Sessantuno punti di gloria

04/02/2009 - IL PALLOTTOLIERE – Dopo aver vinto più o meno ogni onorificenza cestistica esistente, dai tre titoli NBA all’oro olimpico di Pechino 2008, senza contare gli innumerevoli traguardi individuali, Bryant vuole entrare nell’olimpo della palla a spicchi, quale uno dei più

     
 

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IL PALLOTTOLIERE – Dopo aver vinto più o meno ogni onorificenza cestistica esistente, dai tre titoli NBA all’oro olimpico di Pechino 2008, senza contare gli innumerevoli traguardi individuali, Bryant vuole entrare nell’olimpo della palla a spicchi, quale uno dei più grandi di ogni epoca, raggiungendo un altro obiettivo: riuscire a portare i Los Angeles Lakers a vincere il campionato di National Basketball Association recitando il ruolo della prima (e forse unica) stella della squadra. Dopo tre Oscar da attore non protagonista, sparring partner della figura ingombrante (in ogni senso) che risponde al nome di Shaq, oggi nel deserto dell’Arizona con la casacca dei Phoenix Suns, Kobe vuole vincere almeno un titolo da attore principale. Lo scorso anno, è riuscito ad arrivare fino alle Finali, arrendendosi solo di fronte ai Boston Celtics del trio dei sogni Garnett-Pierce-Allen, con l’alibi di non poter contare su di un elemento essenziale quale il centro Andrew Bynum, all’epoca infortunato. Questa stagione, con Bynum di nuovo in campo, le cose sono andate a gonfie vele, confermando le grandi ambizioni della squadra losangelina. Sabato scorso, tuttavia, in quel di Memphis, le cose si sono complicate, come testimoniato dall’espressione di panico apparsa sul volto di Bryant: per Bynum un infortunio al ginocchio destro, con conseguente assenza dal campo che può variare dalle 8 alle 12 settimane. Una pillola alquanto amara da digerire, considerando il non trascurabile fatto che Bynum, nelle cinque partite prima dello stop, stesse viaggiando a una media di 26 punti, 14 rimbalzi e 3 stoppate a gara.

UN’ALTRA STRAORDINARIA PROVA INDIVIDUALE – La prova-monstre di Kobe Bryant a New York, a soli due giorni dalla fuoriuscita del centro titolare, si può leggere anche come il desiderio di dimostrare a compagni, allenatore e pubblico che, ancora una volta, il numero 24 può caricare la squadra sulle proprie spalle e portarla in alto. Al tempo stesso, secondo i più pessimisti, il fatto che Bryant decida di prendersi ripetuti tiri, ignorando i compagni liberi (per lui solo tre assist, lunedì sera), può funzionare contro una squadra di medio livello quali i Knicks, ma non alle prese con avversari più quotati quali i Cavaliers di LeBron James o gli stessi Celtics, in un eventuale – anzi, probabile – rematch dello scorso anno. Sono ben sette anni che Kobe Bryant non alza un titolo di campione NBA nelle parate di Figueroa Street, nella Città degli Angeli. La prossima stagione, le primavere per lui saranno 31, ancora un’età per poter mantenere alto il livello di gioco, ma senza la garanzia che il resto del team sia all’altezza di arrivare fino ai vertici del campionato, come invece avvenuto quest’anno. L’obiettivo finale, ovvero vincere il quarto campionato della propria carriera (raggiungendo così l’amico-nemico O’Neal, che ne ha vinto uno in quel di Miami nel 2005-06) è quantomai alla portata, Bynum permettendo. Se ciò accadrà, la performance di lunedì sera potrebbe rappresentarne l’aperitivo, un segnale che preannuncia quanto in procinto di accadere. In caso contrario, invece, pur restando un evento storico di enorme portata e l’ennesima dimostrazione dell’infinito talento del più grande cestista del globo terracqueo, non si tratterebbe altro che di un’altra straordinaria prova individuale, agrodolce consolazione per un’altra stagione perdente.

     
 

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