Fiscal Compact, l’austerità con i buchi intorno
19/01/2012 - Il nuovo Patto Fiscale lascia sempre più perplessi sia la Germania che l’ha voluto che i Paesi europei che l’hanno subito La crisi dell’euro è sempre più grave. Dopo il declassamento del debito di molti paesi dell’eurozona, tra cui Francia,
Il nuovo Patto Fiscale lascia sempre più perplessi sia la Germania che l’ha voluto che i Paesi europei che l’hanno subito
La crisi dell’euro è sempre più grave. Dopo il declassamento del debito di molti paesi dell’eurozona, tra cui Francia, Italia e Spagna, così come del fondo Esfs, e il sempre più probabile default della Grecia, l’Unione Europea cerca una disperata via d’uscita dalla sua crisi più profonda. Il nuovo Trattato fiscale proposto dalla Germania dovrebbe essere uno dei pilastri sul quale ricostruire una ripresa dell’eurozona, ma ancora prima della sua approvazione non convince quasi più nessuno.
IL TRIONFO DELL’AUSTERITA’ – Lo scorso 8 e 9 dicembre l’Unione Europea ha svolto il suo semestrale incontro tra i leader dei Paesi Membri. All’interno del vertice di Bruxelles è stata approvata la bozza di intesa di un nuovo patto fiscale, il cosiddetto Fiscal Compact, che è stato de facto imposto dalla Germania di Angela Merkel. In una Europa rimodellata dall’acutizzarsi della crisi, senza socialisti o quasi al governo, e con la cacciata dei primi ministri più invisi al potere tedesco, l’ellenico Papandreou e Silvio Berlusconi, il Fiscal Compact ha suggellato la definitiva vittoria della linea rigorista di Angela Merkel. Niente eurobond, niente bazooka della Bce e meno che meno ridefinizione del suo ruolo come prestatore di ultima distanza. Solo introduzione di misure ancora più draconiane per ridurre i debiti pubblici, sempre più insostenibili a causa del continuo incremento dei tassi di interesse. Il Fiscal Compact fa parte di una serie di misure più ampie, il Six Pack, che hanno provocato però l’opposizione della Gran Bretagna di David Cameron, favorevole alla linea di austerità ma assolutamente indisponibile all’introduzione di una tassa sulle transazione finanziarie a livello europeo. Per questo motivo si è deciso di stipulare un accordo intergovernativo che superasse il veto britannico, così che il Fiscal Compact rimarrà al di fuori dell’acquis communautaire.
Il presidente del Consiglio european Herman Van Rompuy ha confermato che i 17 membri della zona euro e vari altri paesi dell’UE sono disposti a partecipare al nuovo patto di bilancio ad avviare un coordinamento significativamente più stretto delle politiche economiche. Scopo del patto, che costituisce una risposta all’attuale crisi, è il rafforzamento della disciplina di bilancio e l’introduzione di sanzioni più automatiche e una sorveglianza più stretta. Il carattere vincolante del patto di bilancio sarà sancito da un trattato intergovernativo. Il trattato sarà aperto a paesi che non fanno parte della zona euro. Tutti gli Stati membri, tranne uno, stanno prendendo in considerazione di parteciparvi. Conosceremo il numero preciso di paesi partecipanti dopo che saranno stati consultati i parlamenti nazionali. “Sono ottimista perché so che sarà molto vicino a 27″. Ha detto Van Rompuy “Di fatto 26 leader sono favorevoli a partecipare a questo impegno, riconoscendo che l’euro è un bene comune.” Tra i principali elementi del patto di bilancio figurano l’equilibrio o il surplus dei bilanci nazionali (il disavanzo strutturale non dovrebbe superare lo 0.5% of del PIL nominale) e l’obbligo di incorporare questa norma nei sistemi giuridici nazionali degli Stati membri (a livello costituzionale o equivalente). Gli Stati membri oggetto di una procedura di disavanzo eccessivo dovranno sottoporre alla Commissione e al Consiglio, per approvazione, le riforme strutturali che prevedono di adottare per adempiere l’obbligo di correggere i disavanzi eccessivi. Gli Stati membri dovranno anche riferire sui loro piani nazionali di assicurazione del debito. L’accordo internazionale potrà essere firmato a marzo o prima. Rimane l’obiettivo di integrare quanto prima queste disposizioni nei trattati dell’Unione.
