Così le aziende fanno firmare le dimissioni in bianco ai lavoratori
20/01/2012 - Una delle pratiche più odiose dell’imprenditoria italiana Un’inchiesta di Repubblica oggi ci racconta una delle pratiche più odiose del magico mondo dell’imprenditoria italiana: la pratica barbara e incivile di far firmare ai neoassunti una lettera di dimissioni per potersi così
Una delle pratiche più odiose dell’imprenditoria italiana
Un’inchiesta di Repubblica oggi ci racconta una delle pratiche più odiose del magico mondo dell’imprenditoria italiana: la pratica barbara e incivile di far firmare ai neoassunti una lettera di dimissioni per potersi così sbarazzare del lavoratore in caso di necessità. L’articolo di Maria Novella De Luca:
Ricorda Fabrizio B., meccanico specializzato di 34 anni, oggi a contratto in una grande acciaieria umbra: «Con un´unica penna ho firmato la mia assunzione e le mie dimissioni, la speranza e la condanna, sapevo che era un ricatto, sapevo che era illegale, ma avevo due figlie piccole, un mutuo, e il bisogno, disperato, di uno stipendio. Era il 2003: cinque anni dopo, quando mi sono opposto a turni di lavoro disumani, il mio principale dopo mesi di mobbing ha tirato fuori la lettera e ci ha messo la data. Sono stato cacciato, ma in realtà risultavo “dimesso”. E dunque senza possibilità di oppormi, di avere né disoccupazione né altro… Ho impiegato anni per riprendermi, il mio matrimonio è fallito, ho rischiato di perdere la casa. E oggi ancora ne porto i segni».
Un fenomeno che rappresenta, secondo i dati delle Acli, il 10% delle controversie di lavoro. E rimane nell’80% dei casi un reato impunito:
Ma che cosa è questa prassi illegale che coinvolge il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori maschi, la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche, e con una percentuale del 25%, al personale impiegatizio di piccole e medie aziende? Come si fa a ricattare così un lavoratore, ma soprattutto una lavoratrice (le donne spesso vengono “dimissionate” non appena tornano dalla maternità) con una distorsione delle regole tanto evidente che il ministro del Lavoro Fornero, su pressione di diversi gruppi di donne, ha annunciato a breve un provvedimento per rendere impossibili le dimissioni in bianco? La promessa e l´inganno «In pratica – spiega Pasquale De Dilectis, direttore provinciale del patronato Acli di Napoli – al momento dell´assunzione le aziende fanno firmare al lavoratore un foglio completamente in bianco, o magari una pagina già compilata ma senza una data, in cui il neo dipendente presenta le proprie dimissioni. Questa lettera viene custodita dal titolare che così può decidere, in ogni momento, di mandare via quell´operaio senza doverlo licenziare, e dunque mettendosi al riparo da cause e contenziosi…».
Perché è difficilissimo, una volta firmata una lettera autografa, dimostrare che si è stati costretti a quel gesto:
Si può essere “dimissionati” per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l´età, i rapporti con il sindacato. O semplicemente, anzi cinicamente, raccontano ancora alle Acli, «per lo scadere dei benefici della legge 407 del 1990, che permette ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato di non pagare per 3 anni i contributi al neo-dipendente che viene coperto direttamente dall´Inps». Passati quei mille giorni la lettera salta fuori e il lavoratore diventa carta straccia, avanti il prossimo per poter “rubare” i benefici di legge. Cacciate dopo la maternità Ottocentomila donne nate dopo il 1973 hanno raccontato all´Istat di essere state licenziate o costrette a dimettersi dopo la maternità. In quel momento strategico in cui, compiuto l´anno del bambino, le donne non sono più protette dalla legge 1204 del 30 dicembre 1971, sulla “Tutela delle lavoratrici madri”, e dunque le aziende sanno che sia le “dimissioni in bianco” sia i licenziamenti diventano meno attaccabili e sanzionabili.
