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Matteo Orfini promuove Suburra (il film) e boccia Marino. Ma esclude un suo futuro da candidato sindaco di Roma

Cinema Adriano, Roma. Giornalettismo va a vedere con Matteo Orfini Suburra. L’idea era nata prima dello tsunami Marino, ma lui ha tenuto fede all’impegno. Ha la faccia stanca, ma l’idea di starsene 130 minuti al cinema e non rispondere a un telefono che suona senza sosta sembra dargli sollievo. Vola, subito, alle casse. Sorride. “Pago io, con i soldi miei” la battuta con cui rompe il ghiaccio e a cui la risposta è inevitabile “se pensi di aver avuto una settimana pessima, non è nulla in confronto a quella dei protagonisti del film”.

Entriamo, sala 3. Qualche battuta sul Milan, la sua squadra del cuore, un po’ di insofferenza verso il rullo delle pubblicità, troppo lungo – non si interrompe un’emozione, anche prima del film, perché la sala diventa magica da quando ti siedi sulle poltrone, soprattutto se mandi pure il trailer del lungometraggio che sta per partire – e poi il buio.

SUBURRA, LA RECENSIONE DI MATTEO ORFINI –

Più di due ore che il presidente del Pd segue con concentrazione e interesse, ridendo piano di un’ottima battuta e di una scena politica cruciale che riguarda Malgradi, il galoppino del Samurai, ex camerata del boss, nel centrodestra. All’uscita è stupito della durata – “non mi sono accorto della lunghezza” – e in un bar di Prati si trova il modo di parlarne. “Bello, potente. Scritto benissimo – anche se il finale, forse, è troppo semplice e persino troppo ottimista, paradossalmente, visto la cupezza della visione di Roma – con attori straordinari. Ho apprezzato anche una visione non stereotipata della città e di certe dinamiche di potere, anche se sulla fotografia della politica qualche caricatura di troppo l’ho trovata: prostitute, minorenni, droga, mafia tutte in un sol uomo è troppo. O forse no, visto che la cronaca ci ha detto anche questo”. Beve un sorso della bibita che ha davanti e continua. “Ma in questo caso il mio parere non è probante, ovviamente sono ipersensibile in merito. Forse, mi piacerebbe che della politica si raccontasse anche la parte nobile, bella. Ma se lo facciamo, di solito è guardando o parlando di un altro paese. Ma magari ce ne fossero di film così in Italia”.

