Economia

In difesa del capitalismo

30 luglio 2008

Un sistema con le sue storture, ma che ha avuto più successo di qualsiasi altro nella storia. E che, malgrado in molti lo annuncino trionfanti, non è affatto morto

Il capitalismo e’ quindi, per la sua propria natura, una forma o un sistema di cambiamento dell’economia e non solo non è mai statico, ma nemmeno puo’ esserlo. […] Un processo di mutazione dell’industria – se posso mutuare un termine dalla biologia – che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo incessantemente il vecchio, creando incessantemente il nuovo. Questo processo di Distruzione Creatrice e’ il fondamento essenziale del capitalismo. E’ in questo che consiste il capitalismo…

Questo arcinoto passaggio del 1975 di Joseph Schumpeter dovrebbe essere fatto leggere a tutti quelli che dall’inizio dell’ultima crisi si stanno dedicando a celebrare il funerale del sistema economico piu’ di successo della storia dell’umanita’. I colpevoli, cosi’ affermano i becchini, sono gli eccessi del capitalismo, della strutturale inefficienza del mercato, delle storture neoliberiste: se Vincent de Gournay o Adam Smith fossero vivi, insomma, vedrebbero nel mondo di oggi la perfetta realizzazione delle loro idee. Sarà. Se potessimo tornare indietro nel tempo di un secolo, all’apice del capitalismo industriale, noteremmo immediatamente quanto e’ instabile il sistemaeconomia. Un’occhiata veloce al sito del NBER mostra come – tra il 1854 ed il 1919 – si contino 16 cicli economici (uno ogni 4 anni) mentre tra il 1945 ed il 2001 se ne siano susseguiti solo 10 (uno ogni 5.5 anni), con addirittura gli ultimi due che sono durati rispettivamente 8 anni scarsi (1982-1990) e 10 anni tondi (1991-2001)!

IL SISTEMA NELLA STORIA - Le cosiddette “storture” del capitalismo sembrerebbero quindi diminuite; magari con l’eta’ il capitalismo e’ diventato piu’ maturo, piu’ riflessivo. O magari quello che abbiamo visto negli ultimi decenni e’ qualcosa di profondamente diverso dal capitalismo industriale di fine ‘800. Fino agli anni ‘30, infatti, i pro del sistema avevano reso del tutto accettabili i contro; la crescita in media era elevata, al punto che lo stesso Buffet ha definito il XIX secolo “un secolo meraviglioso” per un investitore. Non erano comunque mancate le crisi: la Lunga Depressione arresto’ la crescita mondiale tra il 1870 e il 1890; il panico del 1907 vide un crollo del 50% del mercato azionario e il fallimento di numerose banche; nei primi anni ’20 ci fu una forte crisi del settore agricolo. Cio’ che rende queste crisi meno famose, e’ che non furono in grado di cambiare l’attitudine della societa’ nei confronti del mercato: potevano dare luogo a modifiche regolamentari che permettessero ai mercati di funzionare meglio (come le leggi antitrust approvate negli USA nel primo decennio del ‘900), ma il principio fondamentale per cui in un sistema capitalistico il mercato si organizzava bene da solo non venne meno. Nel 1929, tuttavia, una delle peggiori recessioni della storia sconvolse il mondo intero, e anche il modo di guardare al mercato cambio’. In fondo, vicino agli Urali, un paese con un’organizzazione che era l’esatto contrario del mercato autonomo e decentralizzato prosperava nonostante la crisi globale, quindi valeva la pena quanto meno ibridare il modello.

10 commenti a In difesa del capitalismo

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  2. Lorenzo

    Si, tutta bella teoria, si si… ma vaglielo a spiegare a un 50enne che tiene famiglia che deve perdere il lavoro, chissà per quanto, per poi magari reimpiegarsi in una mansione inferiore perchè l’economia ha bisogno della “distruzione” creativa!!! :)

  3. m.

    non so se condivido completamente l’assunto (soprattutto per mia oggettiva mancanza di preparazione in merito), ma bell’articolo.
    da italiana media che cerca di mantenere vivo un po’ di spirito critico integrando l’informazione dei quotidiani con quella di siti come giornalettismo, lo trovo chiaro, competente, diretto e ben scritto: insomma, bel lavoro, sono esattamente articoli come questo che mi stanno rendendo un’affezionata utente

  4. Calvin

    Lorenzo, proprio per questo ho scritto
    “Si puo’ scegliere legittimamente di pregiudicare un po’ di crescita per ridurre gli effetti negativi nei periodi di crisi, e spetta ai governi farlo”.

    m.: il tuo commento è così positivo che non mi pare vero :)

  5. AG

    Anche io condivido l’articolo, anche perchè il capitalismo non è certo una forma nuova di sistema economico, anzi sarei portato quasi a dire che è la forma “naturale” dell’economia in momenti di stabilità politica, e quindi di commerci aperti, dall’Impero Romano, a Venezia, Genova e Firenze, alla Cina medievale fino al XX secolo.
    Proprio per questo motivo la solita manfrina antirooseveltiana risulta non dico errata (lo è), ideologica (lo è), antistorica (lo è).
    E’ soprattutto inutile.
    Gli USA dopo Roosevelt sono diventati la prima potenza economica mondiale. Pensa se invece di sbagliare tutto avesse fatto le cose per bene! Avercene di Roosevelt e Keynes al posto di Tremonti e Brunetta, avercene!

