Alla fine della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU chiede ad Israele di ritirare le proprie truppe dai territori occupati durante il conflitto. E’ istituita la cosiddetta Green Line, atta a delimitare i territori destinati alla creazione dello Stato Palestinese. Attualmente il 38% della Cisgiordania è occupato da insediamenti, check point, basi militari, infrastrutture e aree off limits riservate agli israeliani, che lasciano ai palestinesi, inclusa Gaza il 12% del territorio della Palestina storica. Il 16 giugno 2002 Israele inizia la costruzione del Muro dell’Apartheid per i palestinesi e per gli israeliani Barriera Difensiva come strumento di difesa dagli attacchi terroristici palestinesi. Il progetto è sostenuto anche dalla sinistra pacifista israeliana che oggi lo condanna. Il programma inizialmente è quello di seguire il tracciato della Linea Verde (350 km) e, di fatto, separare la frontiera tra Israele e il futuro Stato palestinese. Poi cambiano le carte in tavola. La lingua di cemento armato alta 8 metri – piena di torrette, cecchini, filo spinato, sistemi termici di rilevazione, telecamere – non segue più i confini del 1967. La traccia cambia. Il muro cresce velocemente e viola i confini e le terre palestinesi ad un ritmo incessante. Il progetto prevede una struttura lunga 730 km, già a buon punto, che ingloba la quasi totalità delle 101 colonie israeliane (1) . Le strade e autostrade che uniscono le colonie (2) sono percorribili solo dai coloni e interdette ai palestinesi. Nella sua funzione di protezione degli insediamenti il Muro s’insinua in alcune sue parti più di 20 km all’interno della Linea Verde, creando vere e proprie isole palestinesi circondate all’interno di un territorio de facto annesso ad Israele. La Corte Internazionale dell’Aja il 9 luglio del 2004 precisa che “il muro di separazione israeliano in costruzione in Cisgiordania viola la legalità internazionale ”.(3) Quello della Corte è solo un parere non vincolante richiesto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il problema da giuridico diventa politico.
Una fredda sera d’inverno di un anno fa Mohammed venne a casa mia. Aveva con sé una valigia molto pesante. Silenziosamente s’inginocchiò e la aprì. Era piena di bracciali, portachiavi, ricami fatti a mano, borsette e sciarpe a tanti altri oggetti. Una serie di articoli da fare invidia al più smaliziato dei mercanti. Rivoltò la valigia e li sistemò meticolosamente sul tappeto in ordine di grandezza. Voleva assolutamente regalarci molte delle cose che ci stava mostrando. Noi volevamo comprarle. Dopo aver quasi litigato trovammo un compromesso: “tu ci regali i portachiavi, ma il resto lo compriamo”, gli dissi. “Ci sto”, disse lui. Quegli oggetti non li vendeva per sè, né per la sua famiglia. In una fredda sera d’inverno di quest’anno mi è arrivato un video via mail(4) . Si vedono due uomini che di notte cercano di impedire ad una ruspa di posizionare un prefabbricato in terra. I due, ogni volta che il prefabbricato sta per andare giù, si mettono sotto la struttura e inducono l’operaio a tirare su la leva per non schiacciarli. Una donna tenta di dissuaderli. Il “gioco” va avanti fino a quando non arriva un uomo che picchia uno dei disturbatori. Il video si interrompe per riprendere poi in un ospedale dove i due uomini sono sdraiati su un letto con naso e testa spaccati e gli occhi tumefatti. Sulla barella riconosco Mohammed. Mohammed è uno dei leader del Comitato popolare del villaggio di Bil’In che si trova a
nord-est di Ramallah (Cisgiordania) e che dista poco meno di sei km dalla grande colonia israeliana di Modi’in Illit. Gli accordi di Oslo (1993) classificano Bil’In come zona A, sotto totale controllo palestinese. Questo piccolo villaggio di agricoltori è diventato il simbolo della lotta non violenta dei movimenti popolari di resistenza locale e internazionale contro l’occupazione e il Muro che lo Stato di Israele sta costruendo violando sistematicamente il diritto internazionale. UNA STORIA - Il Muro comincia a dilaniare Bil’In nel febbraio del 2005. Più di 1000 ulivi sradicati, terre espropriate, case distrutte. Gli abitanti del villaggio invece di emigrare o di sopravvivere in una terra senza più terra decidono di creare un comitato di resistenza e organizzare ogni venerdì una marcia di protesta. Ogni settimana il corteo parte dal villaggio e cerca di arrivare vicino al muro per disturbare i lavori in corso, le ruspe, gli operai e i soldati armati fino ai denti. Ogni venerdì da tre anni a Bil’In succede sempre qualcosa. Quasi sempre brutta. A volte le ruspe si fermano, altre volte i soldati sparano proiettili di gomma, bombe sonore, lacrimogeni, picchiano i manifestanti. Ogni venerdì da tre anni si torna a casa contando i feriti. La protesta è sempre non violenta e spesso fantasiosa, come quella volta in cui i dimostranti lanciarono verso i soldati israeliani palloncini carichi di letame di capra. A volte è disperata, come quando in testa al corteo si presentarono uomini e donne rimaste disabili a causa delle pallottole, procuratesi nei tre anni di protesta nella spina dorsale, nella
scatola cranica, nelle giunture di braccia e gambe. In prima fila, persone sulla sedia a rotelle, senza una gamba, senza un occhio. Una scena orribile e allo stesso tempo meravigliosa. Anche in quell’occasione i soldati spararono (5) . RIDERS ON THE STORM - Col tempo la protesta è cresciuta e al comitato popolare si sono aggiunti i principali movimenti pacifisti israeliani e internazionali, gli anarchici, le donne di Machsom Watch che presidiano i check point e i Refusnik che si rifiutano di servire nell’esercito israeliano. La presenza israeliana è molto importante. I soldati si trovano davanti giovani come loro che parlano la stessa lingua e sono nati nelle stesse città. Questo ha permesso di creare un canale di dialogo fra dimostranti e soldati e di abbassare il livello di repressione e, cosa non meno importante, suscitare reazione nell’opinione pubblica israeliana.
