La grande truffa di Liberazione on line
20/01/2012 - Dopo la chiusura del giornale di Rifondazione, la società editoriale si è messa in testa un’idea meravigliosa Come Gordon Gekko, o sulla stessa linea di Rupert Murdoch. Mrc, la società editrice del quotidiano Liberazione, oggi chiuso perché i rubinetti dei
Dopo la chiusura del giornale di Rifondazione, la società editoriale si è messa in testa un’idea meravigliosa
Come Gordon Gekko, o sulla stessa linea di Rupert Murdoch. Mrc, la società editrice del quotidiano Liberazione, oggi chiuso perché i rubinetti dei soldi pubblici per il giornale di partito di Rifondazione Comunista si stanno – seppur lentamente, purtroppo – chiudendo, si è messa in testa un’idea meravigliosa per continuare a prendere finanziamenti pubblici. Un’idea da veri e propri tycoon del mercato editoriale, annunciata in un comunicato ufficiale con l’allegria tipica dei capitani d’industria e degli squali del liberismo: la riprova che, quando ci si mette, il peggior speculatore è proprio il comunista.
TUTTA LA STORIA – Il problema nasce quando il governo Monti (e quello di Berlusconi prima) ha annunciato un – modesto – taglio ai contributi all’editoria, ovvero a quel sistema di finanziamento malato che consente ai giornali di partito di andare in edicola utilizzando i soldi di tutti i cittadini, e drogando così il mercato dei quotidiani che si trovano un concorrente che utilizza soldi derivati da elargizione invece di affrontare, come gli altri il rischio d’impresa. Un absurdum giustificato con la scusa del pluralismo: con questo tipo di prodotti editoriali sarebbe garantita una pluralità di voci ed opinioni nel dibattito pubblico italiano. Ma si capisce benissimo che è una scusa: se il punto è l’esistenza di una voce pubblica, non è certo necessario, nel 2012, portare un giornale in edicola a carico del cittadino. Basta, volendo, un sito internet che è in grado di essere raggiunto da un numero di persone largamente superiore rispetto alla diffusione di giornali come Liberazione (e l’Unità, e il Manifesto, e l’Avanti), che a fronte di trentamila copie stampate ne vendeva in edicola appena un sesto, ma stampava così tanto (insieme a tanti altri giornali) perché il contributo pubblico si calcolava in base alle copie stampate e non a quelle vendute.
ROBA DA FREE RIDER – La svolta della storia arriva a metà dicembre, e oggi l’ha raccontata sul Corriere Sergio Rizzo:
Tredici giornalisti se ne sono già andati passando dall’uscita di servizio della cassa integrazione. Per gli altri 17 redattori e i 14 poligrafici ci sono invece i contratti di solidarietà. A metà dicembre, la sorpresa: arriva una raccomandata che non è un regalo di Natale. La società editrice disdetta unilateralmente gli accordi e sospende le pubblicazioni in attesa che la Regione metta tutti in Cassa integrazione a zero ore.
Come mai? Guardiamo i numeri:
Il taglio, per Liberazione, potrebbe significare dover rinunciare almeno a 2 milioni di euro (nel 2010 ha messo a bilancio 3,4 milioni): praticamente metà dei ricavi. Che il quotidiano di Rifondazione possa stare in piedi senza quei contributi, è pura immaginazione. I conti del 2010 parlano chiaro. Il fatturato delle vendite è stato di un milione 28 mila euro, che si traduce in una diffusione media di circa 4 mila copie. Fra il 2009 e il 2010, dice il sindacato, il giornale avrebbe perso 2.400 copie e gran parte della poca pubblicità.













Grazie per l’esaustivo articolo… mi sembrava allucinante anche a me. Purtroppo è un discorso antico come “la paghetta”. Se i genitori danno a un figlio 5mila euro al mese di paghetta fino a 50 anni dubito che il figlio andrà mai a cercarsi un lavoro, o si porrà il problema delle spese. Liberazione, come La Padania (4 milioni l’anno) o Il Foglio (4 milioni l’anno) sono abituati alla paghetta, e se i genitori gliela tolgono o diminuiscono (come capitato in cronaca mesi fa) i figli fanno causa, trovano il raggiro, si lagnano.
sono curioso di vedere i dati statistici di quel sito, una volta avviato..
sti comunisti… non finiranno mai di far danni…
pure forza nuova è riuscita a farsi seguire dal “popolo”… (ma da quelle parti non si muovono se non c’è un interesse…)
Caro D’amato, sono un lavoratore dipendente (e non “ex” come dici tu) di Liberazione. Naturalmente non siamo d’accordo sul finanziamento pubblico ai giornali, ma il tuo giudizio sul comportamento della Mrc e dell’azionista unico Paolo ferrero non fa una grinza. Questi furbetti-mentecatti che difendono i lavoratori salvo quando i padroni sono loro, pretendono di ottenere fondi dei cittadini confezionando un finto giornale Pdf, “realizzato” da 4 persone: un direttore (si fa per dire), un vicedirettore e un poligrafico. Roba da far impallidire il compagno Lavitola. Il tutto annunciandoci la chiusura del giornale via mail lo scorso 15 dicembre, e chiedendo una cassaintegrazione UNILATERALE, comportamento che il sindacato ha definito “incivile” e degno di un padroncino del vapore. Da allora la redazione è occupata e in conflitto totale con il signor (si fa per dire) Dino Greco, il quale ha testualmente affermato “io sono qui per ompedire che voi gettiate fango sul partito-editore”. L’ultima porcata proprio ieri: la direzione ha tolto le password ai colleghi responsabili dell’on-line, decretando la serrata totale. Questa gente fa davvero schifo.
