Era il re di New York, l’uomo che sovrastava la skyline, che la domava innalzandola sempre di più. Era il re di New York, l’uomo che salutava gli aerei con la mano, che vedeva le mani che gli rispondevano, non formichina che si agitava senza senso, ma uomo, tanto in alto da essere uomo. Era il re di New York, che si faceva largo tra tutti e, con la bandiera avvolta in una mano raggiungeva, libero, il punto più alto, srotolava lento le sue strisce e mostrava le stelle al cielo, alla folla acclamante, alle telecamere che
volteggiavano sui rumorosi elicotteri per immortalare le braccia alzate. Il re, abituato a respirare aria pura senza smog, sentire nei capelli l’umidità pesante delle nuvole basse, gustare il sole caldo al di sopra della nebbia della città.
Il re, era il re una volta, ma ormai nessuno costruiva grattacieli, la caduta delle torri li aveva rintanati come topi, a sperperare i loro sporchi soldi per ristrutturare, a cambiare il costruito bello in mollezza trendy, bassezze con bassezze più basse.
Era stanco il re di quei lavoretti da nulla, di quel tirare avanti per campare, del racimolare soldi senza emozioni.
E la stanchezza lo tirava sempre più giù, alle vetrine dei megastore, al bancone di un bar puzzolente, ai bordi di un marciapiede da sbornia, nel letto di un sonno senza gloria.
Un giorno un telefono squillò due volte, dieci volte, cento volte nella sua testa sbandata finchè si mosse il braccio tremolante, la bocca impastata, il timpano sordo ad accogliere l’offerta di un amico, un amico ignaro che il re aveva abdicato per il vuoto. L’invito a terminare un nuovo grattacielo, a risalire ancora su, nel regno degli dei, lontano dagli uomini formica, dalle scatolette moventi, dalle ombre degli edifici più alti. Lontano dal proprio precipizio, dall’abisso del piano terra. Il re si rialzò, ritornò ai suoi indumenti da parata, alle scarpe antiscivolo, al giubbotto arancione con le bande fosforescenti, al caschetto giallo, alla ricetrasmittente in cui parlare vicinissimo, baciandola quasi, per ripararla dal vento eterno del centesimo piano.
Ma una nuova sensazione lo avvolse, un dolore forte nelle ginocchia, nelle gambe, nello stomaco, via via che gli ascensori chiusi si aprivano, le mura diventavano scheletri, i pavimenti reticoli insicuri.
Non riusciva a guardare giù, non riusciva a camminare, restava ad osservare le carte lucide dei progetti, senza poter far nulla per fermare il sudore, la sensazione che l’aria gli mancasse, che la terra gli venisse meno appena l’avesse cercata con lo sguardo. Non ce la faceva più, non era rimasto niente di quel re che aveva distrutto nei seminterrati afosi, nel mondo degli uomini formica. Non ce la faceva più a risollevare lo sguardo marchiato dall’infame assalto delle vertigini. D’un tratto capì che la sua vita non poteva essere più quella di prima, che non poteva restare schiavo per sempre della paura di cadere, che così non poteva tornare a volare.
Aspettò di essere solo, aspettò che la sua paura fosse sopraffatta dalla rabbia, dalla frustrazione di un re caduto.
Scelse una trave che si proiettava verso il vuoto, la passerella verso un soffio di vento vitale.
Tutto girava intorno a lui ma i suoi passi seguivano sicuri il
sottile palcoscenico della sua recita.
“Non ancora, non ancora, sulla punta più lontana, nel vuoto più vuoto”
I suoi piedi si arpionarono istintivamente all’ultima estremità, il suo corpo non voleva lasciarla ma le braccia si alzarono verso l’alto per abbracciare il vuoto prima del grande salto.
Un ultimo respiro e via, si slanciò nel vuoto.
Via le vertigini, via i pensieri, via le paure, solo pura ed invincibile gravità.
Fino a che…
Fino a che lo strappo dell’imbracatura lo accolse in un’enorme altalena sul vuoto, nel trapezio dell’ultimo numero dell’acrobata, attaccato all’asta di un deltaplano che gli insegnò a volare.
Si abbandonò ridendo forte, agitando piedi, mani, la testa impazzita di un re ritrovato. Aveva vinto la paura correndole incontro, aveva sconfitto le sue bassezze con il coraggio, con l’aiuto di una sottile ma resistente corda.
Di basso, di lontano, pochi e radi passanti che guardarono verso l’alto videro un uomo felice cullato nel vuoto.
Videro il festoso ritorno di un re.




Perfect!…
just perfect!
:*
Ach, mein Gott! :O
New York è stravagante di giorno e ti regala una magia di colori di notte! sono molto legata alla sua modernità e vivacità.