  6. Calvin

    A parte che Roosevelt e Keynes non avrebbero mai voluto essere associati nella stessa frase: si conobbero e si ignorarono vicendevolmente, visto che per FDR JMK faceva discorsi troppo teorici (once a statistician, always a statistician!) e per JMK FDR era nient’altro che il tipico politico populista (ma no!).

    Comunque, la manfrina antirooseveltiana starebbe nel passaggio “rovinosi eccesi di zelo”? Dando un’occhiata alle politiche del New Deal non è palese che una buona metà siano state implementate tanto per fare qualcosa? Al punto che alcuni degli act più importanti (come il NIRA o l’AAA) furono dichiarati incostituzionali poco tempo dopo. Certo, ci furono anche la deposit insurance, la ristrutturazione del sistema bancario, la SEC, le condizioni minime di lavoro. E chi lo nega. Ma come effetti complessivi sull’economia le politiche del New Deal furono generalmente deleterie: nel 1940 il PIL americano era ancora inferiore al 1929!

    Solo una piccola nota storica: gli USA sono diventati la prima potenza economica dopo la Seconda Guerra Mondiale, non dopo Roosevelt. Cronologia e causa-effetto non sempre vanno a braccetto.

  7. AG

    “Certo, ci furono anche la deposit insurance, la ristrutturazione del sistema bancario, la SEC, le condizioni minime di lavoro.”

    Detto cazzo…

    “Ma come effetti complessivi sull’economia le politiche del New Deal furono generalmente deleterie: nel 1940 il PIL americano era ancora inferiore al 1929!”

    Perchè secondo te una politica economica seria ha effetti nel breve termine oppure nel lungo?

    “Solo una piccola nota storica: gli USA sono diventati la prima potenza economica dopo la Seconda Guerra Mondiale, non dopo Roosevelt.”

    Roosevelt muore nel 1944, la II guerra mondiale finisce nel 1945. Embè?

    E molto empiricamente, secondo te se la struttura economica “statalizzata” messa in piedi da Roosevelt fosse stata fatta così “ad canis peni”, anche se favorita dalla conclusione della II guerra mondiale con gli USA unico paese a non aver subito devastazioni, non avrebbe certo retto la rincorsa economico-militare della guerra fredda.
    Ripeto, avercene.
    Meglio Reagan invece?
    Con le spese militari folli che quelle sì che invece sono liberiste e non ultra-mega-keynesiane con l’elmetto.
    Veramente, mi sembra di parlare coi vecchietti stalinisti con la loro fissa delle forze della reazione internazionale.

  8. Calvin

    Onestamente quello che sentenzia su cosa è errato, ideologico o antistorico riguardo ad un periodo storico che gode di (almeno) 4 filoni interpretativi diversi pensavo di non essere io: se ho dato questa impressione prometto di andare a fare un bagno di umiltà asap. E dire che pensvo di mettermi al riparo da accuse di bias ideologico citando anche Coolidge (che pure lui di eccesso di zelo ne ha dimostrato tanto…)

    Quanto alla parte sul dopoguerra, un assetto istituzionale mediocre non impedisce ad un paese di crescere, soprattutto quando ha delle esogene pesanti come potere politico e centralità in un sistema di relazioni internazionali (il commercio internazionale sotto Bretton Woods). Così come un’azienda inefficiente può continuare a macinare utili finché opera in monopolio, o ha altri punti di forza indipendenti dalla sua capacità operativa. Comunque ci ritornerò quando avrò finito anche il libro di Rothbard :)

  9. Il pezzo non è male e non estremista come il commento di AG farebbe pensare; casomai per esigenze tipografiche è troppo corto e mancherebbe l’eredità intellettuale di Schumpeter applicata direttamente al contesto attuale (il ciclo economico di Mises e Hayek).

    Secondo me “m.” è Calvin travestito…

  10. AG

    Signor non ideologico, a quando un bell’articolo sulle politiche liberiste reaganiane?
    Tipo la diminuzione delle tasse alle fasce alte di reddito (contro ogni più banale concetto di utilità marginale dei beni) oppure appunto le liberalissime spese militari, ma altre cose carine ci sarebbero.
    Fra 50 anni saremmo qui a parlare di come la politica “liberale” di una certa destra americana abbia fatto crollare l’economia USA.

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