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Le Iene e i pomodori cinesi, qualche imprecisione, qualche chiarimento

Un’inchiesta delle Iene sui pomodori coltivati in Cina e utilizzati dalle aziende agroalimentari italiane rende necessari alcuni chiarimenti in materia. Il servizio andato in onda nell’ultima puntata, realizzato dall’inviata Nadia Toffa, ha lanciato sospetti su un comportamento ingannevole da parte di aziende italiane produttrici di concentrato di pomodoro, colpevoli di acquistare grandi quantità di concentrato dal paese asiatico per poi rivenderlo in confenzioni che indicano la provenienza italiana del prodotto. Alla fine del video la giornalista ha poi invitato a firmare su change.org una petizione indirizzata al premier Matteo Renzi e a due ministri per ottenere un «vero made in Italy». «Chiediamo – si legge nella pagina web – che su tutti i prodotti alimentari inscatolati venga dichiarata la provenienza degli ingredienti, come si fa per l’olio extravergine di oliva e pochissimi altri alimenti inscatolati, per cui bisogna scrivere la provenienza: Italia, UE, extra UE. Poi sarà il consumatore a decidere».

 

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È inutile dire che la petizione è stata lanciata per una giusta causa. Ma sarebbe anche il caso di fare sulla vicenda più chiarezza di quanto non ne abbia fatta Toffa, come fa anche Bufale e dintorni. Il servizio delle Iene inizialmente (ed anche alla fine, al momento di lanciare la raccolta firme) fa riferimento alla produzione di pelati, ma in tutto il servizio (con interviste ad alcuni imprenditori cinesi che forniscono anche aziende italiane) vengono mostrate immagini e dati sulla produzione e la vendita di concentrato di pomodoro. Bisogna però stare bene attenti a no fare confusione tra i due tipi di prodotti. Le leggi italiane sull’etichettatura, che recepiscono anche direttive europee in materia, distinguono bene i casi di prodotto trasformato (come i concentrati diliuti, appunto) e non trasformato, e fanno anche distinzioni tra prodotti derivanti dalla diluizione di concentrato e la passata di pomodoro. Ma non solo. Va anche precisato che le norme sull’indicazione della provenienza del prodotto sono più difficilmente raggirabili di quanto il servizio delle Iene e la relativa petizione possano far pensare («Abbiamo scoperto che potremmo comprarci un sugo pronto fatto con il 100% di pomodoro cinese, ma con su scritto ‘Made in Italy’», si legge nella petizione).

Il rischio di frodi e raggiri, sia ben chiaro, esiste e non va sottovalutato. Anzi, va anche denunciato. Ma probabilmente non è tale da giustificare un eccessivo allarmismo. O meglio, l’eccessivo allarmismo non riguarda tutti i prodotti della lavorazione del pomodoro. La normativa comunitaria in vigore, il regolamento Ue 1169/2011, stabilisce che l’indicazione di origine dei prodotti alimentari (dalle carni bovine a uova e miele, da frutta e ortaggi al pesce fresco) dev’essere fornita ogni volta che la sua assenza può indurre in errore il consumatore circa l’origine del prodotto. Il legislatore italiano ha attribuito già da diversi anni grande rilievo al problema, visto che la produzione nazionale alimentare è considerata una delle eccellenze del paese. Nella passata legislatura, la Commissione Agricoltura della Camera in sede legislativa ha approvato all’unanimità una legge in materia di etichettatura, la n. 4 del 3 febbraio 2011, che considera la qualità dei prodotti frutto del legame con i territori di origine e disponde l’obbligo per i prodotti alimentari posti in commercio di riportare nell’etichetta anche l’indicazione del luogo di origine o di provenienza. Precisamente si stabilisce che per i prodotti alimentari non trasformati il luogo di origine o di provenienza è rappresentato dal paese di produzione dei prodotti, mentre per i prodotti trasformati la provenienza è da intendersi come il luogo in cui è avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale e il luogo di coltivazione e allevamento della materia prima agricola prevalente utilizzata nella preparazione o nella produzione.

Insomma, che la trasformazione del concentrato di pomodoro possa trarre in inganno i consumatori che intendono acquistare solo prodotti italiani, perché il concentrato importato dalla Cina e diluito in Italia può essere etichettato come prodotto italiano, è assolutamente vero (l’onorevole Nicodemo Oliverio ha presentato un’interrogazione in Commissione su questo punto). Ma è bene precisare anche che questo tipo di escamotage non può essere applicato per la passata di pomodoro (al netto delle truffe, ovviamente). Nel 2004 un decreto legge, il n. 157, demandò ad un decreto ministeriale la definizione delle modalità e dei requisiti perché nelle etichette possa comparire la indicazione del luogo di origine e di provenienza del prodotto «passata di pomodoro». Ebbene, la passata veniva definita in quel testo «prodotto ottenuto dalla spremitura diretta del pomodoro fresco» per evitare che con tale definizione venisse poi venduto un prodotto ottenuto per diluizione del concentrato di pomodoro. È stato poi il decreto ministeriale del 17 febbraio 2006 ad imporre l’indicazione in etichetta della zona di coltivazione del pomodoro fresco utilizzato per la produzione della passata.

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