PARTO TRAVAGLIATO – Il nuovo Patto Fiscale sarà ratificato dai Parlamenti nazionali entro la fine dell’inverno 2012, ed entrerà in vigore nella prossima estate, almeno secondo le rassicurazioni del presidente del Consiglio europeo Van Rompuy. La bozza di accordo, raggiunta a Bruxelles nel dicembre 2011, è già stata però più volte cambiata nella ripetute stesure di quello che sarà il testo finale. Particolarmente spinoso era il punto che prevedeva una riduzione del debito pari ad un ventesimo nel caso l’ammontare complessivo dell’indebitamento del Paese Membro superi il 60%. Un obbligo che per l’Italia significava manovre annuali nell’ordine di quaranta o cinquanta miliardi di euro, a prescindere dal ciclo economico. Su questo punto il nostro Paese si è nettamente opposto, ed alla fine il Trattato è stato cambiato, come ha registrato l’agenzia Reuters nei giorni scorsi.
L’Italia è riuscita a evitare un ulteriore irrigidimento delle regole sulla velocità di riduzione del debito pubblico, ottenendo che nella nuova bozza del testo del trattato intergovernativo queste norme vengano citate insieme a una serie di fattori attenuanti contenuti nella normativa preesistente (Six Pack). Il testo della bozza dell’accordo intergovernativo preparata dagli esperti di Bruxelles recepisce infatti le modifiche emerse dalla riunione tecnica di venerdì 6, confermando le anticipazioni pubblicate ieri da Reuters. In aggiunta, la nuova bozza visionata da Reuters include una clausola di eccezione che tiene conto dell’andamento del ciclo economico rispetto al vincolo del pareggio di bilancio ed elimina un riferimento a una maggiore integrazione del mercato unico tra i paesi che firmeranno questo accordo. Tornando al debito, il testo dell’accordo che sarà sul tavolo dei negoziatori nella riunione di domani indica al Titolo III, nell’articolo 4, un chiaro e completo riferimento ai regolamenti Ue che prevedono l’obbligo di riduzione rapida del debito/Pil, ma anche la considerazione di fattori attenuanti “Quando il quoziente del debito pubblico rispetto al Pil eccede il valore di riferimento del 60%, i contraenti sono chiamati a ridurlo a un tasso medio di un ventesimo ogni anno”, dice la bozza ottenuta da Reuters, ribadendo quanto già noto. La novità di questa bozza è nella parte seguente dell’articolo 4, che prosegue richiamando “l’articolo 2 del regolamento 1467/97 come emendato dal regolamento n 1177/2011″. La bozza precedente richiamava solamente “il comma 1a dell’articolo 2 del regolamento 1467/97″. Il dettaglio può sembrare di poco conto, ma andando a leggere l’articolo 2 del regolamento 1467/97 si comprendono le ragioni per cui l’Italia ha premuto per inserirlo in modo completo a fianco del vincolo sulla riduzione del debito. Questa norma, infatti, sancisce che, quando la Commissione si preparerà ad aprire una procedura contro un paese reo di ridurre il proprio debito più lentamente rispetto al vincolo di un ventesimo dovrà prendere in considerazione “tutti i fattori rilevanti”. Tra queste attenuanti che un paese potrà far valere ci sono ad esempio l’ammontare del risparmio privato e la solidità del proprio sistema pensionistico.
PATTO DI RIGORE– Il nuovo patto fiscale è un Trattato ispirato, come si diceva sopra, alla gestione della crisi dell’eurozona data dal governo di Angela Merkel. I punti principali del nuovo accordo, che dovrebbe portare ad una sorta di Unione Fiscale, si concentrano su misure sempre più stringenti per ridurre il debito pubblico.
• Ogni Stato è obbligato a non superare un deficit pari allo 0,5% del suo Pil nominale. Tali obblighi vanno inseriti all’interno della legislazione nazionale, e preferibilmente ancorati nella Costituzione, così da renderli ancora più stringenti. L’obbligo vale sia in caso di periodo economico positivo, che negativo.
• Dall’introduzione del Patto di Stabilità e Crescita valgono come criteri guida per gli Stati partecipanti all’Unione Monetaria ed Economica un deficit di bilancio massimo pari al 3%, così come un indebitamento complessivo non superiore al 60% del Pil. Fino ad ora la Commissione poteva iniziare una procedura di infrazione, come tra l’altro fece proprio contro Francia e Germania nel 2003, ma non aveva il potere di comminare sanzioni. Con il nuovo Fiscal Compact invece l’organismo di governo comunitario avrà questo potere.
• L’articolo 8 introduce un diritto di denuncia nei confronti di uno Stato che infrange il Fiscal Compact per gli altri Stati Ue, che potrà così essere portato a giudizio di fronte alla Corte di Giustizia Europea. E’ ancora da chiarire se questo potere sarà riservato anche alla Commissione.
