Il quale poi altrettanto significatamente aggiunge: “Il corretto corso d’azione sarebbe di risolvere il problema sottostante -spostare almeno parte della spesa per lo stimolo in capo all’Unione Europea o all’Eurozona e, idealmente, rimuovere anche quegli schemi tossici nazionali e adottare una strategia congiunta per il settore finanziario, almeno per le 45 banche europee transfrontaliere. Ma questo non accadrà. Non è accaduto in ottobre, e non accadrà ora“.

VALORI E DISVALORI - Come se non bastasse, osservano giustamente su Noise From Amerika che i valori di Borsa delle principali banche italiane risultano essere, analizzando i bilanci infrannuali al 30 settembre 2008, largamente inferiori rispetto ai valori dei patrimoni netti contabili. E il motivo non risiede soltanto nel fatto che il mercato è sotto shock e non si fida degli istituti di credito: c’è anche da parte degli operatori la genuina convinzione – maturata in base alle informazioni molto frammentarie date agli investitori – che la Borsa abbia correttamente svalutato Unicredit, il Monte dei Paschi di Siena, Banca Intesa, Ubi e Banco Popolare (per citare le cinque più grandi) in quanto non è convinta della qualità di tutto l’attivo. Ovvero, dei titoli in portafoglio (come sono valutati in quei bilanci? Fair Value? Costo d’acquisizione?); dei crediti verso i clienti (quanto è la percentuale dei
crediti in contenzioso e a quanto è previsto che salga per via della crisi?); e anche delle proprietà immobiliari che certamente non possono essere valutate come solo 1-2 anni fa (non solo dell’avviamento, come scrivono su NFA, che è più legato ai “marchi” e se contabilmente il principio IAS non fa una grinza è vero anche che alcuni marchi mantengono il loro appeal). Ad ammetterlo sono le banche stesse: nella nota integrativa del Gruppo Intesa, a commento del risultato al 30 settembre 2008 (che evidenzia un utile netto “ante impairment” di 3.778 milioni di euro), si legge questa nota: “Inoltre, il bilancio 2008 potrebbe essere anche influenzato dai tests di impairment su asset partecipativi e immateriali il cui esito dipenderà dall’andamento dei mercati finanziari e dall’evolversi dello scenario macroeconomico, ma anche dai piani d’impresa e dai budget delle entità interessate“.
NOTE DI DEMERITO – Ecco dov’è il problema, ed ecco perché è di così difficile soluzione: c’è già chi tra i banchieri ha deciso che ricorrerà ai bond del Tesoro per rafforzare il patrimonio. Giuseppe Mussari del Monte dei Paschi di Siena, ad esempio sembra averlo ormai accettato, e il motivo della debolezza del core tier 1 di Mps sembra risiedere nella mancata vendita di 125 sportelli in eccesso dopo l’acquisizione di Antonveneta, dice. Non una parola sul prezzo speso per acquistare dal BBVA l’intera banca: quello sì che sarà un numero interessante da mettere in bilancio, quando sarà il momento. E in condizioni simili ci sono tutte le altre, Unicredit in testa. Peccato che i banchieri italiani di tutto ciò non si stiano preoccupando più di tanto: meglio mettersi in fila nelle stanze del potere per ingraziarsi il governo (come ha fatto Corrado Passera), o litigare tra di loro per la presidenza degli istituti (come si è visto tra Cariverona e CariTorino). O comunque, pensare ad altro in attesa che qualcuno – il governo? – gli tolga le castagne dal fuoco. D’altronde, non c’è da stupirsi: anche mentre affondava il Titanic c’era qualcuno che stava lì a preoccuparsi del menù della cambusa.
(ha collaborato Alessandro Guerani)




E prima o poi il culo a terra arriva…
detta così, con un francesismo…
Bellissimo articolo. È normale che in economia e finanza vi trovi più chiari ed esaurienti del sole24ore?
è perché Dario Ferri è particolarmente bravo
Confermo: Darione è il numero uno.