di Luca Vinci
postato alle 10:38 del 30 Luglio 2008 in EconomiaTorna alla home

Gli effetti della Robin Tax su un mercato che si adegua alle novità con due velocità. Ovviamente a scapito del consumatore. Soprattutto quello italiano

I prezzi dei carburanti sono cresciuti notevolmente, ma poteva andare peggio, infatti i prezzi alla pompa sono cresciuti meno rispetto alle quotazioni della materia prima. Vediamo cos’è accaduto in questi ultimi cinque anni. Anno 2003, il Brent costava circa 29 dollari al barile (il Brent europeo è leggermente inferiore rispetto al Wti della borsa di New York), con l’euro a 1,1 dollaro significa circa 16,1 centesimi di euro al litro. Anno 2008, il Brent è ben al di sopra dei 100 dollari al barile, e con l’euro salito a 1,55 dollari significa 42 centesimi di euro al litro. I dati sarebbero da aggiornare, si riferiscono a qualche mese fa, comunque restano validi al fine della dimostrazione. Mentre negli Usa dal 2003 al 2008 il rincaro del greggio è stato del 260 per cento, per noi europei il rincaro è stato del 160 per cento. I rincari dei prezzi industriali e ancor più quelli alla pompa sono ancora più bassi. In Italia ad esempio per il gasolio il prezzo è cresciuto del 105 per cento alla produzione e del 55 per cento alla pompa, meglio la benzina, salita del 100 per cento alla produzione e del 33 per cento alla pompa.

LE COMPAGNIE PETROLIFERE DISTRATTE - Quando i prezzi delle materie prime salgono le compagnie petrolifere si adeguano immediatamente ai rincari, trasferendo così il prezzo sui consumatori, ma si distraggono e sono lente a trasferire al prezzo alla pompa le riduzioni dei prezzi del greggio, così le riduzioni dei prezzi al consumo sono lente (quando ci sono). Non dobbiamo però pensar subito male, in parte è una situazione normale, dovuta anche al fatto che a pesare sul prezzo industriale dei carburanti ci sono altri fattori oltre al prezzo delle materie prime, come la remunerazione dei lavoratori e del capitale investimento, il cui peso non è da trascurare data la situazione congiunturale. Come abbiamo visto nemmeno gli incrementi della materia prima si riflettono totalmente in un incremento del prezzo al consumo, anche se la reazione in questo caso è immediata. Per cui possiamo tranquillamente pensar male, si tratta di una situazione in cui le caratteristiche del mercato permettono alle compagnie di “crearsi” margini sia in caso di aumento sia in caso di calo dei prezzi del greggio, nel primo caso con un immediato trasferimento del prezzo sui consumatori, nel secondo con un ritardo nel ridurre il prezzo al consumo. Anche se queste reazioni potrebbero essere dovute al fatto che gli aumenti vengono considerati strutturali e le diminuzioni passeggere. I maggiori utili data la struttura del mercato, data la situazione congiunturale del mercato finanziario, difficilmente verranno investiti, più probabilmente diverranno dividendi per gli azionisti e premi per i manager. Da qui nasce l’idea di Tremonti di applicare una tassa alle compagnie petrolifere, tuttavia, vista la rapidità con cui le compagnie petrolifere reagiscono agli aumenti dei loro costi scaricandoli sui consumatori possiamo facilmente immaginare cosa accadrà con la Robin Hood Tax.

PROBLEMI ACCENTUATI IN ITALIA - Ovviamente in Italia sia la differenza dell’elasticità dei prezzi in ribasso e in aumento, sia la struttura del mercato sono peggiori del resto dell’Unione europea. E non certamente a causa delle accise, visto che al netto delle imposte il prezzo alla pompa è del 7 per cento superiore rispetto alla media europea (è arrivato a sfiorare punte del 18 per cento). Anzi, le imposte svolgono in realtà una parziale funzione di stabilizzazione dei prezzi alla pompa. Paradossalmente la differenza di prezzo tra l’Italia e il resto dell’Ue si allarga quando scende il Brent, se nel resto dell’Europa le compagnie petrolifere sono tartarughe, in Italia sono lumache. L’Italia ha anche un altro primato, se il petrolio ha un forte peso nei Paesi sviluppati, in Italia ne ha di più. Da noi infatti il peso dei consumi energetici sul Pil è del 5,2 per cento, superiore di 1,2 punti percentuali rispetto alla Francia e di 2 punti percentuali rispetto alla Germania. Da uno studio dell’Ocse di qualche anno fa, in cui venivano elaborate delle simulazioni, risultava che in Italia un raddoppio del prezzo del greggio causa un incremento dei prezzi dell’1 per cento nell’anno successivo al raddoppio del greggio e dello 0,2 nei due anni successivi. Le percentuali in Francia sarebbero rispettivamente dello 0,6 e dello 0,1 per cento, in Germania addirittura dello 0,4 e del -0,1 per cento. Pesante anche l’effetto sulla crescita economica italiana, che verrebbe rallentata dello 0,3 per cento l’anno successivo e dello 0,1 l’anno dopo ancora. L’effetto che il prezzo del petrolio ha sull’inflazione e sul Pil non deve essere trascurato, vanno dunque evitate le politiche che potrebbero portare ulteriori incrementi dei prezzi del carburante vista la loro incidenza sull’inflazione e sulla crescita.

UN CARTELLO DI FATTO - Il comportamento asimmetrico dei venditori, per cui sono lepri nel trasferire gli incrementi dei prezzi e tartarughe nel trasferire le riduzioni dei prezzi nel mercato italiano e’ accentuato. La vendita al dettaglio dei carburanti avviene in un mercato che ha le caratteristiche di un oligopolio, con una collusione implicita. Il che significa l’effetto finale è come se i prezzi fossero concordati tra venditori, anche se in realtà questo non avviene esplicitamente. La situazione che si crea quindi porta i vari concorrenti ad adeguarsi ai prezzi fissati dal più grosso, evitando di discostarsi da questo prezzo per paura di essere puniti attraverso riduzioni maggiori dei prezzi da parte degli altri venditori. Basti vedere cosa è accaduto proprio in questi giorni, i prezzi sono stati ridotti anche dalle altre compagnie solo dopo che l’Agip (il market leader) ha abbassato il prezzo alla pompa di benzina e gasolio. La punizione del deviante avviene solo al ribasso, per cui si crea una rigidità in questo senso, mentre il prezzo può tranquillamente essere alzato nel caso in cui i costi dovessero salire. Un’apertura del mercato potrebbe dunque rompere lo schema creatosi e creare una vera concorrenza che associata ad una politica energetica meglio diversificata anche se non porterà grandi riduzioni dei prezzi alla pompa, almeno li adeguerà a quelli europei.

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