Rubriche

Happiness Farm 65

22 febbraio 2009

Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.

FORATURA – Non sterzava più. Nessun problema se ti fossi trovato su una delle nuove autostrade del mare della Tranquillità o sulle dune regolari della zona illuminata. Ma lì, nella zona scura, era un bel guaio. Dovevi scendere e cambiare la ruota. Gordon fermò il trabiccolo e cercò di camminare con attenzione. Non c’era abituato. Non era andato lì dall’inizio dei viaggi lunari e ora, in un attimo, si trovò a 10 metri dal suo carretto. Cercò di tornare indietro e ci andò a sbattere con forza. L’avventura cominciava male. Arrivò alla ruota e cominciò ad armeggiare con gli strumenti. Consultò l’archivio sul petto, ma era rovinato, un vero reperto storico. Con gli occhi cercò la procedura per il cambio della ruota. Partì dalla parola “bucatura” e subito gli mostrò filmati d’inizio millennio con ragazzini su bici dalle ruote bucate, la pubblicità di una di quelle bombolette che ti facevano viaggiare anche a ruote sgonfie, l’altra delle nuove gomme che non si bucavano più. Cercò “cambia ruota” e gli mostrò un antico romano che cambiava una ruota del carrello di un vecchio Boeing. Faceva decisamente confusione tra le epoche storiche. Andò a prendere una volgare tenaglia e si staccò i guanti. Le mani sentirono il freddo della parte oscura della Luna. Un freddo pungente, intenso che non credevi, che non sentivi perché non c’era ghiaccio intorno a te. Solo un cielo infinito e tanto freddo. Doveva fare in fretta, non gli piaceva l’idea di rimanere lì, senza aria, a centinaia di chilometri dalla prima pompa; senza cambiare ruota non sarebbe mai uscito dalle linee concentriche delle miniere esaurite di cobalto dove si trovava. Ma era fortunato. La tenaglia fece il suo lavoro e prima che le sue mani si congelassero rimise la tuta. Riprese il cammino e le stelle gli sembrarono un po’ più benigne. Quel paesaggio era così lontano dalle sue caverne. Per ogni anfratto, ogni fiore, ramo o albero, lì c’era un vuoto desolante, solo terra e stelle. Niente che ti facesse riconoscere che avevi percorso dello spazio, nessun paesaggio che almeno minimamente dava una sensazione di progresso. Il display a due colori del carretto aveva una buona bussola che, pur vibrando, stava dando la direzione giusta. Ora puntava a lontanissime luci che Gordon avrebbe voluto confondere con le stelle. In un’ora invece sarebbe arrivato alla terribile meta, al termine della sua ricerca sulla faccia oscura della Luna.

VERSO HF6514 - Da quando si era messo in viaggio aveva pensato a come tornare indietro. Mica facile. Mica qualcosa che uno fa normalmente nella propria vita. Generalmente stai da un lato o dall’altro; una volta in una HF, in una Happiness Farm, non ci sono molte possibilità che torni indietro. Le HF erano una lobotomia. Eterna e piacevolissima. Da pagare con la propria vita. Gordon non aveva nessuna idea di come uscirne. Già da solo, figuriamoci in due. Lo inquietava il pensiero che ognuno fosse libero di andarsene ma mai nessuno lo faceva, tanto era bella e appagante la vita lì. Questa libertà gli faceva paura. Il peggior nemico è se stesso. Mica facile da sconfiggere. E’ come giocare a scacchi da solo: per quanto ti sforzi il tuo avversario ha già capito le mosse. E in questo caso era anche alleato con i suoi sensi, che al di là delle porte erano trattati davvero bene. La fattoria della felicità numero 6514 era piuttosto nota nella zona in cui viveva lui. In molti erano andati lì. Alcuni convinti, altri un po’ titubanti, si erano avviati e, nelle rare comunicazioni con l’esterno, ne raccontavano le meraviglie. Via via che la Terra era diventata meno vivibile, le richieste erano aumentate e le fattorie della felicità si erano fatte selettive: ora anche per entrare ci volevano un sacco di soldi. Gordon aveva lavorato per sei mesi, giorno e notte, per procurarsi il denaro. Da quando il messaggio di lei aveva mostrato un aspetto leggermente nuovo, un dubbio, un’insinuazione che era scappata alla rigida censura che, Gordon ne era sicuro, applicavano a tutti i messaggi. Gli aveva detto che le mancava il suo viso. Ogni messaggio era in falsa diretta: cinque millisecondi per censurare e reimmettere le immagini modificate. Forse tutti i videomessaggi erano solo reimmissioni, nulla di autentico. Una volta se ne era accorto anche lui. Forse per un banale errore gli avevano inviato un’immagine con un passante sbagliato. Uno che andava su un motorazzo vestito da aitante politico ecologista di inizio secolo, una razza trasformata da tempo in lavamemorie alle pompe di distribuzione degli aggiornamenti di informazione. Ma il viso di lei autentico, il sorriso malinconico, gli avevano riacceso la speranza. E subito una reimmissione gli aveva inviato un suo sorriso più felice mentre ricordava la crociera che aveva fatto alla HF. Bella, bellissima, anche se non si era spostata di un metro. Da allora si era messo a lavoro. Cercare 1000 crediti non era stato facile. E ogni tanto se li toccava in tasca, per convincersi che era vero, che ce l’aveva fatta ad arrivare lì. Lui avrebbe voluto fare un viaggio vero con Sheila. Dio come l’amava, come i ricordi di lei, a casa, gli turbavano l’animo. Era lì per questo, per calmare quell’animo che non voleva accettare che lei fosse in un altro posto, felice di quelle illusioni chimico-logiche così diverse dalle sensazioni, più pacate ma autentiche, che lui viveva. Il veicolo si fermava ora nel gran piazzale dell’accoglienza. Di lì i cartelloni pubblicitari mostravano le delizie dell’Happiness Farm, che cambiavano ogni giorno, che si adattavano al visitatore che le guardava. Si fece forza, doveva guardare. Lettura facciale e dei movimenti oculari lo avvolsero in quella che era l’ultima frontiera dell’interpretazione del pensiero. Che veniva proiettato negli schermi in tutti i suoi desideri, una stanza 101 al contrario. Doveva sforzarsi, doveva pensare per davvero a qualcosa che un suo simile poteva volere. Non doveva farsi scoprire nei reali intenti. Mimò lo scienziato desideroso di salvare l’umanità, di fare le scoperte che lo portano alla gloria mondiale. Ed ecco che i cartelloni si compongono di formule chilometriche: sintesi di aria pura dalle foreste pietrificate, pannelli che ricavano energia dallo smog, batterie che si ricaricano purificando l’acqua. Gordon pensò a tanti soldi e subito apparvero piscine, tubi sparabambini e una Ferrari a ruote scoperte. Lo spot terminò con una freccia illuminata: tutto gratis, tutto contenuto nel recinto virtuale, al di là delle porte. Lo guardò. Mille occhi già lo scrutavano e lui infilò i crediti, garanzia concreta della volontà di entrare. I pannelli lo accolsero felici. Li aveva fregati: non avevano capito che cosa stesse cercando.

