L’accanimento terapeutico sulla grande industria

11/02/2009 - Crisi o non crisi, il nostro paese propone instancabilmente le stesse ricette per salvare un sistema economico in stato vegetativo permanente. E, in attesa che al capezzale si presenti qualche medico coraggioso con un’idea in testa, si cambia la flebo

     
 

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Crisi o non crisi, il nostro paese propone instancabilmente le stesse ricette per salvare un sistema economico in stato vegetativo permanente. E, in attesa che al capezzale si presenti qualche medico coraggioso con un’idea in testa, si cambia la flebo nella speranza che la nottata passi un’altra volta.

In economia si produce per ottenere beni da vendere al pubblico e ottenere da questa attività un reddito. In sostanza: le risorse vanno dove i consumatori vogliono e innovazioni tecnologiche o cambiamenti nelle preferenze del pubblico possono ridurre o aumentare le dimensioni di un particolare settore economico. In politica no. In politica la produzione non serve ai consumatori: la produzione è una politica sociale, come il sussidio di disoccupazione o la pensione di reversibilità. Produrre cose utili è irrilevante: continuare a lavorare e percepire uno stipendio è il fine di tutto. Così non deve stupire che Alitalia venga tenuta in vita con la sua enorme dotazione di  privilegi a danno dei consumatori che pagano dazio doppio trovandosi sul gobbo, in veste di contribuenti, anche i suoi debiti, o che la grande industria cronicamente non competitiva si regga a malapena in piedi solo grazie a sovvenzioni e altri interventi “una tantum” (si fa per dire, ovviamente, perché la Fiat – tanto per fare un esempio – batte cassa ad ogni ciclo “sfavorevole” trovando ogni volta grande disponibilità ad allargare la borsa da parte dei governanti di turno).

PERCHE’? – La giustificazione è sempre la stessa: “se si riadatta la produzione, poi bisognerà spostare migliaia di lavoratori“. È vero, ed è per questo che in Italia bisognerebbe introdurre dei meccanismi di protezione sociale “dinamici che accompagnino i lavoratori dai settori in crisi verso quelli in espansione invece che mantenere in piedi costosissimi baracconi senza prospettive solo per conservare posti di lavoro. Gli ammortizzatori sociali servono solo ai lavoratori a tempo indeterminato delle grandi industrie, ma nessun sistema di ammortizzatori può funzionare se impedisce la mobilità e l’adattamento della produzione. Il problema di tutto ciò è che i risparmi sono non sono infiniti: se li si usano per salvare industrie decotte è inevitabile che si riduca la quantità di risorse impiegabili per espandere le industrie efficienti. In altri termini, la staticità strutturale indotta dalla fobia della mobilità economica distrugge la crescita economica e impedisce quindi la crescita dei salari. Tra i tanti motivi per cui in Italia crescita e redditi sono bassi c’è anche questo, probabilmente. Se tutti i soldi sprecati nell’aiutare industrie non competitive fossero stati investiti altrove, ora saremmo un paese più ricco e più capace di reggere la concorrenza internazionale. Naturalmente, si tratta di “trasfusioni“  precedute dalla dose equina di ipocrisia necessaria a tranquillizzare un elettorato che teme innovazione e riforme ancor di più di chi dovrebbe farle. Non a caso, tanta gattopardesca solerzia messa dalla classe dirigente per rilanciare la competitività dell’industria italiana non si era mai vista.  In realtà, politica e sindacati continuano a fare la gara per trasformare l’investimento in questo paese in un’attività da masochisti. Quante risorse sprecate in inutili procedure burocratiche? Quanto del costo del lavoro dipende da una tassazione sulle imprese a livelli enormi? Quanto della scarsa competitività del Meridione dipende da contratti nazionali del lavoro che sono adeguati per la grande industria del Nord-Ovest, ma non per il resto della penisola?

