=bt11¶m=bt11
Cito dal ling testualmente:
…risulta che la rapina a mano armata e lo spaccio di droga sono di solito puniti con meno di due anni di carcere, la violenza sessuale con 700 giorni di media e l’omicidio con 8 anni. Queste stime sono calcolate sommando il tempo trascorso in custodia cautelare e quello di esecuzione effettiva della pena;
la durata media di detenzione per reato è incredibilmente bassa: dai 90 ai 120 giorni…
Questi sono i dati, e lasciano ben poco spazio a interpretazioni.
Più che sentire il parere di qualche magistrato (ne abbiamo sentiti a decine in TV: tutti dicono che si limitano ad applicare le leggi…) sarebbe da sentire il parere di poliziotti e carabinieri che arrestano decide di volte la stessa persona, e ancor più il parere delle vittime dei reati, che si ritrovano il colpevole sempre in libertà, anche dopo essere stato arrestato e condannato.
ling=link ….
@John B
“ne abbiamo sentiti a decine in TV: tutti dicono che si limitano ad applicare le leggi”
interessante… quindi seguendo lo stesso criterio Che parliamo a fare di Berlusconi tanto ce lo dice tutti i giorni dai TG quello che pensa(?!?).
Comunque…
Un po’ di statistica:
Dati riferiti al 2006 (fonte istat)
**Reati denunciati
2771490
**Reati con presunti colpevoli
538116
**Giudicati colpevoli
198263
Cioè il 20% (solo il 20%!!!) dei reati penali denunciati si conclude con la condanna di un colpevole e solo il 37% di quelli in cui c’è già un presunto colpevole.
La cosa soprende solo in parte se si pensa che molti delitti denunciati strumentalmente… ma resta pur sempre un dato significativo del fatto che è molto difficile provare in sede di giudizio la colpevolezza di qualcuno oltre ogni ragionevole dubbio.
Inoltre va considerato che come osservato qui http://www.penale.it/page.asp?mode=1&IDPag=60
è una prassi consolidata che le prove acquisite dall’organo di polizia siano le uniche ad essere determinati per il processo che altrimenti rischierebbe, con un buon avvovato, di durare anni (Quanto è durato il processo di cogne?? 5 anni!).
Ecco perché i magistrati tendono a non istruire processi in cui le prove non siano più che schiaccianti.
Se aggiungi questo tassello ti accorgerai che è il meccanismo giudiziario a determinare una parte dei problemi di cui il tuo articolo. OPS! ma il meccanismo giudizionario è progettato e codificato dalla politica… OPS!
Visto che ci siamo…
vogliamo anche parlare delle strutture in cui operano i magistrati?
Vogliamo parlare delle società informatiche per vincono gli appalti per la realizzazione delle infrastrutture informatiche?
Vogliamo parlare del metodo di allocazione delle risorse per le signole procure?
Vogliamo parlare del modo in cui in queste strutture vengono geestite economicamente?
ma nooooooooooo… dai è meglio semplificare il tutto dando in pasto a chi legge opinionismo che tanto sono abituati…
Oh.. dimenticavo.
Tanto per curiosità sempre relativo all’anno 2006
Multa
65434
fino a 1anno
95847
tra 1 e 2 anni
23102
tra 2 e 3
5734
tra 3 e 5
5333
tra 5 e 10
1864
Più di 10 anni
784
Ergstolo
165
Se si considera che l’ergastolo, con attenuanti e buona condotta di traduce in una pena al più di 30 anni ecco li che le altre pene non sembrano poi così sproporzionatamente basse…
Per il delitto di novi ligure furono comminati 16 anni.. di cui solo una parte in un vero e proprio carcere.
PS. una domanda a John B
Te lo ricordi che il senso del carcere è quello di recuperare e rieducare le persone e non quello lsciarle marcire in prigione?
Quanto ci si mette a recuperare un criminale?
Con quali strumenti si compie quest’opera? i magistrati ne devono tenere conto nel comminare una sansione penale? che pensi?
Quali statistiche esistono a proposito del recupero dei detenuti. Se è vero che la recidiva a un tasso così elevato il problema sono le pene inflitte o il sistema di recupero che non funziona?
non il 20% ma il 7%… pardon