Economia

Divorare i vivi per sfamare i morti

13 febbraio 2009

Quella che in Italia passa per “politica industriale” ricorda un film di Romero: gli zombie divorano i vivi, distruggendo la civiltà. La differenza è che, nel mondo reale, i morti non devono andare a caccia delle proprie vittime, che vengono invece raccolte e mandate al macello da solerti funzionari governativi. Ovviamente, tutto questo viene fatto, ci vien detto, per il nostro bene.

La scorsa settimana ci ha portato due notizie concomitanti: da un lato, il governo ha annunciato una manovra di stimolo da due miliardi di euro, equamente ripartiti fra una serie di settori industriali politicamente sensibili, grazie al numero di occupati ed alla elevata influenza sindacale e confindustriale. Quasi contemporaneamente, Fiat ed Indesit hanno continuato a spostare produzione verso la Polonia, lasciando a casa od in cassa integrazione centinaia di lavoratori. Sporchi capitalisti, pronti ad abbandonare l’Italia anche dopo aver ricevuto una ricca messe di aiuti statali? Gentaglia cui imporre per legge di produrre in Italia ad ogni costo, sino a quando non saranno terminati i soldi degli aiuti?

PREMESSA – Tecnicamente parlando, le misure di stimolo dovrebbero essere continentali, coordinate e mirate ai consumi, non alla produzione: si cerca di coordinare i sussidi a livello europeo e lasciare produzione e vendite libere di spostarsi: il consumatore europeo, con il suo sussidio al consumo, può decidere se comprare italiano, polacco o francese, limitando in teoria le distorsioni al mercato unico. L’alternativa sarebbe molto, molto peggiore: si rischierebbe una corsa agli armamenti di tipo economico, dove ogni nazione tenta di fregare il vicino promettendo sussidi a chiunque mantenga od espanda la produzione nel proprio territorio. E’ accaduto negli anni ’20 e ’30 e non ci ha portato fortuna: il commercio internazionale è crollato del 90 percento, la recessione è divenuta la Grande Depressione e le dispute commerciali sono state risolte a colpi di bombardamenti a tappeto. Ne vediamo una piccola dimostrazione nella polemica attuale sui sussidi francesi al settore automobilistico, concessi in cambio della promessa di licenziare soltanto all’estero, colendo così duramente i nuovi membri dell’Est europeo e facendo pensare a qualcuno che, per Parigi, la UE sia una serie di colonie ch esistono per serivre l’Esagono. In tempi normali e fra governanti sani di mente, la competizione avviene tramite strumenti che tendono a portare vantaggi generali: offerta di infrastrutture efficienti, tassazione equa o semplice, manodopera a basso costo da impiegare in un lavoro produttivo. In presenza di una crisi come quella attuale, la Vecchia Europa socialista si trova in guai seri: sclerotica, incapace di riforme, senza neppure la possibilità di ricorrere alla droga inflazionistica. Se non fosse per la UE, i governi della vecchia Europa sarebbero già intervenuti come al solito, offrendo mazzette, pardon, aiuti per cassa agli amici e mettendo le guardie alle frontiere, trasformando ogni governo in un carceriere economico. In questo scenario, Fiat ed Indesit dovrebbero produrre in Italia, ma soltanto per il mercato italiano e non per gli altri mercati europei. una magra soddisfazione.

MERCATISTI, TZE’ – Questo, ovviamente, non è una scusante per certe solenni fregature, ma per favore non tiriamo in ballo il capitalismo selvaggio: per essere capitalisti bisogna avere capitali, idee e coraggio. Nel caso di molti “imprenditori” italiani, queste caratteristiche sono ormai drammaticamente assenti, sostituite dalla faccia tosta e dalle connessioni alla mangiatoia pubblica. Anche per chi si è dovuto “fare da sé“, è stato sin troppo facile trasformarsi in concessionari di monopoli graziosamente concessi dallo stato e protetti dalla legge in cambio di favori politici e protezioni ai favoriti del sindacato. Questo si chiama feudalesimo o mercantilismo, non capitalismo. In ogni caso, bontà vostra, lorsignori sono razionali, nello stesso modo in cui è pienamente razionale il gentiluomo che si porta via una pila di soldi lasciata appoggiata sul tavolino di un bar. Siamo noi, elettori e cittadini tartassati, a non esserlo, a credere alle favole, come quella nella quale la classe politica con la sua appendice sindacal-confindustriale sarebbero interessati al “bene comune” , o che esista una cosa chiamata “politica industriale” che possa pianificare la strada verso lo sviluppo, a patto che sia lastricata con l’oro del contribuente. Si tratta, purtroppo, di una tragedia annunciata. La cosiddetta “politica industriale” è di norma uno dei modi peggiori per spendere il denaro del contribuente, ma è anche uno dei più graditi dalla classe politica, perché aumenta le possibilità di aumento del proprio potere in quasi ogni direzione: giustifica un aumento del prelievo fiscale e della spesa, aumentando così la parte di PIL su cui politici e burocrati possono mettere becco e mani; nobilita la concessione di sussidi ai propri favoriti, mascherati da “campioni nazionali“; permette di soddisfare gli amici industriali, rende felici i sindacati con assunzioni e prebende; illude gli elettori che si possano creare dal nulla posti di lavoro. Il caso della grande industria italiana, mirabilmente illustrato da Pietro, è quasi un caso da manuale. Purtroppo, non soltanto è superflua , ma è dannosa e perniciosa alla prosperità economica e al progresso tecnologico nel lungo periodo.