DUBBI TEDESCHI – Il governo Merkel non gradisce l’evoluzione del dibattito, che sta indebolendo la natura rigorosa del Fiscal Compact. Come riportato da un articolo del più importante settimanale tedesco, Der Spiegel, sia il nuovo rappresentante della Germania nel board della Bce, Jörg Asmussen, sia il negoziatore del Parlamento europeo e deputato della Cdu/PPE Elmar Brok esprimono molti dubbi sull’annacquamento delle misure contenute originariamente nella prima versione del Fiscal Compact. I punti più critici per l’esecutivo Merkel sono la possibilità di superare la soglia di deficit consentita in circostanze eccezionali introdotta nella nuova versione. L’interpretazione rigorista vorrebbe che nonostante la contrazione delle entrate fiscali causata per esempio da una recessione i governi europei si dovrebbero impegnare in misure anti deficit pro cicliche, che come si è visto negli ultimi due anni tendono ad aggravare la situazione, piuttosto che risolverla. Secondo Der Spiegel soprattutto Asmussen teme un’interpretazione troppo estesa delle “circostanze eccezionali”, che svuoterebbero il senso dell’articolo del nuovo Trattato. Un’ulteriore critica della Germania riguarda la mancata attribuzione alla Commissione del potere di denunciare gli Stati che non rispettano le regole del Fiscal Compact di fronte alla magistratura europea. Questo punto è però ancora da chiarire dal punto di vista giurisprudenziale. Il nuovo patto fiscale sarà introdotto al di fuori del diritto europeo, e quindi la Commissione non avrebbe la legittimazione giuridica per far rispettare i suoi vincoli. Al di fuori del Fiscal Compact ci sono poi ulteriori annacquamenti del Six Pack che inquietano l’esecutivo liberalconservatore della Germania. Angela Merkel avrebbe voluto fissare il principio che i fondi dell’ESM possano essere erogati solo agli Stati che rispettano le regole del patto fiscale, ma anche su questo punto le mediazioni hanno spinto per un ammorbidimento dell’accordo sancito a dicembre.
E‘ già chiaro ora che il patto non sarà così duro come Angela Merkel avrebbe voluto. Se rimanesse anche il mancato potere della Commissione di denunciare davanti alla Corte di Giustizia Europea chi infrange le regole di bilancio, si tratterebbe di una significativa sconfitta. “Praticamente ci verrebbe tagliato via un dente”, spiega il negoziatore della Cdu Brok. In questo momento la Cancelliera sta pagando il fatto di aver sottolineato il significato del patto fiscale così tanto da aver risvegliato aspettative esagerate. Osservatori distaccati avevano indicato sin dall’inizio che gli Stati nazionali non si sarebbero fatti togliere il potere di indebitamento.
Dubbi rilanciati anche dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. Il capo della Buba ha ancora una volta rimarcato il valore assoluto dell’indipendenza della Bce, sottolineando come un intervento di QE (stampare moneta, più o meno) per ridurre l’impatto dell’eurocrisi sarebbe assolutamente sbagliato. In merito al Fiscal Compact, Weidmann, come Asmussen, ha espresso la sua forte preoccupazione per l’annacquamento delle misure di rigore fiscale introdotte dal nuovo patto fiscale siglato nel dicembre scorso.
Weidmann ha detto che le nuove regole negoziate nel summit del nove dicembre al fine di creare un patto fiscale possono essere un contributo utile al superamento della crisi. “ Gli accordi preliminari che sono trapelati non lasciano però motivo di essere ottimsiti: le tendenze all’annacquamento delle misure sono inequivocabili”. Weidmann ha inoltre rimarcato che il fiscal compact non giustifica un maggior intervento della Bce. La Banca Centrale ha un mandato molto chiaro, ovvero la garanzia della stabilità dei prezzi, e regole severe adottate per buoni motivi.
RIVOLTA DELL ‘EUROPARLAMENTO – Il Fiscal Compact è sempre più impopolare all’interno delle istituzioni europee. Nel Consiglio sempre più Stati Membri stanno combattendo per ammorbidire i suoi passaggi più duri, mentre solo la Spagna, finora, pare rispondere positivamente alle sollecitazioni ultrarigoriste della Germania. Nella giornata di oggi il governo conservatore di Rajoy ha annunciato sanzioni penali contro gli amministratori pubblici che sforano i vincoli di bilancio. Questo atteggiamento è però piuttosto isolato, visto che una posizione più condivisa a livello europeo appare quella espressa da Mario Monti nella sua recente intervista al Financial Times. Il Parlamento Europeo si è però spinto parecchio più in là rispetto a quanto ha affermato il presidente del consiglio italiano. Una maggioranza quasi unanime ha bocciato, tramite una risoluzione, la proposta del Fiscal Compact. Il risultato del voto della plenaria di Bruxelles è stato 521 sì alla risoluzione anti Patto Fiscale, 124 no e 50 astenuti. I quattro principali gruppi dell’Europarlamento, Popolari, Socialdemocratici, Liberali e Verdi hanno entrambi espresso forti critiche sia nel merito che nella forma dell’accordo. Particolarmente spinosa è per l’assise di Bruxelles l’accordo intergovernativo che esautora de facto le istituzioni comunitarie, mentre le forze progressiste hanno inoltre ribadito critiche molto forti sulla perseveranza dei governi europei sulla linea dell’austerità.