corretto, grazie.
i giornali di carta faranno la fine della Kodak e questi stanno a inventarsi spericolate alchimie per restare un pò sulla carta e un pò in rete..
Sergio Rizzo dice: «I conti del 2010 parlano chiaro. Il fatturato delle vendite è stato di un milione 28 mila euro, che si traduce in una diffusione media di circa 4 mila copie».
Voi (precedentemente) scrivete: «Basta, volendo, un sito internet che è in grado di essere raggiunto da un numero di persone largamente superiore rispetto alla diffusione di giornali come Liberazione (e l’Unità, e il Manifesto, e l’Avanti), che a fronte di trentamila copie stampate ne vendeva in edicola appena un sesto, ma stampava così tanto (insieme a tanti altri giornali) perché il contributo pubblico si calcolava in base alle copie stampate e non a quelle vendute».
Delle due versioni, l’una! Un po’ di serietà.
come è ben specificato nell’articolo dove è anche spiegato l’inghippo, non c’è nessuna contraddizione: 30mila copie STAMPATE, vendute un sesto (meno di cinquemila = circa 4milia). Carina questa cosa adesso che uno non capisce quello che legge e poi dice “un po’ di serietà”. Serietà, eh?
E’ veramente chiaro, leggendo l’articolo, come oggi si riesca a far apparire gli sfruttati come sfruttatori. Il livore manifesto contro i comunisti, rei di contestare da cima a fondo questa società barbarica ne è il punto dirimente. La vicenda di Liberazione esprime un dramma di come una testata con voce fuori dal coro viva il contrasto con la società in cui opera. Monopolio pubblicitario, testate fantasma, quotidiani ridotti a veicoli di vendita di tutt’altro genere di cose, omaggiati (e accolti) ovunque in ambienti pubblici e privati (al contrario ad es. della stampa comunista), carta stampata che ha poco a che vedere con il vero giornalismo, eppure non conoscono la crisi dei giornali che esprimono idee, fanno inchieste, seguono temi di cui nessun altro parla. E allora si affonda il coltello nella piaga “spiegando” da una data visuale alcuni dati che visti in un’altra ottica danno un risultato ben diverso: i contributi, le copie vendute, il ruolo dell’editore, ecc… Mistificazione pura, chiara a chi compra il giornale dalla nascita, comprensibile, in quanto fastidiose sono le voci fuori dal coro del pensiero unico per chi di giornalismo ricorda vagamente il termine. Ultima chicca la carità valdese: si certo, anche i Valdesi non utilizzano soldi pubblici per il proprio sostentamento. E allora sono fastidiosi. Pensate se un domani decidessero di approfittarne anche loro, come fa la chiesa cattolica, si griderebbe allo scandalo, alla furberia, utilizzando gli stessi argomenti utilizzati per Liberazione. “Voi sfigati, dovete andare incontro al vostro destino e anche se la società che criticate è malata, siete voi che dovete soccombere, non il malato”. “Il malato va tenuto in vita perfino se non lo vuole”! Continua pure caro Truffandro a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’avversario e negare la trave nel proprio. Complimenti.
è chiaro che se il punto di vista di chi scrive è quello del dio mercato che tutto regola e tutto impone,benissimo,io però la penso diversamente,questo credo mi sarà permesso da un grande liberale come te o sergio rizzo,a proposito facile parlare di quei quattro sfigati dei comunisti e non dei tantissimi interessi di conf. e company,a già ma quello è il suo editore.l’editore di liberazione è invece rif comunista,che ha difficolta enormi economicamente e che non mette in cassa integrazione per delocalizzare all’estero come fanno gli editori del corsera, am perchè ci sono circoli o sezioni di partito,che vivono con l’ auto finanziamento dei militanti e che alcune volte come è capitato a noi fanno assemblee al buio perchè non hanno i soldi per pagare le bollette,ma si a noi che ce ne fotte noi siamo quelli che il mercato a decidere noi siamo quelli che, no berlusconi no ,ma repubblica e pochi altri che si accaparrano tutta la pubblicità si quelli si,vabbè d’altronde quelli è giusto che vivano sono perfettamente in linea col pensiero unico dominante invece chi non la pensa come il resto del mondo quello si può morire,ma poi in fondo chi se ne fotte di sto pluralismo,no dell inforamzione ma intellettuale,noi abbiamo monti che vigila sulle nostre anime pronto a salvarci e a “liberallizarci “dal male