Al governo l’uomo che voleva tassare il web
29/11/2011 - Carlo Malinconico guidò gli editori dei giornali italiani anche nella battaglia contro Google Il governo di Mario Monti, nuovo presidente del Consiglio, è oggi pienamente operativo, con la nomina dei viceministri, dei sottosegretari e del nuovo componente dell’esecutivo: presto i
Carlo Malinconico guidò gli editori dei giornali italiani anche nella battaglia contro Google
Il governo di Mario Monti, nuovo presidente del Consiglio, è oggi pienamente operativo, con la nomina dei viceministri, dei sottosegretari e del nuovo componente dell’esecutivo: presto i nuovi componenti giureranno nelle mani di Giorgio Napolitano. E già questa mattina i giornali sono pieni dei tanti conflitti di interesse, veri o presunti, che i nomi scelti da Mario Monti portano sulle spalle: c’è quello che ha un passato col centrosinistra, c’è chi è stato voluto dal centrodestra e chi ha ricoperto un ruolo tecnico che difficilmente si concilia con la sua nuova carica di sorvegliante dell’interesse pubblico.
IL CONTROLLANTE E IL CONTROLLORE – E’ il caso, quest’ultimo, di Carlo Malinconico: oggi il Fatto Quotidiano fa notare che il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Editoria (ruolo coperto in precedenza da Paolo Romani prima e da Paolo Bonaiuti poi) abbia un passato in effetti più che d’area: fino a ieri è stato il presidente della Federazione Italiana editori dei Giornali: insomma, la parte sociale che ogni anno si reca proprio al sottosegretariato per discutere la questione del finanziamento pubblico all’editoria.
Non mancano, poi, nomine di area Quirinale, come quella di Paolo Peluffo, ex portavoce di Ciampi, a nuovo responsabile comunicazione del governo e di Carlo Malinconico, “capo” degli editori della Fieg a palazzo Chigi con delega all’Editoria.
Insomma, il controllato diventa controllore in un battito di ciglia. Ovviamente Carlo Malinconico non è l’ultimo arrivato, o per meglio dire, il primo che passa: è un accademico, giurista e professore di un certo livello, con un passato nelle istituzioni pubbliche di sicuro prestigio.
Carlo Malinconico, dopo la maturità classica, ha studiato all’Università degli Studi di Milano, dove si è laureato in giurisprudenza. Superato il concorso per procuratore dello Stato, l’esame di abilitazione alla professione forense e il concorso a uditore giudiziario, è stato Procuratore dello Stato (…) è stato Avvocato dello Stato fino al 1985 e poi, a seguito di ulteriore concorso, Consigliere di Stato dal 1985 ad aprile 2002. Dal 2002 è professore ordinario di Diritto dell’Unione europea ed ha insegnato prima alla Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze e poi nelle Facoltà di giurisprudenza dell’Università degli Studi di Udine (2002 – 2005) e dell’Università degli Studi di Roma 2, Tor Vergata. Ha ricoperto prestigiosi incarichi nelle Istituzioni ed in particolare è stato Capo dell’Ufficio legislativo del Ministero delle partecipazioni statali (1990-92) e del Ministero del tesoro (1995-96), Capo del Dipartimento degli Affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri (1996-01), Prorettore della Scuola superiore dell’economia e delle finanze anno accademico (2005/2006) e Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri (2006-2008).
La sua competenza tecnica non è da mettersi in discussione. La scelta d’opportunità politica, invece, è questionabile.
GOOGLE VA KO – Carlo Malinconico ha impresso una direzione ben precisa alla Fieg in questi ultimi anni, aumentando gli armamenti della stampa italiana nella lotta contro la rete. Internet, si sa, è un problema per i giornali in tutto il mondo: le notizie liberamente in circolazione sulla rete danneggiano il mercato della carta stampata. Malinconico, alla guida della Federazione, si è imbarcato in alcune delle più contestate e dure battaglie contro l’Internet: in qualche caso, uscendone vittorioso. Come quando la Fieg ha inviato un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ovvero l’Antitrust – presieduta, guarda caso, da Antonio Catricalà, ora compagno di banco di Malinconico alla presidenza del Consiglio come sottosegretario e come lui Consigliere di stato – per denunciare Google News, il servizio di ricerca e indicizzazione notizie del gigante della ricerca mondiale, accusato dai giornali italiani di abuso di posizione dominante.