L’ULTIMA ILLUSIONE DI ANGELA? – Nel 2011 la Germania ha pagato la minore cifra in interessi della sua storia recente. Era dal 1993 che il governo federale non sborsava una quantità così limitata di denaro per finanziare il suo debito. Ieri come oggi, l’Europa viveva una fase di forte difficoltà. Il Sistema Monetario Europeo era andato in crisi, e i risparmiatori si erano rifugiati nei bond più sicuri del Vecchio Continente, le obbligazioni tedesche. L’euro però non pare avere la forza di sopravvivere a stress così forti, soprattutto per la pressione enorme alla quale sono sottoposte le istituzioni democratiche. La Grecia ha cambiato tre governi dall’inizio della crisi, e a breve ci saranno nuove elezioni, mentre si fa sempre più concreto lo spettro del default. Come ricorda l’autorevole blog Phastidio, secondo un’interpretazione letterale dell’articolo 3 del Fiscal Compact
Lo sforamento dello 0,5 per cento è da intendere non in senso strutturale ma proprio ciclico, cioè a prescindere dal fatto che si sia in espansione o recessione. Il limite dovrebbe essere derogabile solo in ipotesi di “catastrofi naturali e serie situazioni di emergenza”, fuori dal controllo dei governi. Che tradotto vuol dire che durante una recessione, quando cioè il rapporto deficit-Pil tende spontaneamente ad aumentare per i motivi sopra ricordati, i governi dovrebbero attuare una stretta fiscale ferocemente pro-ciclica. Si badi: qui non stiamo parlando di un rapporto deficit-Pil che cresce perché i governi attuano una deliberata politica di deficit spending, ma in conseguenza di una recessione. E’ utile ricordare questa non troppo sottile distinzione a tutti i somari fiscali che, nel bel mezzo di una recessione, ragliano al keynesismo. E’ del tutto evidente che, se dovesse passare questa richiesta “tedesca” della Bce, avremmo una soppressione degli stabilizzatori automatici( le misure di welfare come il sussidio di disoccupazione che scattano durante i periodi di crisi), che ci regalerebbe delle recessioni più protratte e profonde. E’ appena il caso di ricordare che l’Italia è un caso di scuola di soppressione degli stabilizzatori automatici, come dimostra il fatto che siamo riusciti a tenere un rapporto deficit-Pil piuttosto stabile anche quando il nostro Pil è sprofondato del 5 per cento, nel 2009. Quello che è successo dopo al nostro tasso di crescita dovreste ricordarlo, anche se siamo corresponsabili per non aver attuato riforme di struttura e liberalizzazioni che ci avrebbero consentito di rimbalzare di più al momento della ripresa. Ma il bias pro-ciclico di una simile misura del fiscal compact lascia basiti.
Angela Merkel e la Bundesbank dunque vorrebbero imporre norme draconiane che colpirebbero in modo sproporzionato i paesi più deboli dell’eurozona. Una simile direzione di marcia appare sicuramente tanto ambiziosa quanto pericolosa, visto che il consenso goduto dal governo tedesco all’interno delle istituzioni europee appare frutto delle circostanze – il dominio dei governi conservatori – che potrebbe rapidamente mutare. La Francia è stato finora il più prezioso alleato della Germania, ma il declassamento del debito, seguito alla crescita dei suoi tassi di interesse, ha evidenziato quante difficoltà dovrà affrontare Sarkozy per riconfermarsi all’Eliseo. Il Fiscal Compact potrebbe dunque rappresentare l’ultima illusione del rigore teutonico, visto i numerosi dubbi di natura giurisprudenziale, ed economica, che ispira. Una nuova realtà europea, magari con François Hollande nuovo presidente francese, un’ipotesi al momento pronosticata da tutti i sondaggi, potrebbe sotterrare un patto che piace ormai poco a chi l’ha proposto e non convince nessuno di quelli che l’hanno subito.












