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“Internet non è un diritto umano”

5 gennaio 2012

Vinton Cerf, informatico statunitense classe 1943, è considerato, insieme a Bob Kahn, uno dei padri di Internet. Chi, allora, conosce meglio la Rete e non soltanto nella sua componente tecnica?

Accade che da più parti sono giunte non poche istanze volte all’inserimento di Internet – o, più precisamente, l’accesso a Internet – tra i diritti umani. Specie dopo gli accadimenti convenzionalmente chiamati “Primavera Araba”, durante i quali soprattutto i social network sono stati i moderni tam-tam della rivolta.

Anche in Italia si sono mossi in molti in questa direzione. Addirittura Stefano Rodotà che, nel corso dell’Internet Governance Forum del novembre 2010, ha lanciato la proposta di inserire il diritto alla Rete nella Costituzione, col nuovo art. 21-bis, di fatto determinando la presentazione al Senato di un apposito disegno di legge.

E subito si sono formate le opposte fazioni con gli scettici immediatamente bollati come nemici di Internet, dunque della libertà. Interviene oggi Cerf, con le sue credenziali, scrivendo un editoriale sul New York Times dal titolo inequivoco: “Internet access is not a human right”. Credo che la verità stia nelle cose semplici e il pensiero di Cerf – che condivido pienamente – sta in una, appunto, semplice frase: “technology is an enabler of rights, not a right itself”.

Ci siamo trovati mille volte a difendere la Rete dai censori affermando che essa è soltanto un mezzo e che, pertanto, anche in caso di abusi da parte di qualcuno non può essere in alcun modo limitata. E occorre essere coerenti. Il diritto alla libera espressione del pensiero e all’accesso all’informazione sono già garantiti, universalmente e su quelli concentriamoci. Anche perché, come osserva Cerf, il diritto all’accesso ad Internet un domani sarà certametne travolto dall’evoluzione tecnologica, dimostrandosi, quanto meno, inutile, se non fuorviante.

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