MATTEO ORFINI: SUBURRA, MARINO E LE COLPE DEL PD –

Si ferma, al tavolo, un ragazzo con barba e turbante da santone. “Presidé, non c’è proprio modo di salvarlo Marino?”. E lui, amaro ma deciso “si ipotizzano i reati di peculato e falso ideologico”. “Per soli 20.000 euro?” incalza il passante. “Un euro o sei milioni, sono la stessa cosa. Ci sono cadute giunte e governatori così”. L’interlocutore viene portato via dalla moglie e lui si lascia andare a un “questa è Roma, deve cambiare dentro”. Prende fiato. Poi continua. “Vedi, Boris, vedo questo film e penso ai momenti immediatamente posteriori all’uscita del fascicolo Mafia Capitale. Come abbiamo fatto a non accorgercene? Le esecuzioni in strada, persino a Prati, c’erano. Gli arresti per racket e sfruttamento della prostituzione, pure, così come la malapolitica, quartieri sotto il giogo della criminalità organizzata o appalti per lo meno sospetti. C’era persino il libro, Suburra, scritto da un cronista e da un magistrato, non da due romanzieri fantasy. Bastava leggere quelle pagine o la cronaca, invece che fermarsi sempre e solo ai retroscena politici. Era sufficiente unire i puntini, ma noi guardavamo altrove”. Il PD su tutti. “Ovvio che penso al mio partito, non perchè più responsabile di altri, anzi, ma perché avevamo il dovere di capirlo prima degli altri. Non siamo stati solo distratti, che già sarebbe stata una colpa grave, ma eravamo, con alcuni uomini, anche parte del problema. In ogni caso nessuno può dirsi innocente: non abbiamo più il radicamento nella città, siamo stati troppo presi dalla dialettica interna e ci siamo dimenticati cos’è davvero un partito. Non dobbiamo rimproverarci solo la collusione, quando c’è stata, ma anche l’indifferenza”. La cartina di tornasole è Ostia. “Appena sono diventato commissario ci ho mandato uno con un carattere particolare e di Torino (Stefano Esposito – ndr). E lui alla conclusione che qualcosa non andava ci è arrivato in 20 giorni, anticipando persino la magistratura. Abbiamo fatto dimettere il presidente, troppe cose non tornavano, così come stiamo per sfiduciare quello del VI municipio, su cui abbiamo molte perplessità. Ma il discorso è sempre quello: come abbiamo fatto a rimuovere la presenza della mafia da Ostia dalle nostre analisi, dalla nostra politica, pur essendo un elemento tristemente noto? E quello che mi chiedo sempre è: ci voleva uno di Torino per smuovere le cose? Purtroppo sì”. Rifiuta l’idea che l’opera di Sollima si sia sbilanciata contro la destra. “Il mandato di Alemanno è stato attraversato da una precipitazione di valori politici e morali, è indubbio, così come anche la visione del Parlamento come luogo di scambi ambigui e di un Potere che cannibalizza tutto è arrivato al parossismo con l’ultimo governo nazionale della destra. Ma il problema è sempre stato anche nostro, nel momento in cui si è fatta, ad esempio, un’opposizione conciliante, dialogante e consociativa sulle nomine. E se hai questo atteggiamento con un sistema con radici criminali e che permette l’accordo Buzzi-Carminati, se non sei complice, comunque hai una quota di responsabilità. Ma, ripeto, la classe dirigente romana è figlia di questa città, il cui tessuto etico e sociale si è sfibrato drammaticamente. E il nostro compito è ricostruirlo, anche reagendo nei confronti di noi stessi con durezza e inflessibilità, con un’autocritica da altri definita persino eccessiva”.

MATTEO ORFINI E IL CASO MARINO: ROMA CAPIRA’ I NOSTRI SFORZI –

E la città deve capirlo. “Mentre a destra hanno finto che nulla sia successo e che non li riguardi tutto ciò che è successo, e si sono così riscoperti leghisti, Fratelli d’Italia o marchiniani, noi abbiamo cominciato un lavoro di rifondazione totale, per cui certi comportamenti non sono più tollerabili, a partire dalla vicenda del sindaco Ignazio Marino: di fronte a una vicenda poco chiara e senza la capacità di spiegarla, abbiamo fatto l’unica cosa possibile. Il problema è che tutti devono fare il nostro stesso processo di pulizia, quell’esigenza di trasparenza che ha consentito al sindaco dimissionario di creare nuove dinamiche virtuose riguardo alla legalità, così come di cadere sotto il peso dei suoi errori: penso anche ai giornalisti, che pure dalle inchieste risultano coinvolti, che non hanno fatto alcuna riflessione sulla propria categoria. E tanto meno sono stati capaci di sollevare il problema con la stessa veemenza con cui l’hanno preteso da altri”. E ora c’è il rischio di bruciare la meglio gioventù di un partito, di una generazione politica. Se quella di Orfini è l’ultima ad aver lavorato sul territorio (e in molti suoi effettivi la prima a diventare ceto politico completamente staccato dalla base), c’è una classe politica under 40 che finora è stata costretta nelle retrovie e ora rischia di essere cannibalizzata. “Non deve succedere, se i municipi non sono affondati con il resto, spesso è stato merito dei 30-35enni che vi hanno lavorato alacremente e con onestà. Hanno avuto la sfortuna di avere sulle spalle una città piegata, spezzata, con una macchina amministrativa di cui con Esposito stiamo chiedendo conto all’Anac di Cantone, con un esame degli appalti degli ultimi 5 anni. Se come dice Stefano c’è chi sbaglia di proposito a scrivere delibere o se per una pratica, come si legge nell’inchiesta Vitruvio, si chiedevano 2 euro di tangente, ci troviamo in un momento ancora più drammatico di Tangentopoli, in cui il problema è strutturale prima che morale e politico. E questi giovani che hanno un’idea sana della politica, si sono dovuti trovare a combattere contro tutto questo. Noi con le primarie, anche a livello nazionale, abbiamo fatto entrare nelle istituzioni precari e chi arriva dalle periferie e non abita in attici del centro storico“. L’impressione, però, che viene da Suburra e anche dalle parole di Orfini è quella di una città senza speranza. “No, dall’area cattolica a una parte della sinistra radicale, pur se lontani da me, ci sono ancora reti sociali forti, o pezzi di esse, che lavorano per il suo bene, garantiscono la tenuta di un tessuto civile e civico che rappresentano la parte migliore della città. E anche nel nostro partito la grande maggioranza tiene alla Capitale e lavora per renderla migliore. Ma Roma, ora, è anche e forse soprattutto Suburra, non possiamo negarcelo. Dobbiamo lottare perché diventi altro, anche sapendo parlare con queste realtà migliori, confrontandoci con esse. Dobbiamo capire che ora, come Pd, non siamo più un pezzo del problema, ma una possibilità, un punto di partenza per farcela“. Non l’antipolitica, insomma, ma più politica. “Certo. Non meno partiti, ma più partiti veri. Non scatole in cui alimentare l’ambizione di un singolo e inevitabilmente far germogliare semi criminali, ma in cui costruire una nuova collettività. Il Papa dice che la cifra della modernità è la solitudine? Ha ragione, noi dobbiamo sapere come aggregare queste solitudini, è una sfida di emancipazione collettiva“.