MA CHE CE FREGA… – A legislatori e sindacati, evidentemente, della competitività non frega nulla: quello che vogliono è intermediare soldi ed estrarre rendite a danno del resto del paese. La politica italiana è un’inesauribile fonte di nuovi problemi e di proposte di soluzione che peggiorano le cose. Non sia mai che un problema venga risolto o che la soluzione proposta funzioni. E, se ne facciano una ragione i rispettivi tifosi, la cosa è indipendente da chi sta al Governo. Infatti, ad una Destra che salva Alitalia, spende soldi in Grandi Opere inutili quando le infrastrutture locali sono fatiscenti e che ha a cuore gli interessi delle caste professionali più di quelli della generalità dei lavoratori, la Sinistra oppone  vere e proprie idiozie di politica economica ambientalista pensando di creare lavoro semplicemente spendendo soldi (tacendo il fatto che i soldi da qualche parte bisogna pur prenderli, per cui il “lavoro verde” si crea soltanto distruggendo lavoro altrove) e l’arrocco su un medievalismo sindacale che è uno dei più grandi problemi di concorrenzialità dell’Italia. E’ ovvio, quindi, che si cerchi disperatamente di aiutare – di nuovo – l’industria automobilistica e degli elettrodomestici senza curarsi troppo del fatto che mantenere l’Italia a livelli così bassi di competitività significa dover continuare a tassare contribuenti e consumatori per dare nuovo ossigeno ad un paziente che è morto da un pezzo. Con l’aggravante che i soldi rubati ai contribuenti italiani servono spesso a sviluppare industrie in paesi più competitivi del nostro. È pura follia: con una mano si rende l’economia non competitiva mentre con l’altra si finanzia chi non può competere per fare in modo che nessuno se ne accorga. Produrre beni in modo così ineffiiciente per poi costringere contribuenti e consumatori a pagarne le perdite accollando loro il costo fiscale degli aiuti – e/o proteggendo il complesso di privilegi monopolistici che alzano i prezzi di mercato – non è una ricetta per la sicurezza sociale: è una ricetta per il declino. I risultati si vedono. Recuperiamo un minimo di razionalità: aboliamo gli aiuti e aumentiamo la competitività. Coi soldi degli aiuti tagliamo le tasse sulle imprese, riduciamo la spesa pubblica e spostiamo risorse verso gli investimenti produttivi (magari sviluppando dei mercati finanziari di livello europeo e non africano), diminuiamo la burocrazia e aumentiamo la dinamicità della forza lavoro, anche riformando gli ammortizzatori. Può darsi che l’Italia ricominci a crescere, ma il problema è ci vorrebbe una classe dirigente che lo voglia e un elettorato disposto ad accettarlo. Obiettivamente, ci vorrebbe un miracolo.

     
 

28 Commenti

  1. Lavoratori e imprenditori sono dalla stessa parte, nel lungo periodo, mentre nel breve vi possono essere contrasti. GLi interesis dei sindacalisti, invece, sono differenti e potenzialmente legati a dinamiche di natura politica-

    Un sindacato che si ponga come agente dei lavoratori per contrattare una soluzione a tali contrasti è una benedizione per i lavoratori e per le aziende, che hanno una controparte affidabile scelta (idealmente a scrutinio segreto) fra i lavoratori, mentre un sindacato che voglia controllare i lavoratori a fini politici è una sciagura perché non ha interesse a risolvere i problemi in maniera mutualmente vantaggiosa.

  2. AG scrive:

    Ripeto voi liberali-liberisti confondete causa ed effetto.

    Il costo della vita inferiore nel meridione non è un fattore immutabile come l’acqua che scende invece di salire ma semplicemente perchè non c’è una domanda tale da giustificare prezzi più alti. E la domanda più bassa che al nord è semplicemente dovuta al fatto di una minore capacità di spesa delle famiglie. Ma comunque il costo della vita non è poi comprimibile in assoluto.

    Abbassiamo i salari, certo, così tutte le famiglie meridionali con un solo stipendio arrivano alla fame ma i negozianti saranno ben felici di regalargli le cibarie seguendo il vostro geniale ragionamento economico. Perchè al sud è l’occupazione femminile il vero dramma.

