Divorare i vivi per sfamare i morti

13/02/2009 - ACCORR’UOMO – In primo luogo, i politici sono dei pessimi selezionatori sia di aziende che di settori vincenti vincenti: abbiamo abbondanti esempi per cui basta consultare un libro di storia. Per ogni intervento di successo almeno nel breve termine, esistono

     
 

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ACCORR’UOMO – In primo luogo, i politici sono dei pessimi selezionatori sia di aziende che di settori vincenti vincenti: abbiamo abbondanti esempi per cui basta consultare un libro di storia. Per ogni intervento di successo almeno nel breve termine, esistono numerosi fallimenti colossali; l’intervento pubblico funziona nei settori dove esiste già un vantaggio competitivo, laddove di norma fallisce quando tale vantaggio non era presente. E’ quindi superflua nel migliore dei casi e dannosa negli altri. La scelta da parte di un decisore centrale si scontra inoltre con la ben nota incapacità dei sistemi centralizzati di prevedere le condizioni future: i politici ed i burocrati investono solitamente in settori che sono state storie di successo in altre nazioni oppure nel passato, mentre la storia industriale è piena di settori che hanno sperimentato grandi espansioni completamente impreviste. Un esempio tipico sono gli anni del boom economico in Italia, che i governi “sociali” hanno speso a sussidiare settori industriali pesanti o tradizionali che si sono rivelati giganteschi buchi neri, mentre il resto dell’economia sperimentava un boom economico trainato da settori quali gli elettrodomestici. Si potrebbe obbiettare che l’espansione economica sarebbe avvenuta comunque, anche in presenza di sussidi ad altri settori, ma tale approccio trascura il fatto che i sussidi hanno un costo e che tali costi vengono pagati dai cittadini, sottraendo così risorse per investimenti e consumi in settori che si stanno sviluppando autonomamente. Per chi desiderasse una disamina analitica, può consultare il recentissimo “La valutazione degli aiuti alle imprese” e godersi lo spettacolo.

MORTI VIVENTI – In secondo luogo, le aziende perdenti e sussidiate si trasformano in quello che gli anglosassoni chiamano aziende zombie, entità societarie in crisi ricorrente, ma che continuano ad esistere grazie alla mano pubblica. Il danno avviene attraverso una distorsione multipla dei meccanismi di mercato. Da un lato, le aziende sussidiate continuano a vendere e a mantenere quote di mercato, esercitando una concorrenza sleale nei confronti delle aziende sane, impedendo loro di acquisire quote di mercato, crescere ed assumere, producendo ricchezza per tutti; elimina inoltre ogni incentivo alle aziende malate di ristrutturarsi, anche in maniera dolorosa, attraverso una catartica amministrazione controllata. Dall’altro, le risorse che vengono profuse per salvare aziende in crisi vengono anche dalle tasse imposte alle aziende. Il governo non fornisce denaro a nessuno: si limita a prendere da Tizio per donare a Caio e quindi le aziende floride, prudenti ed in utile sussidiano di fatto quelle obsolete, inefficienti o spericolate nell’assunzione di eccessivi debiti. Infine, i sussidi e la protezione statale sono generalmente rivolte ad aziende tradizionali: proteggendole,si rende ancora più difficile alle aziende innovative di conquistare nuovi mercati, a causa dei sussidi e delle regolamentazioni difensive per le vecchie produzioni “tradizionali” e “tipiche“.

CONCLUDENDO – Sotto questa luce, due miliardi pacchetto di stimolo sono due miliardi di troppo, due miliardi dati da sprecare agli amici degli amici ed alla Trimurti sindacale; per una volta converrebbe ringraziare Tremonti per essere riuscit

o a mettere un freno allo “stimolo“, che stimola soprattutto il desiderio di visitare una toilette. Quello che sarebbe necessario è un aiuto agli individui, alle famiglie, alle aziende sane e competitive, in grado di generare profitti per gli azionisti e occupazione per tutti. Se proprio vogliamo aumentare il deficit di due miliardi, questo si può ottenere senza incentivare il socialismo e l’aumento dell’intermediazione politica delle risorse, attraverso una riduzione della tassazione: le aziende sane avrebbero più ossigeno per investire, innovare ed assumere, i cittadini avrebbero più risorse per sostenere il proprio tenore di vita e migliorare le proprie prospettive nella maniera che desiderano e non in quella che gli indica un qualsiasi burocrate.