6 commenti a Happiness Farm 65

  1. Maria Teresa

    Eh già, solo i morti non sentono dolore.

  2. SigPar

    Magra consolazione Teresa…. io ne vedo molti in giro di morti che camminano! :-(
    Bellissimo letto tutto d’un fiato, come sempre.
    Buona domenica a tutti.
    Non aggiungo altro che un sorriso.
    ^_^

  3. Bravo Pietro!
    E’ un racconto “significativo”: un viaggio dentro di sè, nella memoria, nei ricordi ormai “asettici” perchè è il tempo che ne priva dell’emozione! mi ha colpita in particolar modo la frase: “Tornò alla stanza bianca ma non era più asettica. Enormi schermi panoramici avevano sostituito le pareti. Una musica forte cominciò a colpire le loro orecchie”.
    La stanza, a volte, rappresenta un vicolo cieco dove si rievocano immagini…fantasmi terrifanti del passato, e tutto sembra confuso, chiassoso attorno! e Sheila è distratta, frastornata, annebbiata! e in quelle “pareti bianche” c’è un bisogno di luce, perchè da quel vicolo cieco si è desiderosi di uscirne! ma per svegliarsi dal sonno statico occorre un “input”, un qualcosa, o un qualcuno che riempia la stanza di novità assoluta!!

    …ancora complimenti per il racconto!

  4. marblestone

    La stanza asettica è quello che serve per passare alla fase di “morte” che descrivono Maria Teresa e Lodo. Per me è appassionarsi ai pettegolezzi della DeBlanc sull’Isola, alla sfida tra SuperSimo e Morgan a X-Factor, è perfino fare il tipo a Berlusconi o Di Pietro. E’ il deserto dei sentimenti, degli interessi e delle passioni personali.
    Ma tornare indietro non è facile, la stanza rievoca tutte le paure, tutti i dolori, perchè il motivo per cui andiamo tutti nelle Happiness Farm sono il non voler soffrire più, il non voler affrontare le paure di ogni giorno.
    C’è un qualcosa che può farci tornare indietro e quello è l’amore, l’amore inteso come passione e speranza. Ma non la speranza di chi aspetta inerte ma quella di Tim Robbins che in “Le ali della libertà” dice che la speranza è una cosa buona ma intanto supporta quella speranza scavando un tunnel in 17 anni…
    Ecco la speranza porta il protagonista a ritrovare il suo amore e la speranza deve spingere ognuno di noi a lottare per riprendersi la propria vita affrontandone gioe e dolori
    Grazie a tutti per i complimenti e a Lodo per le stupende immagine messe nel post.
    Pietro

  5. marblestone

    ehm…era “fare il tifo per Berlusconi o Di pietro” e non “il tipo di…”

  6. Un racconto talmente bello da togliere il fiato. Struggente e dolcissimo, un inno alla straordinaria bellezza della vita “autentica” fatta anche di immensi dolori.

    Bravissimo Pietro.

    Un sorriso commosso

    Carlo

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