    Forse invece che far guadagnare meno i lavoratori non sarebbe il caso di fare guadagnar più le eziende o stimolarne delle nuove?

    Magari smettendo di dirottare ricchezza verso il nord come succede da 150 anni per poi distribuire in modo clientelare le briciole.

  3. libertyfirst scrive:

    AG: proponi una teoria alternativa alla microeconomia e poi ne riparliamo. :-)

    Se la produttività marginale è 100 e il salario è 101, si ha disoccupazione.

    In questo condizioni non vale neppure investire, e quindi non ci sarà mai alcuno sviluppo.

    Per quale motivo le economie dell’Est Europeo – idiozie finanziarie escluse – fanno della competivitià un cavallo di battaglia per la crescita economica, mentre il Sud sta fermo lì da decenni e regredisce?

    Probabilmente perché gli economisti in Europa Orientale pensano che la domanda non crei l’offerta, mentre in Italia sì.

    I risultati si vedono. :-D

    PS Se non fossi simpatico (e grosso) ti menerei. :-P

  4. AG scrive:

    Se liberalizzo il mercato del lavoro, tolgo ogni vincolo, alla fine il lavoro ovviamente si comporterà come ogni altro bene.

    Ma stante che abbiamo un surplus evidente di offerta sul mercato mondiale del lavoro, che è oramai globalizzato, ciò comporta un crollo dei prezzi. Diciamolo allora che vogliamo questo e rendiamo pubblico il risultato, un crollo del tenore di vita di ampie classi di popolazione occidentale, tenuto in piedi fino ad ora grazie a regolamentazioni statali, sindacali e contrattuali. Questo è molto più accentuato dove ci sono produzioni a scarso valore aggiunto come in Italia.

    Facciamo così? Benissimo. Poi mi spieghi a chi vendi la merda che produci. Ai marziani?

  5. giap scrive:

    capiamoci se un individuo spende quanto 1000 individui i 1000 individui sono destinati all\’estinzione xchè non percepiscono mai abbastanza
    la redistribuzione della ricchezza non è sbagliato quando questa ricchezza è sproporzionata rispetto al ruolo che si ha effettivamente.
    Il taglio delle spese deve avvenire dove la spesa è esuberante rispetto all\’effettivo ritorno.

  6. emme-a scrive:

    Esistono gli studi di settore per calcolare il reddito fiscale delle imprese artigiane, che sono giustamente diversi da città a città, perchè il fisco sà che chi fà l’elettrista civile a Enna guadagna molto di meno di chi fà impianti industriali a Milano.
    Tuttavia tutte le imprese sono tenute a corrispondere lo stesso stipendio ai loro dipendenti, e per l’elettricista di Enna questo si traduce nel fatto che o non assume nessuno, oppure, se propio non può fare a meno di un aiutante, lo paga poco e in nero.
    Una legge prima di essere equa deve essere applicabile, altrimenti è solo retorica.

  7. Net Flier scrive:

    senza polemica, ma hai mai fatto uno studio di settore? compilalo SERIAMENTE e poi scrivimi se è vero che riesci, non dico a riempire, ma a capirne tutti i campi..escludendo poi che sono calcoli fatti in base a tutto quanto è “governativo”: istat, deficit, pil, inflazione calcolata dal governo magna-magna, non nella vita reale dove le nazionali senza filtro non vengono più vendute sfuse..

  8. emme-a scrive:

    Non so cosa intendi per seriamente.
    io non sono un esperto, mi sono fatto aiutare dal mio commercialista: lui aveva un programma ad uso dei commercialisti che consentiva, provando a variare i dati inseriti, di capire che cifra minima serviva per risultare “congrui”.
    Mi è sembrato che il programma lavorasse su algoritmi molto sofisiticati, altro che pacchetto di nazionali; addirittura mi cambiava la cifra stimata in funzione degli attrezzi dichiarati: mettendo una saldatrice al posto di uno strumento di misurazione già mi cambiava il risultato.
    Considerando la mia eperienza e per quanto riguarda il mio settore, mi è sembrato abbastanza attendibile.

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