John Christian Falkenberg è il tenutario del blog The Mote in Good’s Eye
     
 

6 Commenti

  1. gregorj scrive:

    “Però son forti questi qua: si riempiono la bocca di liberalismo e di concorrenza e poi, di notte, si dedicano alla necrofilia industriale. :-) ” (cit.)

  2. Falkenberg scrive:

    Quand’è l’ultima volta che se ne son riepiti la bocca?
    Diciamo ch ealmeno si cerca di predicar bene, anche se si razzola male: è un miglioramento rispetto a quando si compivnao atti necrofili e se ne faceva l’apologia

  3. Mthrandir scrive:

    Il responsabile della prima affermazione sono io. L’ultima volta è stata quando andavano in giro a chieder voti. Poi, gli va dato atto, messo in cascina quanto necessario alla bisogna, hanno ridotto la dose. Colpa della crisi, dicono. Ma se le rispsote alla crisi son quelle che scrivi tu, e lo sono, vuol solo dire che il DNA è quello. Poi possiamo tenerci la soddisfazione della buona predica :-)

  4. Tess scrive:

    Io sto aspettando solo che chiudano la Fiat di Pomigliano. Cinquemila persone più un pari indotto.
    Poi ci facciamo quattro risate

  5. Libertyfirst scrive:

    Tess: l’economista francese Bastiat nel XIX secolo diceva che tutti vedono “ciò che si vede” ma solo chi analizza seriamente i problemi vede “ciò che non si vede”.

    Quello che si vede è che se si ristruttura un’azienda ci sono dei costi materiali ed umani da pagare, magari parzialmente riducibil con gli ammortizzatori sociali, ma fondamentalmente inevitabili.

    Quello che non si vede è che se si evitano le ristrutturazioni e si finanziano aziende inefficienti con il solo scopo di difendere a tutti i costi lo status quo, si tolgono risorse alle imprese che hanno qualcosa da dire e qualcosa da fare, e si irrigidisce il tessuto sociale ed economico impedendo il progresso e l’evoluzione.

    Ragioniamo così: se tutti pensassero che per evitare i guasti sociali della ristrutturazione bisogna mantenere in piedi i carrozzoni, ancora oggi in Italia produrremmo archi, balestre, aratri da bue, abaci e probabilmente anche artigianato in pietra per far contenti i paleolitici.

    In pratica, l’iperconservatorismo e la patologica avversione al rischio che impedisce l’adeguamento della produzione alla realtà economica ha come risultato il mantenimento della povertà, lo spreco di risorse, il sottosviluppo e il declino.

    Bisogna scegliere: un piccolo costo oggi, o un enorme costo domani.

  6. Qui nessuno è amante del conservatorismo se ci trovassimo di fronte ad imprenditori e industriali che hanno una visione del progresso e dell’ evoluzione. Gli ammortizzatori sociali a carico della collettività non sono eterni. Poi i diecimila vanno per la strada. Una parte per sfamare le famiglie saranno assoldati dalla criminalità organizzata, una parte comincerà a bloccare strade, autostrade e ferrovie e a fare a botte con i pulotti ( come già sta avvenendo, non so se te ne sei accorto ). Mi vanno bene i piani industriali di riconversioni. Qui non c’è nessun piano industriale.
    Quello che ancora non si è capito, è che il lavoro lo devi dare. Non lo puoi togliere e pensare che l’ economia riparta.
    Cerchiamo di uscire ogni tanto dal centro studi e andiamo a vedere come funziona per strada. Così abbiamo il polso della situazione di merda in cui sta precipitando questo Paese

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