MATTEO ORFINI: MATTEO RENZI, TOGLIATTI E I SANTONI –

Giocando su alcune battute chiave del film, è inevitabile scherzare sul fatto che l’ossessione per le liste bloccate del personaggio interpretato da Favino potrebbe indurre Renzi a ripensare l’Italicum. “E’ tutto relativo – ride -, visto che Mafia Capitale si fonda invece sulle preferenze, in quel caso diventano quelle la benzina di un motore criminale che deve rendere conto solo a chi riesce a far eleggere. A me ha colpito un’altra battuta e non è quella di Amendola “se ci saranno nuove elezioni, ne troveremo uno dall’altra parte”, ma la più potente “non sono stato io, ma Roma”. Lì c’è tutto, lì capisci che a Roma il più politico era un criminale, chiamalo Samurai o Carminati, che ha saputo fare rete con i suoi camerati, a fini purtroppo di associarsi a delinquere. E a vampirizzare la Capitale”. Sull’estrazione nera di una Roma “fascistissima”, è lapidario. “C’è sempre stata la destra radicale in questa città e ha persino coltivato una speranza di governo alternativa, ma Roma si sposta a destra solo quando la sinistra fallisce. Il problema è che non si governa senza un’idea, da una parte e dall’altra: non basta demolire le incrostazioni di un potere passato, si deve capire dove vuoi portare questa città. Perché quella che racconta Suburra è una Capitale di burocrazie e poteri, non quella che ha due Pil radicalmente diversi, come due qualità della vita, al centro storico e in periferia, che ha un milione di persone a cavallo del Sacro Gra, citando un altro film, e di cui tutti si sono disinteressati finora. In cui la politica non è corrotta, ma proprio non c’è. E nessuno si rende conto che Roma è come uno Stato: parlo con parlamentari e sindaci a cui dico che Ostia è più grande della loro città, che Tor Bella Monaca è una delle prime quindici città italiane per popolazione, e che il mio stesso municipio, il terzo, fa più abitanti di Firenze: serve uno sforzo enorme”.

MATTEO ORFINI: IL FUTURO –

La paura della base è quella che pochi capiranno questo Pd che dalla terra di mezzo è passato alla barricata per la legalità. E che forse per questo finirà per perdere Roma. “L’abbiamo già persa nel momento in cui pensavamo a carriere e correnti, quando eravamo un partito distratto che magari vinceva le elezioni ma la città non la capiva. E Roma sa comprendere chi la ama e chi onestamente prova a cambiare le cose, magari chiudendo 35 circoli per ragioni di legalità o sostenibilità economica, facendo dimettere i propri amministratori scorretti o corrotti e sospendendoli dal partito anche se non sono indagati. Dobbiamo essere più esigenti sulla trasparenza personale e politica, fin dalla prossima campagna elettorale. Già perchè i costi delle campagne dei candidati, in passato, avevano costi faraonici, al contrario di quelle del partito, poverissime. Una malgestione che ha lasciato debiti che ora dobbiamo e vogliamo risanare. Ora tutto dovrà essere documentato, per quantità e provenienza dei fondi”.

