Troppo azzurro per il cielo: il disastroso stato dell’editoria in Italia
11/03/2009 - Un esperimento svela che gli editori italiani sono dei bei furboni. E vivono sulle spalle degli Autori a Proprie Spese. Una “vanity press” che a volte sa un po’ di truffa organizzata e anche ben pensata. Un po’ vanesi lo
Un esperimento svela che gli editori italiani sono dei bei furboni. E vivono sulle spalle degli Autori a Proprie Spese. Una “vanity press” che a volte sa un po’ di truffa organizzata e anche ben pensata. Un po’ vanesi lo siamo tutti, no?
Il disastroso stato quadro dell’editoria in Italia è messo ben in evidenza dall’articolo “Il suo romanzo è roba grossa” di Devis Bellucci, che descrive un curioso esperimento: l’autore confeziona un libro con un titolo ammiccante e un po’ Mocciano “Troppo Azzurro per il cielo” una storia banale e inconcludente, farcita di tantissimi errori ortografici. Dopodichè ricerca una ventina di piccole e medie case editrici e manda il romanzo con una richiesta di pubblicazione. Risultato: numerose proposte di pubblicazione a pagamento (con inevitabile citazione di un qualche grande romanziere che ha cominciato così), elogi del tipo “il suo lavoro ci ha colpiti” o appunto “il suo romanzo è roba grossa“, qualche timido suggerimento di curare l’editing e soprattutto il conto: duemila, tremila, quattromila euro con tanto di consegna di centinaia di copie del libro e promesse vaghe e poco documentate di distribuzione e promozione.
AUTORI A PROPRIE SPESE – E’ la prova del fatto, ben noto a chiunque faccia parte del settore, che molte di queste piccole o medie case editrici non vendono in libreria nemmeno un libro ma rivolgono la loro intera produzione agli autori o ai compratori che essi stessi forniscono raschiando il fondo di amici e colleghi. Così a fianco alla editoria “ufficiale” è nato in Italia un fiorente business basato sulla passione degli italiani per la scrittura di prosa e poesia, sul loro scarso senso critico (che finisce inevitabilmente nella produzione di tonnellate di autobiografie con nessun valore letterario) e sulla speranza di poter sfondare come scrittori. Tale business, che raramente supera il limite legale della truffa sfrutta la dabbenaggine degli aspiranti scrittori anche attraverso i concorsi letterari a pagamento (che sono ormai centinaia in tutta italia) che, a fronte di premi dell’ordine del migliaio di euro, chiedono quote di partecipazione fino a 20 euro raccogliendo anche più di mille partecipanti. A tanti di questi partecipanti viene offerta poi una proposta di pubblicazione basata su contratti che pretendono contributi dell’ordine di migliaia di euro senza garantire nulla. Anche le proposte che sono dichiaratamente senza contributo prevedono l’acquisto minimo di un certo numero di copie, le uniche che di fatto poi usciranno dalle rotative della casa editrice. Un po’ gli Autori a Proprie Spese di cui parla Umberto Eco nel Pendolo di Foucault, dove tra l’altro si narrano “le vicende di un editore che, oltre alla normale attività imprenditoriale, pubblica anche aspiranti romanzieri e poeti facendosi pagare per questo e mettendo in campo una serie di artifici volti ad ingannarli rispetto
alle effettive prestazioni che offre in cambio. Il fenomeno è anche noto col nome di editoria a pagamento (o, in inglese, vanity press)”.
SI ACCOMODI ALLA CASSA - Se però queste operazioni coinvolgono soprattutto gli scrittori della domenica il vero problema dell’editoria italiana è che non vi sono vie alternative che un vero talento può percorrere. Infatti poiché il mercato italiano dei lettori è piuttosto scarso (in Italia i cosiddetti lettori forti, quelli che leggendo più di 30 libri all’anno sono propensi a “provare” qualche autore sconosciuto, sono solo 600.000) le grandi case editrici non investono nella ricerca dei nuovi talenti preferendo spendere moltissime risorse per i diritti di libri che hanno già avuto grande successo all’estero (ad esempio la saga di Harry Potter) o puntando su autori già noti in altri campi che magari poco hanno a che fare con la letteratura ma sono di sicuro richiamo (da Veltroni a Panariello). Anche i canali più professionali (scuole di scrittura creativa, agenti letterari, ecc.) non sono legati alle grandi case e quindi spesso sono solo altri sfruttatori delle aspirazioni dei lettori. Così la strada che porta un esordiente verso la grande casa editrice resta ammantata da sospettoso mistero (quali conoscenze sono necessarie per farsi leggere da quelli che contano?) e ai più non resta che affidarsi ai siti di consigli per gli esordienti per trovare infinite liste di case editrici a cui mandare il materiale difendendosi dalle truffe, alle community dove tutti possono scrivere e pubblicare ma nessuno legge oppure alla pubblicazione a pagamento senza illusioni aggiuntive, così, giusto per regalare agli amici un proprio libro con copertina da fighetto.













giobbano sulla voglia della gente di emergere a qualsiasi costo, che schifo!
L’articolo non presenta certo una situazione nuova. L’Italia è bloccata su questi standard da decenni.
Poi arriva internet e si creano nuove possibilità… come quella di diventare editori di se stessi.
Dopo due esperienze di editoria a pagamento (comunque soddisfacenti) il mio “Piccole storie nella Storia di Puglia” è pubblicato con Lulu.com ed è scaricabile gratuitamente come pdf (ma anche acquistabile cartaceo):
http://www.lulu.com/content/2563971
@soloparolesparse
Sarebbe interessante conoscere le tue esperienze a pagamento “positive” visto che in giro se ne raccontano solo di negative.
Il fatto di diventare editori di se stessi non è una grande possibilità: quanti emergono? E come? E tutti gli altri ingrossano i guadagni di questi truffatori.
Questo è il punto dimostrato dall’esperimento: non c’è selezione basata sul valore perchè non c’è un mercato del lettore e non ci sono investimenti pubblici in questo senso.