Il nuovo presidente americano fissa i paletti per i rapporti con il Sudamerica. Dimostrando di non aver alcuna voglia di diventare amico dei “nemici” di George W. Bush. E quelli la prendono molto male
Dice bene Fausto Carioti: “El negro randella Chavez: alla vigilia del suo insediamento, Barack Obama provvede a sgombrare il campo da un equivoco chiamato Hugo Chavez. Il coattone venezuelano aveva pronosticato con grande entusiasmo la vittoria del candidato democratico, dicendosi pronto a rilanciare le relazioni tra i due Paesi, ora che G
eorge W. Bush non sarà più alla Casa Bianca. La risposta di Obama non è stata dello stesso tono. Ha accusato Chavez di essere un fattore di involuzione della regione e di sponsorizzare i terroristi colombiani delle Farc“.
L’AMORE NON E’ BELLO – Una cosa è certa: i rapporti tra Usa e stati latino-americani hanno senz’altro avuto momenti migliori degli ultimi 8 anni di amministrazione repubblicana. Abbiamo assistito al consolidarsi di una coalizione fortemente avversa ai progetti statunitensi (come il ‘Free Trade Area of the Americas‘), guidata da Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua e Ecuador. Solo qualche mese fa abbiamo visto espellere l’ambasciatore americano a La Paz, Philip Goldberg, accusato di appoggiare l’opposizione a Morales, seguito a ruota dal collega di Caracas. In quell’occasione, un raffinato Hugo Chavez, solidale con l’amico Evo, tuonava contro Washington a colpi di “Andate al diavolo, yankee di merda!“; ovviamente, continua tutt’ora a fare affari d’oro con gli odiati gringos, vendendo loro ogni giorno circa 1.5 milioni di barili di petrolio (quando si parla di coerenza). Per tutta risposta, oltre ad espellere gli ambasciatori boliviano e venezuelano, in seguito Bush ha accusato Morales di non combattere attivamente il traffico di droga, sospendendo di conseguenza i vantaggi commerciali accordati alla Bolivia. Del resto, screzi ancora più gravi si ebbero a marzo 2008 con la crisi tra Ecuador e Venezuela, da una parte, e Colombia, alleata degli Usa nella lotta al narcotraffico, dall’altra. Il bombardamento di un accampamento in territorio ecuadoriano delle FARC da parte dell’esercito colombiano causò la morte del leader guerrigliero Raul Reyes e il ritrovamento del computer e delle agende dello stesso.
AZIONE E REAZIONE – Seguirono le proteste e le ritorsioni diplomatiche da parte dell’Ecuador, appoggiate da Chavez, al quale il presidente colombiano Uribe rispose con l’accusa di finanziare le FARC (stando alle informazioni trovate nel computer di Reyes, di cui l’Interpol ha in seguito confermato l’autenticità). A rendere i rapporti tra Usa e Venezuela ancora più difficili, inoltre, hanno contribuito gli stretti contatti di quest’ultimo con Iran, Russia e, soprattutto, Cuba. Eppure, nonostante queste (scoraggianti) premesse, anche il Sud-America, cavalcando l’onda del cambiamento e della speranza che circondano la figura di Barack Obama, ha iniziato a guardare con occhi diversi il nuovo inquilino della Casa Bianca. Fidel Castro, a ottobre, scrisse di preferire Obama a Mc Cain. Suo fratello Raul ha recentemente rilasciato un’intervista in cui lo definisce onesto e sincero (anche se ritiene eccessive le speranze riposte in lui). Perfino Chavez, imbaldanzito dal fatto che il nuovo presidente potesse essere di colore (perciò, a suo dire, ”indigeno” come lui), prima delle elezioni di novembre disse di essere disposto al dialogo per migli
orare le relazioni bilaterali tra i due paesi – salvo poi affermare, a tre giorni dall’insediamento, che Obama ”sarà un fallimento‘.



