Un viaggio a Torino
20/11/2011 - Il racconto domenicale Oggi ho gli occhiali scuri, occhialoni anni 70 che vanno bel oltre la mia esile figura, perché voglio essere libera di piangere, quando e come voglio, senza lasciare agli altri il privilegio di leggere il mio dolore.
Il racconto domenicale
Oggi ho gli occhiali scuri, occhialoni anni 70 che vanno bel oltre la mia esile figura, perché voglio essere libera di piangere, quando e come voglio, senza lasciare agli altri il privilegio di leggere il mio dolore. Perché oggi vado a prendere mio fratello, per l’ultima volta rassegnandomi, una volta per tutte, al suo silenzio.
Non riesco ad immaginarmi la scatola e poi, quando arriva, non è una scatola ma una valigetta, rigida e con le rotelle, che una giovane e gentile medico legale mi porta fin alla stazione. Già dalla voce al telefono, nei giorni scorsi, avevo capito che con lei poteva scattare la solidarietà femminile nonostante il suo mestiere sicuramente le imponga di non affezionarsi troppo ai suoi pazienti, di trattarli per quelli che sono: reperti di indagine. Parliamo un po’ e poi io mi congedo abbracciandola e portando con me i resti di mio fratello, per riportarli a casa per la loro degna sepoltura. Piove piano ma Torino presenta, nei quartieri attraversati dal treno, una luce squallida e incurante di mostrare le brutture delle case dormitorio, di un’epoca di boom in cui le persone erano ammassate nel cemento come dei loculi nel cimitero. Le case sono rimaste così, quegli operai sono tutti in pensione e i figli, se non sono andati via, sono per lo più disoccupati. Invidieranno loro i loro cugini disoccupati del sud che, almeno, vedono un po’ di sole e scappano a leccarsi le ferite in riva al mare. Ma divago, non riesco a pensare a cosa porto con me, non so come pensarci e che senso ora dare alla mia sconfitta. Ricordo la notte in cui successe tutto, in cui ci chiesero di scappare a vederlo perché stava molto male e noi, di tutta furia, prendemmo un’auto ed un equipaggio che potesse darsi i turni per arrivare lì al mattino, per un saluto che si sperava non fosse ultimo. E invece era già mancato da un giorno e già l’avevano rinchiuso in una bara con la sua verità. Perché, perché uno come lui si sarebbe dovuto suicidare, perché la sua pazza allegria doveva trovare fine nella tromba di una scala di un palazzo che non conosceva minimamente?
Fu allora che partimmo alla caccia degli errori, dei depistaggi, delle lungaggine burocratiche e dei muri di gomma. Dopo non molto facemmo riesumare il cadavere per fare dei test su cranio e ossa, che ora, dopo averli smarriti per più di 10 anni, riporto a casa senza risultato.
C’è nebbia fuori e mentre incontro Alessandria ed Asti in un ordine che non ricorderò mai penso che questo è tutto quello che abbiamo trovato in questi anni: freddo ed umido, un freddo che ti fa pensare che non vi sia più umanità nel mondo ed uno strato di misteri e bassezze che ti entra nelle ossa e nell’anima.
Incrocio le prima gallerie e questa volta mio fratello è un bimbo piccolo, poco più piccolo di me, e giochiamo a contare quando arriverà la fine della galleria. E lui imbroglia sui numeri per arrivare a zero quando stiamo per uscire. Ed ogni volta trova metodi nuovi solo per far divertire la sorella più grande che lo guarda con affetto. Anche se volessi non ricordo di volte che ci siamo bisticciati, era troppo buffone, troppo leggero per prendersela più di 5 minuti, per farmi pesare qualcosa, almeno quella mia rigidità da professoressa che avevo anche da bambina. No, lui non era capace di stare senza sorridere o sfottere figuriamoci se poteva ridursi ad essere così depresso da buttarsi giù dalle scale.
Genova ci apre la vista al mare e io sono lì con lui, a correre sulla sabbia e a spruzzarci sul bagno asciuga. Quando cominciò ad essere più forte di me, molto più forte di me, non riuscivo a stare stesa a prendere il sole: veniva da me e mi tirava in acqua. Potevo arrabbiarmi, dire che non ci venivo più con lui, ma quando lui faceva il cane bastonato per chiedermi scusa e rischizzarmi di nuovo io non riuscivo a non stare al gioco.
