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Articolo 18, la battaglia (persa) di Berlusconi

Quando il Cavaliere e la Lega volevano modificarlo. E finì male

L’elettore medio, ma molto medio, si sa, ha la memoria corta. Così come è corta la memoria del lettore medio dei quotidiani. E del cittadino medio che discute delle proposte che i politici ci sbandierano e Porta a Porta e Ballarò. Occorre ricordarlo oggi. Perché l’indignazione per il semplice annuncio della possibilità di discutere di un fantomatico stralcio dell’articolo 18 dei lavoratori da parte del governo Monti, in queste settimane ha pervaso indistintamente tutti i partiti. Anche quelli che, quando erano al governo, l’abolizione della norma che apre alla libertà di licenziamento per le aziende oltre i 15 dipendenti, l’hanno proposta per davvero. Senza anzitempo vagliare le reazioni delle parti sociali e dei diretti interessati: i lavoratori.

BERLUSCONI E L’ARTICOLO 18 – Il governo Berlusconi salito a Palazzo Chigi nel 2001 ne aveva fatto una questione di principio. “Tuteliamo i lavoratori indifesi”, ripeteva il Cavaliere ai tempi dell’approvazione della delega sull’articolo 18 che rivedeva la norma rendendola inapplicabile ai nuovi lavoratori e lasciandola inalterata per i vecchi assunti. Una strategia che mirava a non intaccare la pace sociale. E a tendere timidamente la mano ai sindacati. Il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio apprezzava: “Si stanno facendo passi nella giusta direzione”, sentenziava.

CASA DELLE LIBERTA’ QUASI COMPATTA – Erano in tanti a storcere in naso soprattutto tra gli uomini di An. Francesco Storace e Maurizio Gasaprri, ad esempio, chiedevano al governo di andarci sui piedi di piombo. Ma Adolfo Urso, allora viceministro, ed oggi portavoce del partito finiano Futuro e Libertà, faceva sapere: “An non farà problemi”. Anche il ministro del Welfare Roberto Maroni, che in un primo momento si era mostrato cauto sulla questione articolo 18 sottolineando la necessità di “riscrivere la delega” depose le armi contro gli amici del governo e accettò che dal testo del governo non venissero stralciate le contestate norme sull’articolo 18. A palazzo Chigi optarono per un ritocco. Con settori della maggioranza (pate di An e centristi) ammutoliti. E sindacati pronti alla guerra.

SINDACATI SUL PIEDE DI GUERRA – Era il marzo 2002. La piazza si preparava agli scioperi generali. Il leader della Uil Angeletti annunciava un “conflitto prolungato”. Savino Pezzotta faceva sapere che la Cisl non si sarebbe lasciata “intimidire”. Sergio Cofferati gridava contro un governo “alla ricerca dello scontro sociale”. Quando il disegno di legge delega sul lavoro arrivò in Parlamento tra le fila della Casa delle Libertà berlusconiana furono solo il ministro delle Politiche comunitarie Rocco Buttiglione e la destra sociale del partito di Fini a manifestare malcontento. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori stabiliva, e stabilisce, che per le aziende con più di 15 dipendenti il lavoratore senza giusta causa sia reintegrato con sentenza del giudice o risarcito in denaro. Il governo proponeva la sospensione per quattro anni dell’articolo 18 in tre casi: contratti a tempo determinato trasformati in tempo indeterminato, lavoratori emersi dal sommerso e imprese che vogliono superare la soglia dei 15 dipendenti. Buttiglione invitava a guardare al modello tedesco facendo suo un suggerimento di Pietro Ichino, oggi senatore Pd. La Destra sociale di Alemanno faceva sapere di essere intenzionata a formulare delle “proposte per sbolccare il confronto sull’articolo 18” da presentare poi al partito.

LA RESA – Tanta fu la tensione sociale innescata dalla proposta del governo che Cavaliere e soci decisero di accantonarla. Salvo poi rispolverarla a fine legislatura. Quando Maroni, che oggi convintamente all’opposizione del governo dei Professori che ricomincia timidamente a parlare di modifiche allo Statuto, affermò: “Non si può approvare il provvedimento sugli ammortizzatori sociali senza la modifica dell’articolo 18, il governo non è disposto a fare stralci, o le cose vanno insieme o si ferma tutti”. Fu una bomba ad orologeria che scoppiò alla vigilia dell’approvazione della Finanziaria di fine 2004. Maroni metteva sul piatto le risorse destinate per il 2005 agli ammortizzatori sociali: “I soldi ci sono, si tratta di 750 milioni di euro a cui sono stati tolti 160 milioni per i forestali”, ripeteva il ministro, che voleva rispondere alle ‘esigenze della competitività’ care alla Confindustria di Antonio D’Amato e rispettare il Patto per l’Italia firmato con sindacati (tranne la Cgil) e gli industriali che avrebbe dovuto dare il via libera alla riforma del mercato del lavoro. Lui, la camicia verde, tornava alla carica proprio mentre Berlusconi faceva ancora sapere di aver archiviato la faccenda per evitare di “alimentare un rischioso conflitto sociale”.

LA DOPPIA MORALE DI MARONI – Confrontare quelle dichiarazioni con le frasi odierne dev’essere difficile per Maroni. L’ex ministro, oggi rinchiuso con i compagni di partito nello stretto recinto della lotta per la secessione e della guerra alle ingiustizie di Roma Ladrona, glissa il paragone e sull’articolo 18 dice: “Nel 2000, 2001 e 2002 aveva un senso oggi è una discussione senza significato e fuori contesto”. E spiega: “Le condizioni rispetto ad allora sono diverse e, oggi, in un periodo di crisi, la questione articolo 18 riguarda una parte minima dei lavoratori, forse l’1%. Oggi il grosso del problema ‘perdita del lavoro’ passa per i licenziamenti collettivi, le ristrutturazioni aziendali, la messa in mobilità e la cassa integrazione: L’articolo 18 è un ballon d’essay”. Sette anni fa premeva affinché alle modifiche allo Statuto (in realtà legge 300 del 1970) venisse posta la fiducia.

IL PROBLEMA ODIERNO – E’ la doppia morale di chi barcolla tra la necessità di tutelare gli interessi di alcune preziose lobby e di non scontentare la base elettorale di riferimento. Di una linea politica che si piega all’interesse elettoralistico. E il ministro Elsa Fornero, che si trova a dover decidere sui temi caldi toccati da Maroni e si lamenta delle forzate interpretazioni della stampa sulla sua intenzione di ritoccare lo Statuto e l’articolo 18, avrebbe insomma ben altro di cui lametarsi: l’assenza in alcune forze parlamentari con le quali si deve confrontare della credibilità necessaria per discutere delle questioni importanti che interessano il Paese. Della riforma del lavoro, ma non solo.