Il 4 settembre 2007 una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia israeliana ordina di rivedere il percorso di una sezione del Muro (1,7 km) e ne intima la distruzione “in un periodo ragionevole di tempo”. L’applicazione della sentenza va a rilento, ma ha dato nuova linfa alle proteste. Il prefabbricato che si vede nel video serve a creare un avamposto all’interno dell’insediamento di Modi’in Illit. La ruspa è guidata dai coloni dell’insediamento. Così come coloni sono gli uomini che picchiano Mohammed e il suo compagno. I soldati dell’esercito israeliano sono a pochi metri dalla scena e non intervengono. Impediscono invece ad altri abitanti di Bil’In, bloccandoli al cancello del Muro che circonda il villaggio, di raggiungere la colonia, per aiutare e soccorrere i loro compagni. Quel prefabbricato è stato consacrato a sinagoga dai coloni per rendere più difficile la sua rimozione (pratica molto usata negli insediamenti in Cisgiordania) ed è stato ancorato al terreno, espandendo, con il beneplacito delle autorità militari, la colonia. Non ho più incontrato Mohammed, ma suo fratello si. Anche lui con la stessa valigia piena di ricami, portachiavi, borse. “Ci servono soldi per organizzare le manifestazioni” – ha detto. Per approfondire: [1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8] Note: 1′ The Death of the Settlement Freeze – 4 Months since Annapolis. Settlement Watch Team, www.peacenow.org.il , March 2008 2′ Tutte le colonie israeliane sono illegali e sono fondate su un territorio di competenza giuridico – politica palestinese 3′ 4° Convenzione di Ginevra e i regolamenti dell’Aia che proibiscono la requisizione di terra in territori occupati, la distruzione o il cambiamento delle proprietà private, e la pratica di sistemi di punizione o trasferimenti di massa. 4′ Video; e 2 5′ Questa ed altre scene sono documentate nel video “BIL’IN HABIBTI”, “Bil’In Amore Mio” del regista israeliano Shai Carmeli Pollak.
Esteri
La valigia di Mohammed – Ordinaria violenza in Palestina
8 aprile 2008




questo articolo è fantastico ale!
Sono stato a Bil’in nel Luglio 2005 per una manifestazione contro il muro. I soldati di Tsahal ci caricarono dopo circa due minuti dall’inizio del cordone. Cominciarono a sparare lacrimogeni, sound bomb e quei proiettili che gonfiano in pochi istanti gli arti colpiti. Noi ce la cavammo, gli autoctoni un po’ meno: quando gli internazionali se ne vanno l’IDF spara proiettili veri. In quest’ottica la via delle manifestazioni era un po’ grottesca, come “aizzare” il “nemico”, andarsane e lasciare che la rappresaglia ricadesse sui palestinesi. Sono contento che le cose siano cambiate, se veramente lo sono. Sicuramente da allora l’attenzione è cresciuta, e Bil’in è diventato un vero e proprio centro di raccolta per le organizzazioni pacifiste israeliane. Già è qualcosa.
Qui alcune foto che scattai in quella giornata.
Saluti.
complimenti ad Alessandro, secondo me uno dei migliori “acquisti”, per lo stile attento alle cose, non compiaciuto, che fa davvero pensare al buon vecchio giornalismo di una volta, continuerò a leggerti!
un pezzo da far girare : scritto con il cuore ,senza sbavature ideologiche
Pingback: “Le bombe delle sei non fanno male” : Giornalettismo