Per i diritti umani la primavera ancora non è arrivata
12/01/2012 - Il rapporto di Amnesty International su Medioriente e Africa Settentrionale L’ultimo rapporto di Amnesty International su Medioriente e Africa Settentrionale rappresenta un buon riassunto della disastrosa situazione dei diritti umani nell’area, pur concentrandosi su alcuni paesi e ignorandone altri senza
Il rapporto di Amnesty International su Medioriente e Africa Settentrionale
L’ultimo rapporto di Amnesty International su Medioriente e Africa Settentrionale rappresenta un buon riassunto della disastrosa situazione dei diritti umani nell’area, pur concentrandosi su alcuni paesi e ignorandone altri senza un criterio apparente.
I DIRITTI UMANI – Sotto la lente d’ingrandimento sono i paesi nei quali sono saltate le dittature, dove la situazione dei diritti umani, pur con diverse sfumature, appare meno rosea. Il paese che preoccupa di meno è la Tunisia, dove emergono problemi per i diritti della donna e per ora si volatilizzano quelli sulla libertà d’espressione, che per un paese abituato a una censura ferrea è indubbiamente un progresso. In Tunisia come altrove, a minacciare la libertà delle donne è l’avanzare di formazioni variamente ispirate all’Islam e il panorama varia dalla scarsa rappresentanza nelle istituzioni femminili in Tunisia, a segnali più preoccupanti da Libia ed Egitto e al tradizionale peggio del peggio dell’Arabia Saudita, dove le donne devono avere il permesso scritto del maschio-guardiano per fare qualsiasi cosa. Particolare attenzione, e non poteva essere altrimenti, ai numeri sulle vittime della repressione, che per Amnesty nel 2011 sono riassumibili in:
- 300 morti e 700 feriti in Tunisia
- 200 in Yemen, senza contare le vittime degli scontri a fuoco tra diverse fazioni (n.d.r.) Nelle migliaia)
- 848 vittime ufficiali, più altro migliaio registrate da Amnesty in Egitto
- 48 in Bahrein
- Quasi 5.000 in Siria
-“Migliaia” in Libia
E GLI ALTRI? – Un elenco nel quale potrebbero e dovrebbero essere comprese le vittime in altri paesi dell’area, a cominciare dall’Iraq, che non sarà investito dalla “primavera araba”, ma che per vittime della violenza e plateali violazioni dei diritti umani dovrebbe trovarsi in testa a tutte le classifiche. Così come non dovrebbero mancare le vittime delle stesse violazioni da parte delle due autorità palestinesi e da parte del governo israeliano, che non viaggiano certo in direzione del progresso sociale. O ancora del sovrano giordano o di quello del Kuwait o ancora degli altri sovrani del Golfo, insensibili a qualunque istanza democratica e protesta. Spietati fin dal promuovere un regime di schiavitù istituzionalizzata per la massa della manodopera impegnata a mettere il proprio sudore nelle mostruose speculazioni immobiliari dei sovrani senza che nessuno dei democratici paesi-partner ci trovi da dire.
UN GAP CULTURALE – Se i rappresentanti di Amnesty si sono detti stupiti di aver incontrato riserve in Egitto e Tunisia quando nei colloqui con diverse formazioni politiche hanno incontrato resistenze sull’eguaglianza di genere, la non-discriminazione e la pena di morte. Temi sui quali si sconta sicuramente l’esistenza di un gap culturale che non può essere risolto con l’abbattimento di un tiranno, ma che se sottovalutati rischiano di proiettare i due paesi in direzione del modello Saudita invece che di uno a immagine di quello Occidentale. Amnesty ha provato anche a registrare anche il numero e l’identità si quanti siano stati accusati e processati per questi crimini e il quadro è abbastanza desolate. Il tunisino Ben Alì e famiglia sono in esilio dorato in Arabia Saudita, che fa orecchie da mercante alle richieste d’estradizione tunisine. Il presidente yemenita Saleh ha ottenuto l’immunità anche per i suoi familiari.
EGITTO - Il presidente Mubarak ed altri esponenti del vecchio regime sono sotto processo, ma il paese è ancora nelle mani dei militari, che con il rispetto dei diritti umani sono a disagio e che non intendono farsi processare o lasciare il potere e i privilegi che hanno guadagnato in decenni di regimi militari. Anche se la situazione dell’informazione migliora , gli altri indicatori non ispirano ottimismo. Arresti arbitrari, torture e uccisioni per strada sono all’ordine del giorno e l’abolizione dell’esame di verginità decretata da una corte egiziana, non priva certo gli sgherri del potere di strumenti d’intimidazione o umiliazione contro le donne, che in Egitto come altrove hanno pagato il deteriorarsi della sicurezza con un gran numero di stupri o umiliazioni a sfondo sessuale, che comunque non sono mancate nemmeno per gli uomini, Abu Ghraib non è stato un incidente e se quello è lo standard degli Stati Uniti, appare quasi inevitabile che succeda per mano delle milizie di un signorotto locale, di un apparato repressivo chi si sta giocando la sua stessa sopravvivenza o degli stessi Spartaco che spezzando catene decennali esercitano su loro carcerieri l’unica “giustizia” che quegli stessi gli hanno fatto conoscere.
TREND NEGATIVO – La situazione è talmente fosca che non si può sperare che in un miglioramento, anche se in realtà il 2011 s’inserisce in un trend negativo per i diritti umani, che dalla dissoluzione dell’impero sovietico non ha mai visto un Medioriente così in crisi e al contempo così effervescente. Sono momenti dei quali i paesi “esportatori di democrazia” dovrebbero e potrebbero offrirsi come tutori per la transizione a modelli democratici e inclusivi di autogoverno, se solo avessero la credibilità per farlo e se solo lo potessero fare senza entrare in conflitto con i modi più prosaici che impiegano per imporre i propri interessi a questi paesi, nei quali tutti gli autocrati godono della stima e del rispetto dei governi occidentali, nonostante siano eticamente sovrapponibili ai Saddam, Gheddafi, Assad, Ben Alì, Mubarak. Deposti a furor di popolo dopo averli curati e onorati per decenni. Questa è l’oggettiva difficoltà che si pone di fronte i movimenti rivoluzionari nell’area, perché predicare il rispetto dei diritti umani da Occidente, mentre se ne fanno stracci, non servirà a molto ed è chiaro che ogni istanza progressista si troverà ad affrontare un blocco clerical-militare attorno al quale di coaguleranno i reazionari e gli interessi costituiti, che finirà inevitabilmente per diventare l’interlocutore privilegiato dell’Occidente delle altre autocrazie alleate dell’area.













e mai arriverà, certe culture sono geneticamente avulse dalla democrazia e dai diritti umani, semplicemente non capiscono tali concetti