Eravamo una bella coppia di fratelli noi anche da ragazzi e fino a che lui non partì per il militare. Era lì, in quella Toscana che attraverso dopo l’abbuffata di gallerie, in quel frenetico saliscendi di colline, che mio fratello fece il CAR e divenne improvvisamente adulto. Lo capii dalle telefonate che, una volta trasferito a Torino, arrivavano sempre più di rado, dalle cartoline che da chilometriche divennero più sintetiche, quasi di dovere, dai ritorni a casa in cui, a volte, mi fuggiva per non incontrare il mio sguardo. Nel corso delle indagini sapemmo che aveva frequentato giri strani, che la sua incrollabile fiducia nell’umanità l’aveva messo in pasto a personaggi senza scrupoli a cui doveva, anche se non in grandissime quantità, dei soldi. Era la vergogna allora che ce lo allontanava e guardo con un leggero rimprovero la valigia per ripetergli, e quante volte l’ho fatto in questi anni, che qualunque cosa avesse potuto fare lo avremmo perdonato, che con me, mamma e papà, avrebbe potuto dire tutto, senza nessuna paura. Ma lui era testardo e avrebbe preferito morire piuttosto che darci dei dispiaceri.
Ecco l’ho detto, forse perché è accanto a me, ho avuto il coraggio anche io di pensare che si sia davvero suicidato. In tutti questi anni abbiamo, ho sempre rifiutato questa ipotesi, ho sempre rifiutato di pensare che avesse voluto lasciarci spontaneamente. E l’inchiesta aveva tante di quelle lacune, i silenzi dei militari tanto assordanti che abbiamo sempre cercato di insistere e più sbattevamo contro il muro di gomma più ci convincevamo che dietro c’era la verità che avrebbe restituito un senso a questa storia. E invece la sola vittoria che oggi celebriamo è quella di riportare i suoi resti a casa.
Ma ormai siamo quasi arrivati e quasi gli supplico di dirmela questa verità, di dirmi se davvero è stato lui a voler andar via. Ma mio fratello è solo un pensiero che sta in una valigia che abbiamo riportato indietro. Guardo dal finestrino il paesaggio devastato della nostra terra e questa valigia mi dice che tanti se ne sono andati via, all’estero, perché non hanno resistito alle sue brutture. Ma se queste brutture non fossero solo del sud, se fossero nell’animo dell’uomo quelle bassezze che mio fratello ha trovato e che non ha accettato? A quel punto dove scappare se tutto intorno non ci sono che persone che vogliono sfruttare la tua gioia di vivere, che vogliono spegnere il tuo entusiasmo? Il medico legale me lo ha detto con il cuore che le donne sanno mettere in comune: non ci sono prove che fanno pensare ad un omicidio. Le reticenze, i misteri, le mezze verità di chi si vanta di sapere e poi ritratta sono sempre le stesse, sia che c’è da nascondere qualcosa che non, lo hanno visto tante volte ormai che non lo considerano un indizio. E mi suggeriva, da amica, di provare ad accettare che si fosse suicidato.
Ecco, oggi mi sento come Priamo che, dopo aver contrattato con l’odiatissimo nemico la restituzione della salma di Ettore, torna a casa per dare la giusta sepoltura ed evitare che la sua anima vaghi per sempre. Quando scenderò dal treno non potrò trattenere le lacrime vedendo mio padre e mia madre ma non terrò gli occhiali addosso perché il mio dolore è tutto loro.
Non oggi, non domani quando avremo ancora a che fare con gli operai della morte, ma presto parlerò loro per dirgli che forse mio fratello ha lasciato questo mondo perché non gli piaceva, perchè ha capito che non poteva vivere più nella nostra famiglia e non ne avrebbe trovato altre uguali, l’ha lasciato finchè lui era così bello da poter dire di non essere come gli altri.
L’ha lasciato per un posto che spero sia caldo ed affettuoso come quello che occupa da sempre nel mio cuore













Una storia dolorosa ed al contempo incredibile. Credo che la “rigida professoressa” ti ringrazierebbe per come sei bravo a narrare ed a cogliere aspetti ed emozioni che non tutti sono in grado di percepire. Veramente bravo