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Don Ciotti, il demagogo

Le fortune dell’antifascismo di professione si sono basate su un trucco da quattro soldi: sottrarre il fascismo alla storia e quindi spogliarlo delle sue peculiarità per elevarlo a qualcosa di simile ad una categoria dello spirito, ad una delle patologie fondamentali della natura umana. E’ così che il fascismo è potuto entrare trionfante nella metafisica del male, e trasformarsi in un concetto nebuloso quanto maneggevole, almeno quel tanto che bastava per poterlo poi usare come clava retorica sulla testa dei tiepidi verso il verbo resistenziale e i suoi cascami ideologici o su quella degli avversari politici. Tanto più il “fascismo eterno” si dimostrava capace di penetrare, a detta della propaganda antifascista, che poi era semplicemente marxista, il tessuto della nazione, tanto più i profili dei sacerdoti dell’antifascismo acquistavano in grandezza e prestigio. E potere, naturalmente.
Le fortune dell’antimafia di professione si stanno oggi progressivamente sostituendo a quelle dell’antifascismo di professione, grazie anche al fatto che col crollo del comunismo sovietico in Italia la “questione morale” ha sostituito la “lotta di classe” quale campo di battaglia tra i sostenitori del bene e del male. Oggi il male non è più rappresentato dai “fascisti”, ma dai “corrotti”, contro i quali si muove il partito della legalità incarnato dal “popolo degli onesti”. S’intende che la lotta per la rappresentanza di questo fariseismo di massa ha acceso rivalità sotterranee ma feroci. Alla bisogna, gli antimafiosi di professione si stanno servendo dello stesso trucco degli antifascisti di professione: sottrarre la mafia alla storia ed elevare la mafiosità a categoria dello spirito. In quanto tale il concetto di mafiosità, con grande sprezzo del ridicolo, si può perciò applicare a qualsiasi genere di malaffare. Più l’ombra delle “mafie” (al plurale) si allunga sul corpo della nazione, più giganteggia l’immagine dei sacerdoti dell’antimafia.

Ed è stato proprio un sacerdote come Don Ciotti, a trasformare in un dogma, finalmente, questo miserabile teorema da pataccari fin qui solo adombrato attraverso suggestive allusioni. Alla Giornata contro le mafie svoltasi a Bologna questo demagogo grossolano ha detto infatti a chiare lettere che «corruzione e mafia sono due facce della stessa medaglia, lo dicono qui migliaia di giovani. Siamo qui non per commemorare ma per graffiare dentro le coscienze di tutti». Gli ha fatto eco un codazzo di politici di livello locale e nazionale che ha ritenuto suo dovere ripetere le solite frasi fatte in uso nel circo legalitario, e ostentare nel contempo l’osceno compiacimento moralistico di cui s’inebria quotidianamente l’Italia Migliore. Il corteo di questo “popolo degli onesti” era aperto da uno striscione con la scritta “La verità illumina la giustizia”: stravagante slogan per un calderone populistico nel quale sono state ficcate a forza persino le vittime delle “stragi dei terrorismi”.
Le cronache parlano di 150.000 o addirittura 200.000 persone partecipanti alla manifestazione. Voglio credere che gran parte di questa gente sia in un buona fede. Ma la verità è che essa, se ne renda conto o no, rappresenta la cara vecchia plebe di tutti i tempi, un “partito dell’odio” giacobino manovrato dai demagoghi di turno per intimorire e condizionare il potere politico e l’opinione pubblica; e naturalmente anche i vertici della Chiesa Cattolica: riuscendovi pure, a quanto si può constatare, visto che l’altro giorno persino il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, si è appellato a questo “popolo degli onesti” cui l’umiltà cristiana risulta perfettamente estranea. Cose turche.