6 commenti a Divorare i vivi per sfamare i morti

  1. gregorj

    “Però son forti questi qua: si riempiono la bocca di liberalismo e di concorrenza e poi, di notte, si dedicano alla necrofilia industriale. :-) ” (cit.)

  2. Quand’è l’ultima volta che se ne son riepiti la bocca?
    Diciamo ch ealmeno si cerca di predicar bene, anche se si razzola male: è un miglioramento rispetto a quando si compivnao atti necrofili e se ne faceva l’apologia

  3. Il responsabile della prima affermazione sono io. L’ultima volta è stata quando andavano in giro a chieder voti. Poi, gli va dato atto, messo in cascina quanto necessario alla bisogna, hanno ridotto la dose. Colpa della crisi, dicono. Ma se le rispsote alla crisi son quelle che scrivi tu, e lo sono, vuol solo dire che il DNA è quello. Poi possiamo tenerci la soddisfazione della buona predica :-)

  4. Io sto aspettando solo che chiudano la Fiat di Pomigliano. Cinquemila persone più un pari indotto.
    Poi ci facciamo quattro risate

  5. Tess: l’economista francese Bastiat nel XIX secolo diceva che tutti vedono “ciò che si vede” ma solo chi analizza seriamente i problemi vede “ciò che non si vede”.

    Quello che si vede è che se si ristruttura un’azienda ci sono dei costi materiali ed umani da pagare, magari parzialmente riducibil con gli ammortizzatori sociali, ma fondamentalmente inevitabili.

    Quello che non si vede è che se si evitano le ristrutturazioni e si finanziano aziende inefficienti con il solo scopo di difendere a tutti i costi lo status quo, si tolgono risorse alle imprese che hanno qualcosa da dire e qualcosa da fare, e si irrigidisce il tessuto sociale ed economico impedendo il progresso e l’evoluzione.

    Ragioniamo così: se tutti pensassero che per evitare i guasti sociali della ristrutturazione bisogna mantenere in piedi i carrozzoni, ancora oggi in Italia produrremmo archi, balestre, aratri da bue, abaci e probabilmente anche artigianato in pietra per far contenti i paleolitici.

    In pratica, l’iperconservatorismo e la patologica avversione al rischio che impedisce l’adeguamento della produzione alla realtà economica ha come risultato il mantenimento della povertà, lo spreco di risorse, il sottosviluppo e il declino.

    Bisogna scegliere: un piccolo costo oggi, o un enorme costo domani.

  6. Qui nessuno è amante del conservatorismo se ci trovassimo di fronte ad imprenditori e industriali che hanno una visione del progresso e dell’ evoluzione. Gli ammortizzatori sociali a carico della collettività non sono eterni. Poi i diecimila vanno per la strada. Una parte per sfamare le famiglie saranno assoldati dalla criminalità organizzata, una parte comincerà a bloccare strade, autostrade e ferrovie e a fare a botte con i pulotti ( come già sta avvenendo, non so se te ne sei accorto ). Mi vanno bene i piani industriali di riconversioni. Qui non c’è nessun piano industriale.
    Quello che ancora non si è capito, è che il lavoro lo devi dare. Non lo puoi togliere e pensare che l’ economia riparta.
    Cerchiamo di uscire ogni tanto dal centro studi e andiamo a vedere come funziona per strada. Così abbiamo il polso della situazione di merda in cui sta precipitando questo Paese

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