E poi arriva un altro acconto:
«Se penso che in azienda l´abito da sposa me lo sono cucito e ricamato da sola, seta Mikado e fiori di madreperla, e poi la titolare lo ha messo in collezione, ancora mi viene da piangere». Sì, perché Adele Ferri, che oggi ha 30 anni, in quella piccola ditta di alta sartoria nota in tutta la Puglia, aveva cominciato a lavorare a 15 anni, «come succede da noi, a Barletta, mia nonna diceva che avevo le mani d´oro, mi hanno preso come lavorante, nemmeno il corso ho fatto tanto ero brava, ma un contratto vero, anche se a termine, me l´hanno fatto soltanto a 18 anni». Corre veloce Adele, sacrifica alla “ditta” amici, vacanze e domeniche, ma lo fa con passione, perché, racconta oggi nello studio del suo avvocato, «sapevo che mi stavo creando un futuro, un posto di lavoro, intorno a me c´erano soltanto tanti giovani disoccupati, mi sentivo quasi fortunata». Accade però che a 22 anni Adele si fidanza, e la titolare a sorpresa la convoca. «Mi disse che voleva farmi un regalo, ora che stavo per formarmi una famiglia, io che per lei, così ripeteva, ero come una figlia: un contratto a tempo indeterminato, ma che dovevo anche firmare una lettera in cui mi dimettevo, ma soltanto così, per sicurezza, l´avevano già fatto tutte le altre, e figuriamoci se si sarebbe mai privata di una come me. Accettai, delusa, ma ancora mi fidavo». A 23 anni Adele si sposa, a 25 resta incinta. «Ho lavorato fino all´ottavo mese, quasi non riuscivo più nemmeno a piegarmi per provare i vestiti alle clienti, ero già in maternità e ancora mi chiamavano». Nasce Alex, e Adele cambia. Prende l´aspettativa. Torna in ditta ma non ce la fa più. Chiede di non fare gli straordinari, esige che il contratto di lavoro venga rispettato, chiama il sindacato. «Era febbraio, erano i giorni di Carnevale, e la titolare tirò fuori quella lettera: da domani tu vai a casa, non ti riconosco più, non voglio guai qui… Nove anni sepolti in un attimo e oltretutto con la mia firma… Ho avuto la depressione, ma poi sono riuscita a risollevarmi e sto iniziando una causa, nell´attesa di aprire un atelier tutto mio».













Le dimissioni pre firmate chiamate dimissioni in bianco sono largamente usate da anni in varie ditte ma anche in..cooperative e società sportive è un obbligo firmarle e se non firmi non lavori.. e vi è anche la mezza dimissione ..in pratica su dei fogli ..diversi fogli.. di lavoro..contratti statuto etc. da “leggersi” velocemente davanti al datore di lavoro ..che ti porge la penna biro per firmare.. nel mezzo dei tanti fogli ci stanno pure le dimissioni senza data ..ma il datore di lavoro sa.. ma velocemente si deve firmare l’assunzione e “non leggere..”che dentro al contratto ci sono le nostre dimissioni già comunicate..
Morando
qua ragazzi avete parlato del “solito” operaio meridionale bistrattato, che sembra lavori al limite della legalità, ma accetta di firmare perché tutt’ intorno c’è disoccupazione o malaffare, “teng’ famijia”ec.. quasi uno stereotipo, se mi permettete (con tutto il rispetto per le persone che han vissuto queste spiacevoli esperienze). Dico questo, per portare la mia testimonianza di operaio (diplomato) in un’ azienda artigiana (10 dipendenti+5titolari, tutti cugini), dove secondo me han fatto una bastardata anche peggiore nel “civile e produttivo Nord-Est. In pratica io, finito la scuola, ho chiesto d’essere assunto in una falegnameria, vicino a casa mia, in cui avevo lavorato già 2 estati, senza pretese, senza guardare troppo avanti, aspettando d’essere chiamato per il Servizio Civile. Arriva Gennaio e mi comunicano che è decaduto l’obbligo di leva, per quelli del mio anno, quindi, io rimango nella falegnameria, diciamo così per comodità, per non dover spostarmi, imparare nuove cose..ec., anche per poca stima nelle mie reali possibilità, fatto sta, che pian piano, nonostante la costante fatica di sollevare portoni da 1 quintale e levigare a mano porte, finestre, senza troppe gratificazioni, rimango lì 3 anni. Arriviamo ai primi d’ Ottobre (cioé a 3 giorni dalla scadenza del contratto d’ apprendistato) e il capo mi chiama in ufficio, iniziando il discorso con vari elogi sul mio operato, chiaramente chiedendo ancora impegno, per arrivare al fatto che visto che altri 2 operai, tra l’ altro non qualificati, anche se lavoranti lì da più anni di me, avevano tradito le sue aspettative, dunque lui (ripetendo di non offendermi, che aveva piena fiducia in me) DOVENDO TUTELARSI, mi chiedeva di firmare una lettera di dimissioni, così, tanto perché son tempi duri, e se poi io mi comportavo come i suddetti?…io subito mi rifiutai, poi lui, sicuro di convincermi, mi ri-convoco i 2 giorni seguenti, tirando il ballo i costi, dicendo di leggermi un certo libro sull’economia che penalizza i piccolo imprenditori, e avanti con boiate simili, insomma, io stretto ad un angolo, ma sentendomi preso sonoramente per stupido, oltre che per altre parti delicate maschili, lasciai il foglio vuoto, con conseguente mio licenziamento immediato.
Dopo ho fatto vari corsi, cambiato vari lavori, e ora son di nuovo a casa, ma senza rimpianti per un’ infame che tentava di manipolarmi, dico questo perché conosco bene sto tizio, e forse mi son permesso di far quella scelta perché senza una famiglia da mantenere o bollette da pagare, però oggi posso guardarmi allo pecchio a testa alta e dire: state attenti, che se 1 solo di noi cede, loro hanno nuovi schiavi, ma se ognuno di noi rinuncia ai ricatti, saranno loro a dover cambiare !