Il motivo del contendere in questa fase riguarda il comportamento di Google nei confronti di quelle testate informative online che non vogliono essere incluse negli algoritmi del popolare aggregatore di notizie curato dall’azienda di Mountain View. Se è vero che ogni singolo quotidiano online può chiedere di essere estromesso da Google News, così facendo viene escluso anche dall’algoritmo che regola i risultati generici sul motore di ricerca di Google (Google Search).
Ogni testata può chiedere di essere esclusa da Google News, ma in questo caso esce anche dal motore di ricerca Google.
A marzo del 2010 l’Agcm inserisce nell’istruttoria anche la questione relativa ai termini del contratto che regola i rapporti tra Google, gli inserzionisti pubblicitari che usano il sistema dell’azienda di Brin e Page, AdSense, e i siti su cui compaiono gli advertisement. Oggetto del contendere il misterioso sistema di ripartizione dei ricavi gestito in totale oscurità dal quartier generale di Google in Irlanda. Le quote variano in base a negoziazioni unilaterali (decide Google Ireland) di cui non vengono infornati i clienti (quotidiani e siti che ospitano la pubblicità).
La questione si risolse in via non contenziosa, con degli “impegni formali” di Google che vennero inseriti nel dispositivo finale dall’Antitrust.
Google, informata delle indagini in corso, ha preso spontaneamente degli ‘impegni’ (indipendenza tra algoritmi di Google News e di Google Search, e trasparenza sui criteri di revenue sharing su AdSense) che l’Agcm ha accettato rendendoli obbligatori nel provvedimento finale, invitando al contempo il Parlamento a legiferare in materia di proprietà intellettuale, possibilmente confrontandosi con istituzioni internazionali visto che internet è per definizione e architettura un mezzo di comunicazione sovranazionale.
Il procedimento della Fieg, analogo a quello vinto in Belgio dalla locale associazione di categoria, venne definito “una breccia nel sistema Google”: nel paese di Bruxelles, la scelta degli editori di uscire da GNews aveva portato molti danni, perché le visite erano calate drasticamente. Sia come sia, dietro l’idea di fare come il Belgio c’era la Fieg, e dunque Malinconico.
LA TASSA SU INTERNET – Non è stata l’unica sua uscita particolarmente contestata. In occasione della presentazione del rapporto alla Camera sull’andamento della stampa italiana dal 2007 al 2009, Carlo Malinconico aveva notato come la flessione inarrestabile del settore in quegli anni fosse da imputare alle scelte del governo, che andavano in direzione secondo lui “punitiva” – essendo stata soppressa, fra l’altro, l’agevolazione postale per l’invio delle copie in abbonamento. E allora, la proposta per sostenere la stampa italiana era quella di imporre un maggior aggravio sull’informazione online: sostanzialmente, introducendo una mini-tassa sulla rete.
Per il presidente, Carlo Malinconico, non sarebbe possibile aspettare che la crisi passi da sola, ma bisognerebbe invece muoversi con urgenza e con la massima determinazione. E qui Malinconico ha buttato sul tavolo delle discussioni i semi di una proposta che probabilmente alimenterà il fuoco delle polemiche. Una piccola tassa da imporre su ogni connessione alla Rete, che sostenga il settore dal momento in cui permette a tutti i netizen di usufruire di contenuti editoriali online. Il presidente FIEG ha quindi citato l’esempio tedesco, che prevede una tassa su ogni computer, tuttavia sottolineando come le sue intenzioni siano di diverso tipo. “Un prelievo di entità modesta – ha spiegato Malinconico – dal costo di un caffè al mese o giù di lì, per realizzare una dote di risorse che possa essere d’aiuto in questo frangente”. E non si tratterebbe di una soluzione radicale alla crisi – questo Malinconio lo ha ammesso – ma una “misura da adottare in maniera transitoria”. “Uno strumento forfettario” per rimpinguare le casse di un editoria in crisi di vendite, di lettori, di inserzioni pubblicitarie.
Chi pensa che il futuro dell’Italia sia la banda larga, probabilmente, non sarà troppo contento di questa nomina. Aspettiamo il sottosegretario alla prova dei fatti.













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