Certo il verticismo di Renzi mal si armonizza con un partito che cerca maggiore partecipazione, al di là del consenso popolare delle primarie o di elezioni trionfali e tattiche parlamentari astute. “Togliatti, anche se la citazione non farà piacere al premier, diceva che i partiti sono la democrazia che si organizza. Attualmente non è così, noi dobbiamo cercare di far viaggiare parallele queste due anime. I partiti servono a mettere insieme le persone per proteggere e fare i suoi interessi, non a reiterare il potere degli stessi volti gattopardescamente. Serve un processo di rinnovamento”. Vengono in mente De Luca ed Emiliano, che non sembrano rappresentare il #cambiareverso di cui tanto si è favoleggiato, né tanto meno la rottamazione. “Non conta fare i nomi, ma cercare un’alternativa alle filiere verticali di potere in cui notabili locali perpetuano se stessi opponendosi al cambiamento con il riposizionamento: qualcosa va modificata”.

Suburra non cambia il mondo e neanche il Pd. Ma potrebbe avere un impatto e forte sulla città. “Da figlio di un produttore, rifiuto il ruolo suppletivo alla politica del cinema, ma è utile, seppur crudo e brutale, che ci sia chi racconti questa realtà, per quanto dura. Il cinema deve essere arte e intrattenimento, ma può illuminare a volte nel buio. Il punto è che tutto questo ci dice anche che il ruolo della cultura e dell’informazione è stato inadeguato in questi anni. Abbiamo avuto intellettuali la cui unica cifra è stata una narcisistica indignazione e per cui l’unico problema era il conflitto d’interessi di Berlusconi. Tanto che mi ha sempre stupito – e ora mi viene in mente anche la terrazza de La grande bellezza con Jep Gambardella che se la prende con la sua amica che ha scritto la storia del Partito – come professori universitari ci bacchettassero per le nostre mancanze verso il mondo e per quel conflitto che li angustiava, nello stesso momento in cui, da baroni, sfruttavano ricercatori precari, sfruttati e ricattati. O mi fanno tuttora sorridere i santoni televisivi che lanciavano i loro strali moralisti davanti alla telecamera di un cameraman che pagano poco e male, con contratti di tre mesi. Le loro grida di indignazione non hanno portato a nulla, se non forse a farli ammettere al circo televisivo. Da loro, non solo da noi, mi sarei aspettato di più. Mentre le disuguaglianze nel mondo aumentavano tragicamente, loro pensavano ai pacchetti azionari e alle tv di Sua Emittenza. Noi non ce ne siamo accorti, ma neanche loro. Forse perché anche loro erano ingranaggi della torsione oligarchica di cui Roma è palese dimostrazione. Noi e loro siamo stati garanzie di un sistema che dovevamo scardinare e scardineremo“.

Ricomincia a piovere, come in Suburra. Difficile non chiedergli se si è pentito di aver accettato il ruolo di commissario. “Ho solo da perdere, lo so. Ma semplicemente non si dice di no a una città che si ama”. E quindi, se gli venisse proposto di candidarsi come sindaco…. “no. Reitererei la stessa dinamica di potere che ora combatto con tutte le mie forze: da commissario ho pieni poteri, non posso usarli per impormi come soluzione o proposta. Il mio compito è trovare chi possa prendersi cura di questa città. Forse ci siamo dimenticati che la politica è servizio. E i dirigenti politici devono dimostrarsi tali nei momenti più difficili, al di là delle proprie convenienze. A fare i comizi son buoni tutti”. Forse non se n’è accorto, ma per la seconda volta ha citato il Papa. Questo, non quello che si vede, sempre e solo di spalle, in Suburra. Nei giorni dell’apocalisse di novembre 2011. L’apocalisse che spazzò via Berlusconi. “Fu una liberazione, semmai”. Ma questa è un’altra storia.